Dal Savena al Tirreno (prologo n.2)

scarpe da trekking

.
.
“Apperò!”
Il giudizio e l’espressione del mio medico son poco rassicuranti, quando gli mostro l’ernia che da qualche giorno è comparsa appena sopra il mio inguine, sulla sinistra: un piccolo rigonfiamento lungo circa cinque centimetri, che non mi dà nessun fastidio.
Il proprio medico è giusto che abbia un atteggiamento autorevole, e al mio non è mai mancato, ma questa volta mi sembra proprio comunicare sue personali sensazioni negative: stanchezza, caldo, dispiaceri, chissà che.
Cerca di manipolare la zona, in modo rude e a tratti doloroso.
Dice che senz’altro andrà operata e mi fa la richiesta per una visita chirurgica. Quando gli domando se posso affrontare un trekking impegnativo, mi sconsiglia nettamente, profilandomi le possibili atroci complicazioni a cui andrei incontro.

Cado in preda a un doppio, profondo avvilimento.
Mi domando perché il mio fisico, costantemente in buona salute, abbia avuto questo cedimento. Individuo la causa, non senza il beneficio del dubbio, nella mia più recente corsa podistica, con tanta massacrante salita e altrettanta ripida discesa, affrontata violentemente.
Il fastidioso senso di dover rivedere le abitudini della mia vita, a cominciare proprio dalla corsa. E di dover rimandare il progetto che coltivavo con passione da molti mesi.
Avverto subito Massimo, Claudio e Giovanni, gli amici in vario modo coinvolti.
Spero di potermi operare presto, in tempo per rimettermi in forma per il mio viaggio prima che finisca l’estate.

Pochi giorni dopo, il chirurgo conferma la necessità dell’operazione, da affrontare senza bisogno di alcuna notte di ricovero ospedaliero, e con anestesia locale.
“L’epoca migliore” mi indica, “è all’inizio di settembre” per diversi motivi (ma forse anche perché prima c’è già una lista d’attesa).
Quando gli accenno al mio progetto di camminata di alcuni giorni, tuttavia, a sorpresa non si mostra affatto contrariato, ma mi consiglia solo di affrontarla con la protezione di mutande elastiche ortopediche, su cui mi dà alcune spiegazioni.

Non mi pongo nemmeno per un minuto l’obiezione che il parere del medico debba essere più vincolante: il progetto riparte, sebbene facendo i conti con un entusiasmo piuttosto turbato da quanto successo e dalla preoccupazione che inevitabilmente mi accompagnerà, anche se in maniera che prefiguro rapidamente decrescente con l’andare dei giorni e della strada.

Decido la data della partenza (giovedì 21 luglio) e comunico il contrordine agli amici.
Poi telefono alla “Locanda Tre Virtù”, nei pressi di Sasso Marconi, per prenotare la prima notte.
Non ci sono problemi, e potrò scegliere in loco la formula di mezza pensione; il tono di voce dell’interlocutore è così vivace e positivo che, chissà come, scaccia via in me molti fantasmi.

Riprendo con impegno gli allenamenti: niente corsa, ma tanto camminare, ogni volta che si può. Dopo il disorientamento, ricompare progressivamente la voglia di affrontare la grande sfida, a cominciare da una prima tappa che ripercorrerà quella dell’anno scorso, ma sarà molto più lunga: ventisette chilometri e novecento metri (con due diversi saliscendi), da affrontare possibilmente all’alba, o prima dell’alba, come l’altra volta, per evitare le vampe dell’anticiclone africano.

Ho deciso, su consiglio di Massimo, di acquistare un paio di scarpe da trekking basse: a differenza dell’anno scorso, potrò così evitare di portare gli scarponi nello zaino (quello da soli trentasei litri, con l’intercapedine per non sudare nella schiena, che ho intenzione come l’altra volta di farmi bastare) e lo  spazio guadagnato mi servirà per farci stare, a differenza dell’anno scorso, blusa e copripantaloni per il caso di pioggia: questa volta le tappe sono molte e non si può evitarne il rischio.

Metto alla prova la pazienza della commessa del negozio di Piazza VIII agosto, e, dopo moltissime prove, scelgo un paio di marca ‘La Sportiva’ fabbricato in Val di Fiemme, nelle Dolomiti trentine, quello immortalato ai miei piedi qui su nell’immagine iniziale.
La diffidenza nei confronti di quello che dovrà rivelarsi lo strumento principale del mio cammino è d’obbligo.
Intorno a mezzogiorno di ieri, una domenica spettacolarmente luminosa, limpida e ventilata, zaino in spalle e nuovo acquisto ai piedi, mi incammino ancora una volta su per la via di Casaglia verso San Luca per un allenamento mirato.
Le sensazioni sono estremamente positive: il mio passo in salita è molto spedito e le scarpe calzano alla perfezione. Incrocio molte persone intente a camminare, correre, pedalare, e dopo un’ora e venti, nei pressi della basilica, entro da ‘Vito’ (che sembra proprio un rifugio alpino) e mi concedo un buon piatto vegano, un dolce e un’ottima birra. Penso che ricorderò a lungo l’armonia luminosa e il senso di benessere di questa giornata.

Nel pomeriggio, una mail di Massimo mi chiede dettagli sulle tre tappe finali da affrontare insieme, costringendomi a rimettere (utilmente) il naso sul materiale che ho pian piano preparato nei mesi scorsi.

Nell’articolo precedente avevo descritto sinteticamente le prime quattro tappe, utili a raggiungere il percorso dell’antica Via Vandelli.
Ecco qui il seguito:

Quinta tappa: Pavullo – Lama Mocogno – La Santona – Barigazzo: Km 26,7 – h.6.22′

Sesta tappa: Barigazzo – Passo Cento Croci – Pendici Sasso Tignoso – Sant’Anna Pelago: Km 21,5 – h.5

Settima tappa: Sant’Anna Pelago – San Pellegrino in Alpe – Castiglione Garfagnana – Castelnuovo Garfagnana: Km. 25 circa – h. 6.30
Una scorciatoia, troppo vantaggiosa per non essere percorsa, evita il Passo delle Radici, previsto dall’antico tracciato.

Ottava tappa: Castelnuovo Garfagnana – Vagli di Sopra: Km 18,4 – h.4.45′

Nona tappa: Vagli di sopra – Passo Tambura – Rifugio Conti: dislivello in salita m.1000 – h. 5

Decima tappa: Rifugio Conti – Resceto – Massa (Hotel San Carlo): Km 24 circa – h.5.30′

Undicesima tappa: Massa – Forte dei Marmi: Km 14,4 – h 3
.
.
All’impegno fisico degli oltre duecento chilometri da percorrere si sommerà la difficoltà di individuare, sul territorio, il percorso che ho tracciato sulle cartine e in base a un paio di testimonianze trovate in rete. Ogni sera mi concentrerò sulla tappa successiva, studiandone l’itinerario, e prenoterò l’alloggio.
Ma soprattutto, come l’anno scorso, pubblicherò sulla mia pagina Facebook un breve aggiornamento corredato da un paio di fotografie.
Spero che, proprio come l’anno scorso, tante amiche e amici seguano con interesse e partecipazione il mio lungo viaggio.

Intanto l’ora magica in cui varcherò il portone di casa con lo zaino in spalla è ormai incredibilmente vicina.
.
.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , ,

Dal Savena al Tirreno (prologo n.1)

vvv

.
Si avvicina a grandi passi l’estate, che è anche la stagione delle vacanze, almeno per chi può.
L’anno scorso, chi mi conosce se ne ricorderà, dedicai una settimana di ferie a un viaggio a piedi, da casa mia fino a Firenze, tramite l’itinerario denominato ‘Via degli Dei’, che raggiunsi in località Madonna dei Fornelli tramite due tappe di avvicinamento.
Chi volesse leggere (o rileggere) il resoconto di quella settimana, può farlo cominciando da qui.
Una bellissima esperienza, sotto tutti gli aspetti; e così, fin dall’autunno scorso, mi è sorta la voglia di rilanciare.
Tenendo come irrinunciabile l’idea di partire a piedi da casa, che è una fantastica manifestazione di libertà, in un primo tempo avevo meditato di puntare su Lucca, magari in tempo per un paio di serate al ‘Lucca summer festival‘, studiando a tavolino un mio itinerario il più possibile lontano da strade asfaltate e trafficate.
Poi Claudio di Modena, il mio amico da una vita, mi suggerì un’ipotesi diversa: la via Vandelli.
Si tratta di un’antica strada, realizzata nella prima metà del 1700 per collegare Modena al mare Tirreno in Versilia tramite il passo Tambura (m.1620). In seguito, il passo dell’Abetone (m.1388) e la relativa strada, avrebbero resero la via Vandelli obsoleta, ma, come illustra Wikipedia, “la strada si presenta in molti tratti ancora oggi perfettamente agibile grazie alla tecnica di costruzione impiegata: massicciate in pietra realizzate a secco che nel tempo hanno superato le infiltrazioni degli agenti atmosferici e le scosse sismiche”.
Perfetto, la presenza dell’antico selciato sembrava promettermi un cammino lungo ma senza alcun problema di tracciato.

Cominciai a cercare in internet un po’ di documentazione. Pensavo che, alla stregua della Via degli Dei, fosse un itinerario canonico per chi ama viaggiare a piedi, e invece ho dovuto constatare che, in pratica, solo la parte più alta è documentata, segnalata e frequentata, tendenzialmente per gite di un paio di giorni. Anzi, in un resoconto molto suggestivo di un viaggiatore in bicicletta, leggo con disappunto quanto segue:

L’odierna via Vandelli è di fatto un concetto astratto, a parte qualche traccia residua di pavimentazione e qualche tratto di strada comunale ancora così chiamata.
Come le vie sacre, è una via di cui si parla tra gli amanti del trekking; sono reperibili delle mappe piuttosto approssimative che tracciano a grandi linee l’antico percorso; è possibile reperire qualche rara ed obsoleta guida (fatta per lo più dalle amministrazioni locali); sono presenti siti Internet più o meno attendibili che ne decantano le caratteristiche, ma nella mia esperienza è più un richiamo per le allodole che un fatto concreto.
Basti pensare che sui circa duecento chilometri del percorso attuale (tra deviazioni, variazioni, reinvenzioni sono passati trecento anni!) grosso modo solo una decina sono segnati in modo preciso ed utile: per il resto, occorre avere intuito, attendere qualcuno a cui chiedere o, in molti casi, ritornare sui propri passi, un po’ come una caccia al tesoro.

Ma non mi sono scoraggiato: se volevo andare a Lucca tracciando una mia personale via, lo stesso potrò fare dove le antiche vestigia della via Vandelli non mi siano di aiuto.
Ed è iniziata la fase progettuale.
Primo obiettivo, procurarsi tutte le carte dei sentieri. Mi rivolgo ancora una volta al sapere infinito del web e trovo su IBS, la principale libreria virtuale, un’offerta specifica di tre cartine che abbracciano l’intero itinerario. Aggiudicato, le compro.
Passano le settimane, passa un mese, e finalmente IBS mi scrive che sta incontrando difficoltà, e dopo un’altra settimana disdice l’ordine, rimborsandomi la spesa.

Niente paura, alla sede del CAI è possibile acquistare carte dei sentieri.
Ci vado, mi dicono che loro trattano solo quelle delle montagne bolognesi; per il versante modenese, Garfagnana e Apuane, che è ciò che mi interessa, mi consigliano la libreria Accursio in via Oberdan.
Dove finalmente riesco a procurarmi gli ancora indispensabili strumenti cartacei.

Con cui, per prima cosa, fisso il punto di incontro fra l’itinerario storico, da Modena, e la mia personale variante, dalla Borgatella di San Lazzaro di Savena. Si tratta della località di Pavullo nel Frignano.
Decido intanto che, a differenza dell’anno scorso, non prenoterò anticipatamente, prima di partire, tutti gli alloggi lungo il tragitto: il viaggio è decisamente più lungo (prevedo almeno il doppio dei sei giorni impiegati la scorsa estate), per cui è necessaria una certa elasticità che mi permetta varianti in corso d’opera, cosa che renderà l’avventura ancora più aperta e ricca di possibilità.

La parte progettuale continua poi con lo studio delle tappe di avvicinamento. Lo strumento davvero prezioso in questo caso è Google Map, che mi indica docilmente lunghezza in chilometri e tempo di percorrenza a piedi di tutte le ipotesi di tragitto che gli fornisco.
Oltre a evitare le vie più trafficate, bisogna cercare i possibili alloggi dove fare tappa, mantenendo una tabella di marcia regolare, senza percorsi quotidiani né troppo lunghi né troppo corti; non è un lavoro semplice.
Prendo nota di diverse possibilità, di alloggio e di percorso, e alla fine l’ipotesi ottimale sembra rivelarsi la seguente:

Prima tappa: Borgatella – Pianoro – Sasso Marconi (Locanda 3 virtù): Km 27,9 – h.5.51′
(Fino a Pianoro è lo stesso itinerario dell’anno scorso, che si rivelò breve; la Locanda identificata ha il vantaggio di trovarsi sul percorso, prima di arrivare a Sasso).

Seconda tappa: Sasso Marconi (Locanda 3 virtù) – Monte San Giovanni – Savigno: Km 25,5 – h 5.49′

Terza tappa: Savigno – Monteombraro – Rocca Malatina: Km 15 – h. 3.34′
Il percorso da Savigno a Pavullo è troppo lungo per una sola giornata: sono orientato, per ora, a concedermi una terza tappa leggera, con una mezza giornata di vacanza ai 580 metri di altitudine del paese noto per i vicini “Sassi” di arenaria, anche se non mancano delle varianti per proseguire.

Quarta tappa: Rocca Malatina – Pavullo: Km 21,6 – h 5.11

Per ora il mio lavoro progettuale termina qui. Per proseguire, oltre a Google Map, avrò ora l’aiuto delle cartine.
A una prima occhiata, dopo una zona un po’ confusa, l’itinerario dovrebbe risultare progressivamente sempre più chiaro, fino a imboccare il sentiero CAI numero 35 esplicitamente denominato “Via Vandelli”.
Cerco di dare, anche alla parte organizzativa, gli stessi ritmi umani e riflessivi caratteristici del viaggiare a piedi, e così il progetto cresce molto lentamente, mentre si avvicina altrettanto lentamente l’agognata ora di chiudere la porta di casa con lo zaino in spalla… e partire!
Il periodo possibile, come l’anno scorso, è quello dalla metà di luglio alla metà di agosto, appena le previsioni del tempo mi garantiscano un seguito di giornate abbastanza stabili.

La libertà di decidere la partenza quasi da un giorno all’altro è uno dei grandi vantaggi di viaggiare da solo.
Anche se, come l’anno scorso, non sarà proprio così. Infatti anche quest’anno mi raggiungerà, lungo il cammino, Massimo, che condivise con me due tappe l’anno scorso. Peraltro, per una felice coincidenza, il tragitto termina proprio nel mare della sua Versilia, e potrò approfittare della sua ospitalità a Forte dei Marmi.
E poi probabilmente mi affiancherà per qualche tratto lo stesso Claudio, che, come dicevo, mi suggerì l’idea della Via Vandelli.
Entrambi con la pazienza di concordare le decisioni relative al possibile momento dell’incontro, che potrebbero anche variare in corso d’opera.
Mi rende felice l’idea di alternare giornate solitarie (soprattutto quelle della lunga marcia d’avvicinamento) con il cammino in compagnia dei miei due amici più cari.

Un’altra felice circostanza (anche se non proprio sicura) mi permettererebbe di assistere a uno spettacolo insolito.
Il lago artificiale di Vagli viene svuotato per manutenzione, periodicamente a cadenza di molti anni, e la prossima estate, secondo diverse voci (tuttavia smentite dall’ENEL), dovrebbe essere l’annata buona. In questo modo avrei l’occasione di ammirare e fotografare l’antico villaggio che vi giace sommerso.

Non mancherò, come l’anno scorso, di pubblicare nella mia pagina Facebook gli aggiornamenti (un paio di immagini e qualche breve impressione, ogni giorno verso sera), sperando di suscitare le stesse straordinarie reazioni di interesse, e poi, al ritorno, curare il racconto dettagliato a puntate su questo blog.

Per ora, a oltre un mese dalla partenza, è tempo di studio e progettazione. E di crescente attesa.
.
.
.
——
Immagine da: ilcamminare.it/2012/la-via-vandelli/

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , ,

Proselitismo

Come sempre, trascrivo in anteprima sul blog l’articolo per la rivista della Co.Ta.Bo. che ho appena terminato e inviato per la prossima pubblicazione.
Per una volta, anche perché a corto di nuovi spunti di fantasia, ho approfittato del pubblico abbastanza nutrito della rivista, che fra l’altro è generalmente benevolo nei confronti dei miei scritti, per rifilargli a tradimento una piccola bordata a carattere ecologico (e nascostamente autobiografica), che sicuramente piacerà meno dei consueti soavi raccontini…

ca

Il collega vegano

.
Il locale era un po’ chiassoso, nella serata di punta del venerdì.
Armando, in arte Capànnori-10 (*), lasciava andare la testa a sensazioni un po’ vaghe, alternate all’intenso e inebriante sapore del mascarpone al cioccolato, degno finale di un’ottima cena solitaria e parzialmente trasgressiva, come quasi tutti i venerdì si concedeva.
Nelle altre sere di lavoro, infatti, portava con sé e si fermava qualche minuto a consumare (peraltro con vantaggio di tempo, denaro e salute), le insalate vegane che preparava con cura prima di uscire per il suo turno di lavoro: patate lesse, porro, mandorle, spezie e olio di semi di lino; oppure pane integrale di farro (comprato in uno dei mercatini contadini dell’associazione ‘Campi aperti’) inzuppato in un minestrone di verdure cotte e crude, noci e olio di oliva a marchio IGP; oppure ancora riso integrale o altri cereali, sempre con ottime verdure biologiche di stagione.
Era diventato vegetariano, poi gradualmente vegano (che significa rifiuto non solo di carne e pesce, ma anche di latte e derivati, uova e derivati), spinto dalla sua antica consapevolezza sulle ricadute ambientali di ogni nostra azione. “La vera politica” ripeteva, “si fa con il portafogli e le scelte d’acquisto.” E aveva appreso già da molto tempo quanto il modello di alimentazione basato sugli allevamenti sia divoratore di risorse (acqua e foraggio per gli animali, mentre ogni giorno muoiono di sete e di fame circa ventiquattromila esseri umani, soprattutto bambini, un’enorme strage quotidiana ignorata sistematicamente dai media), di ambienti (foreste distrutte per nuovi pascoli) e, conseguentemente, degli equilibri climatici necessari alla vita dell’uomo.
Solo in un secondo tempo, soprattutto dopo un incontro pubblico col dottor Vasco Merciadri, aveva appreso quanto l’alimentazione vegana sia anche la più adatta fisiologicamente al nostro organismo, e ne aveva sperimentato i benefici sulla sua stessa salute, confinando definitivamente al passato raffreddori, influenze, allergie e altri acciacchi.

A differenza della maggior parte del popolo vegano, che aveva visto diffondersi sorprendentemente negli ultimi anni, Armando però non era intransigente: si diceva che qualche trasgressione, come quella del venerdì, non inficiava il suo modello che, rapportato su scala mondiale, sarebbe stato del tutto sostenibile e avrebbe evitato tutte le catastrofiche conseguenze di quello attuale, comprese le orrende crudeltà inferte agli animali negli allevamenti intensivi.
La sua cena del venerdì, in locali sempre diversi che scopriva tramite ‘Tripadvisor’, era composta quasi sempre da una pastasciutta, un contorno e un dolce; i piatti di carne proprio non lo attiravano più.

In questo modo si era fatto una certa cultura su trattorie, osterie e ristoranti, cosa che gli permetteva anche di indirizzare con piacere, e senza superflui scrupoli ecologici, i suoi clienti che gli chiedevano consiglio.
Parlava delle sue scelte alimentari solo nei rari casi in cui una conversazione con i passeggeri lo portasse spontaneamente a farlo, e aveva notato che, così facendo, aggiungeva valore ai suoi discorsi e interesse autentico negli interlocutori.

Quel venerdì, dicevamo, Armando si stava concedendo pigramente qualche minuto di benessere e senso di svagatezza, alimentata dal sapore paradisiaco di quel mascarpone; sapeva bene che il lavoro non sarebbe mancato, nelle ore dopo la mezzanotte, tanto che, nonostante la pausa, era quella solitamente la sua serata settimanale più redditizia.
Una ragazza dai capelli corti e dalle braccia completamente tatuate, seduta a un tavolo non lontano, improvvisamente si mise a cantare un’antica nenia nella lingua di un qualche Paese lontano, accompagnata alla chitarra da un giovane barbuto, e la sua voce si impose sul brusio di fondo.
Armando si lasciò rapire da quella nuova suggestione, ponendosi in religioso, totale e devoto ascolto di quella voce e presenza affascinante.
Ben presto se ne accorse anche lei e gli rivolse completamente il suo sguardo e il suo sorriso, mentre il capo si muoveva soavemente in accordo con la melodia.
Fu solo la durata di una canzone, prima che sia lei che Armando tornassero ai pensieri, ai rapporti e alle cose della loro quotidianità, ma bastò tuttavia a fargli perdere del tutto il senso del tempo, e di tutte le ansie sue e del mondo intero.
In quella voce melodiosa, in quel contatto di sguardi e di anime, la vita vibrava ancora, intatta nella sua imprevedibile magia.
.
.
.
– – –
(*) La cittadina di Capannori, in provincia di Lucca, è da molti anni un esempio di buone pratiche ecologiche collettive.
.
.
.
.
——–

Immagine da: campiaperti.org/2013/10/07/petizione-per-un-mercato-di-campiaperti-in-piazza-verdi-2/

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Salvo Mandarà visita Franz-blog

.
.
.
Finalmente, e improvvisamente, questo blog si risveglia dal letargo in cui è caduto dopo il tradizionale racconto di capodanno; una pausa di silenzio così lunga non c’era mai stata nei suoi quasi dieci anni di vita.
Direi che i motivi del risveglio, a congiurare felicemente, ci sono tutti, a partire dalle giornate di assoluto incanto che da ieri ci sta regalando questa nuova primavera, stagione del risveglio della vita e della bellezza.
Ma c’è un motivo più contingente e più pressante: il web-reporter Salvo Mandarà (vedi qui il suo sito), da me spesso citato in queste pagine, ha voluto rivolgersi personalmente ai lettori di questo blog, per invitarli a seguire il tour che si accinge a compiere, e al relativo incontro di presentazione, che si svolgerà sabato prossimo, 16 aprile, all’hotel Royal Carlton di Bologna, in via Montebello, 8.
Il tema del risveglio, quello delle coscienze, è infine presente anche in tutta la preziosa attività di Salvo, come fonte di informazione libera su svariati argomenti, anche grazie a molti suoi collaboratori fissi o estemporanei, nonché di iniziative di rivendicazione di una vita più libera e degna, rispetto a quella che tentano di imporci i grandi gruppi di potere.

Non mi resta che cedergli la parola, sollecitando tutti ad ascoltarlo con attenzione e a raccogliere i suoi inviti.
.
.

.
.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , ,

Un Capodanno d’aria (sèguito)

santuario-di-san-luca-2

.
Attenzione! Per chi non ha letto il prologo: clicca qui.
.
.
.
Nella mia vita c’è tuttavia un altro rituale, di molti anni più antico sia della prima apparizione di Christine che della nascita di questo blog.
Si tratta della corsa podistica amatoriale dallo Stadio Dall’Ara alla Basilica di San Luca, con partenza alle nove e trenta del primo gennaio, orario in cui la massa vociante e allegra di due o trecento podisti contrasta, singolarmente, con la quiete tramortita della città.
Il segno che questo evento ha lasciato e continua a lasciarmi nel ricordo è così forte, che la zona adiacente lo stadio, e soprattutto la parte finale di via Saragozza con il suo portico, ormai è per me inscindibilmente legata a tali atmosfere.
Il percorso ufficiale è quello attraverso lo stesso famoso portico, lungo da qui poco meno di tre chilometri di ripidissima salita, ma io preferisco anticipare abbondantemente la partenza e fare il tragitto collinare di sette chilometri lungo la via di Casaglia. Anzi, da qualche anno applico un’ulteriore variante: vado a lasciare inizialmente l’automobile nel parcheggio presso la basilica, poi effettuo correndo dapprima la discesa lungo il portico e poi la lunga salita collinare, così da avere una base d’appoggio all’arrivo per asciugarmi, cambiarmi la maglietta, e indossare la giacca a vento, evitando di restare congelato durante il canonico brindisi collettivo, abitualmente ripreso dalla telecamera di RAI3 regionale.

Un altro contrasto, con l’atmosfera dei veglioni da non molto conclusisi, è quello della luce diurna, soprattutto in una magnifica mattina di sole com’è stata questa, il modo migliore per cominciare l’anno lasciandosi inondare dallo splendore e ossigenare dall’aria, che fra l’altro va purificandosi dallo smog man mano che si sale ansimando.
Durante la salita, inizialmente solitaria, capita poi, progressivamente, di incontrare altri podisti, più veloci o più lenti, e di incrociarne altri già in discesa per qualche loro motivo; quasi sempre l’incontro è l’occasione di uno squillante “buongiorno, auguri!” che, a differenza della proliferazione augurale presente su Facebook, giunge al cuore con una vitale ricchezza tonificante.

In tempo utile per non perdermi il brindisi e il ristoro che avverranno presso l’arrivo, percorro l’ultimo breve ma micidiale strappo di salita che precede l’area di parcheggio, posta su un pianoro rialzato, duecento metri prima della basilica.
La bianca Gheparda è lì che mi aspetta luminosa, in compagnia di altre tre o quattro vetture che non c’erano quando l’avevo abbandonata un’ora e un quarto fa; in fondo al pianoro intravedo anche uno strano e ingombrante aggeggio che non capisco che cosa sia.
Con la soddisfazione di avercela fatta senza problemi, apro la portiera per effettuare le operazioni di asciugatura dal sudore; la temperatura sul cruscotto è rimasta fissa a un grado centigrado, nonostante il sole faccia piacevolmente avvertire un leggero tepore. Mi sento come un rude vichingo, quando, in tale situazione, rimango qualche secondo a petto nudo, rivolto verso il sole, per asciugarmi e indossare il ricambio.
“Buongiorno, auguri!” mi sento esclamare ancora una volta, e la erre moscia dovrebbe già insospettirmi.
Mi volto di scatto, e prima ancora del bel volto dagli occhi verdi, luminoso come il sole, riconosco l’abbigliamento colorato ed eccentrico della mia visitatrice annuale.
“Christine, amica mia!”
“Copriti che dai scandalo, sei seminudo” mi fa.
“Sì, ma poi ti lasci abbracciare!”
“Vedremo, ma fa’ presto, che ho preparato una cosa.”

“Vieni, ti faccio vedere quella strana macchina, laggiù” mi dice impaziente appena sono pronto.
Afferra la mia mano coperta da un guanto nero sottile, e mi conduce a passo baldanzoso verso quell’enorme aggeggio strano là in fondo.
“Ci ho messo tutto il duemilaquindici, a realizzarlo e a collaudarlo, e la coda l’ho fatta stanotte, invece di dormire, dopo che ci siamo messaggiati.”
“Ma che cos’è ‘sto mostro?”
“Oh, piano con le parole, c’est ma créature! Eccolo qua, è un deltaplano a svolazzata assistita, con pannelli solari, micro turbine eoliche e batterie leggerissime ad alta capacità.”
“Sei incredibile, amica mia. Veramente incredibile.”
“E adesso ti mostro la coda, l’ultima realizzazione.”
Si avvicina a un grande malloppo avvoltolato di plastica semitrasparente recante delle enormi lettere blu scuro, legato con due cavi al mostro, e comincia a svolgerlo. Compare una grande “S”, poi una “I”, poi una “A”. Christine si volta e mi guarda, divertita come una bambina.
“Hai indovinato?”
“Boh…”
“Il freddo ti ha congelato il cervello, era da dire.”  E continua l’operazione: una “M”, una “O” poi, separata da un po’ di spazio, una “T”… Si volta ancora verso di me: “Et alors, e allora?”
“Sia-mo-t… Ma sìììì!!!” e non so se ridere o piangere di gioia: “SIAMO TUTTI DEI POVERI STRONZI, sei fantastica, Christine… non vedo l’ora di vederti partire in volo con il mio messaggio all’umanità!”
“Quoi??? Cosa??? E avrei lavorato tanto per fare un giro sopra la tua città da sola? Tu vieni con me, mon ami: ci si sta in due, e anche belli stretti, per ripararci dall’aria gelata.”
Un brivido di vertigine, paura ed eccitazione insieme, mi attraversa a quell’idea così pazzesca, e so che non potrò sottrarmi.
“Dai, aiutami, che lo portiamo sulla rampa di lancio. E in fretta, se vogliamo farci riprendere in tempo dalla televisione.”
Proprio davanti al muso di Giovanna Ezechiela, c’è una siepe che delimita l’area di parcheggio da un piccolo burrone, esposto verso la campagna e la zona industriale di Casalecchio di Reno, queste ultime sormontate da un velo di foschia violacea.

Per le sue dimensioni, l’attrezzo è straordinariamente leggero, e la sua ala a forma di delta color vermiglio, mentre trasportiamo il mostro, fa un bel contrasto con l’azzurro del cielo.
Lo appoggiamo quasi in bilico sul bordo del burrone, nell’unico punto non protetto dalla siepe, poi Christine comincia a sistemarsi con cura, sdraiata a pancia in giù, nell’essenziale abitacolo posto sotto le ali e dietro un piccolo quadro dei comandi.
“Et voilà!” esclama tranquilla alla fine: “Ora ti indossi per bene la tua cuffia di lana e ti leghi sopra anche il cappuccio della giacca a vento, poi ti sdrai sopra di me e assicuri i polsi e le caviglie a queste corde, come ho fatto io.”
E’ perentoria, non mi resta che obbedire, e lasciare che tutte le emozioni di questa nuova avventura mi pervadano.
Con molta attenzione controlla che io mi stia assicurando bene, mentre sono combattuto fra la paura di schiacciarla e il piacere di quel proibito contatto col suo corpo, sia pure isolato da numerosi strati di vestiti.
E alla fine siamo pronti, mentre il mio cuore batte più forte di quanto non abbia fatto nei sette chilometri di corsa in salita.
Proprio come l’arbitro Gennaro Olivieri a ‘Giochi senza frontiere’, Christine prende fiato, poi grida:
“Attention… trois, deux, un…” e aziona il silenzioso ma potente motore elettrico, che ci fa decollare dritti e sicuri.
La terra si allontana sotto di noi, il panorama si allarga, con la cara immagine della chiesa di San Luca che troneggia in primo piano sul Colle della Guardia. E un vento gelido, sempre più forte, soffia contro la piccola parte scoperta del viso e contro le mani, che i guanti non bastano a proteggere. Vorrei cingere con le braccia la mia amica, e stringerla forte, ma, come in un sofisticato gioco erotico, quelle cinghie me lo impediscono.
Dietro, la coda con la scritta, come negli aerei che sorvolano le spiagge d’estate, si è srotolata perfettamente.
Christine, con sicurezza, vira decisamente verso la basilica, finché non scorgiamo, una cinquantina di metri più in basso, la piccola folla che si è già assiepata sulla scalinata prospicente la piazzetta dell’entrata principale, per effettuare il brindisi davanti alle macchine fotografiche e alla telecamera di RAI3.
Come un’onda che attraversa quell’assembramento umano, vediamo prima un volto, poi rapidamente un altro, un altro ancora, e alla fine tutti, voltarsi strabiliati da quell’inatteso spettacolo, proprio ora, un attimo prima del brindisi augurale.
Solo in alcuni visi, allo stupore si sovrappone il sorriso e il riso, mentre in altri prevale il disagio. Accanto al cameraman, alla base della scalinata, il maestro di cerimonie, un tipo dell’organizzazione sempre molto più attento agli effetti televisivi che alla spontanietà della festa, è visibilmente contrariato, e ci fa ampi gesti di volare subito via, mentre all’operatore non sembra vero poter catturare, con l’occhio della telecamera immediatamente puntato contro di noi, un evento così curioso.
E noi, da veri guastafeste invece di allontanarci ci avviciniamo, perdendo anche un po’ di quota, e  cominciamo a gridare, all’impazzata: “Eeeehii, siamo tutti stronziii, ma noi voliamooo!”; “Auguriii, buon annoooo, da due stronzi volanti e feliciiiii!” e ridiamo come dei matti, ubriachi di aria di luce e di vita.
Poi, lasciando tutti quegli uomini e donne al loro stupore in parte divertito, riprendiamo quota e voliamo via, in direzione del Parco della Chiusa (ancora conosciuto col vecchio nome di Parco Talon), mentre Bologna ci appare in tutta la sua estensione con le sue torri antiche e moderne, che non riescono a perforare la lieve cortina violacea sotto il cielo azzurrissimo.
“Tutto bien?” mi grida Christine.
“Sì, congelato ma felice” le grido.
“Adesso atterriamo, che devo mostrarti un’altra cosa.”
Non ho tempo di pensare se l’idea mi piaccia o meno, che già vediamo avvicinarsi vertiginosamente il pratone più esteso del parco, popolato da pochissime persone altrettanto strabiliate da quell’inatteso e silenzioso spettacolo di Capodanno.
L’impatto col terreno è piuttosto duro, e il mio pensiero va subito a lei, che, sotto il mio peso, temo abbia la peggio.
“Come va, ti sei fatta male?”
“No, niente paura, mi sono allenata anche a queste botte.”
Mi slego, con tutta la rapidità che mi permettono le mie dita intirizzite e smonto da quella macchina strana.
Si libera anche lei, e ci ritroviamo nuovamente in piedi, a sgranchirci gli arti e riavviare la circolazione del sangue nelle mani e nei piedi.

“Ora ti porto al caldo, se vuoi” mi dice.
“E questa dove la mettiamo?”
“No, ti porto a bordo del deltaplano, in una stagione calda.”
“Guarda che i tropici sono un po’ lontani” ribatto perplesso, non comprendendo dove vuole arrivare.
“Francesco, ieri ti ho fatto l’esame, ma evidentemente non ti ricordi bene il nostro primo incontro.”
“E che cosa avrei dimenticato?”
“Non ti ricordi che ti mostrai il tuo passato e futuro?”
“Certo.”
“Voilà, in questi anni ho affinato la tecnica, e con questa macchina ora sono pronta a portarti dove vuoi, nel tempo, magari a raddrizzare qualche episodio che ti dà un po’ di dispiacere, lo so che il tuo passato riemerge spesso alla tua coscienza. Vedi qua, nel cruscotto, tu imposti data, ora e luogo, e ci prepariamo per un altro decollo in modalità spazio-tempo.”
Conoscendo la mia amica so che parla sul serio, e mi toccherà ora affrontare un’emozione ancora più forte.
“Decidi un episodio che hai vissuto, possibilmente in una stagione calda; e il volo dovrà essere breve, perché quella modalità scarica in fretta le batterie, e non possiamo rischiare di restare per sempre nel passato.”
L’enormità della proposta mi fa sentire smarrito, ma cerco di usare il cervello per non sprecare un’occasione così fantastica.
“Et alors?”
“Allora, ascolta, mi sta venendo in mente la finale.”
“La finale di che?”
“I mondiali di calcio, quelli con Bearzot e Pertini, in Spagna.”
“No, niente da fare, troppo lontano.”
“No, non hai capito, sto pensando a quella sera, quando proposi a mio padre di vedere con me la partita in tivù, ma non a casa, in un locale pubblico, per fare il tifo in mezzo alla gente. Poi però per colpa mia arrivammo un po’ tardi, in quella veranda di un bar, e ci toccò sederci negli ultimi posti, un po’ lontano dal piccolo schermo.”
“Bien, le sai le coordinate?”
“Sì, era l’11 luglio 1982, la partita cominciò alle otto di sera. Sul bar invece ho qualche dubbio, era nel quartiere Mazzini credo.”
“Se vuoi possiamo andare a cercarlo.”
“Lasciami pensare un attimo, non voglio sprecare l’occasione.”
E’ difficile richiamare ricordi così lontani, ma collegando diversi particolari mi convinco che si trattasse di un bar nei pressi del Parco dei Cedri.
“Très bien, sarà possibile atterrare in un prato vicino.”

“Alors, adesso imposti le coordinate, mentre stacco la coda con la scritta, che non serve più; poi lasciamo qua le giacche a vento e le felpe, e si vola verso quella serata d’estate così speciale.”
Mi tremano le mani, e non solo per il freddo, mentre digito la data l’ora e l’indirizzo su quel piccolo computer di bordo.
Poi è il momento di alleggerirci, e già pregusto il contatto ravvicinato con lei, che intanto vedo smacchinare sulla struttura dell’essenziale abitacolo.
“Che cosa fai?” le chiedo.
“Sto sistemando le corde per volare affiancati, in estate non avremo più bisogno di stare appiccicati.”
“Ah, peccato, vorrei dirti che c’era il temporale…” ribatto sornione, e un po’ deluso.

Il decollo, senza l’aiuto di un burrone, è un po’ più complesso, ma dopo un po’ di falciatura di erba ci troviamo di nuovo e rapidamente sollevati, diretti a Est verso San Lazzaro, mentre il cielo ha assunto un colore molto più smorzato e il sole alle nostre spalle è velato di foschia, vicino all’orizzonte opposto a quello dove l’avevamo lasciato.
Laggiù vediamo le strade con un po’ di traffico, e qualche piccola persona sui marciapiedi, alcuni con minuscole bandiere tricolori al seguito, che si recano ad assistere alla finale a casa di amici o al bar. Sembra quasi di percepire l’attesa di quello storico evento.

Atterraggio nel parco, fra molti volti incuriositi. Evitiamo spiegazioni, leghiamo la macchina del tempo a un albero e ci dirigiamo in fretta al bar su via Cracovia.
“Buonasera, possiamo già occupare due posti in veranda per la partita?”
“Sì, ho appena aperto, e ci sono già alcuni posti occupati.”
“Senta” fa Christine sfoderando tutta la sua femminile arte di convincimento, “noi non possiamo fermarci, per favore potrebbe dire a due nostri amici, che arriveranno alle sette e quaranta, che quei due posti davanti sono per loro?”
Il barista è perplesso: “E come faccio a riconoscerli?”
“Si tratta di un ragazzo magro, di nome Francesco, e un signore più basso e un po’ tarchiato, anziano, che si chiama Giovanni. La prego, faccia questa buona azione, sono due brave persone, se lo meritano…”
Il sorriso luminoso di Christine è un’arma infallibile, e alla fine piega le ultime perplessità del barista, tanto che è lui stesso a riporre degli oggetti sopra due sedie in seconda fila.

Usciamo felici e complici dal bar a recuperare il deltaplano.
“E adesso come facciamo a controllare?” le chiedo un po’ angosciato.
“Verifico le batterie” mi risponde, “e se ci riesco, senza decollare facciamo un salto nel tempo di due ore e mezza e veniamo a dare un’occhiata.”
“Sei grande, amica mia.”

Furtivamente, mentre tutta Italia e una fetta di mondo è attaccata ai teleschermi, alle nove e venti siamo nuovamente presso il bar, e ci infiliamo cercando di non farci riconoscere all’entrata della veranda.
Eccole là, quelle due figure care del passato, con lo sguardo teso verso il piccolo teleschermo; il sussulto di emozione e tenerezza del mio cuore è indescrivibile, ma è improvvisamente sovrastato da un altro sussulto: Marco Tardelli segna il due a zero contro la Germania, e corre impazzito a gridare la sua esultanza, quelle immagini che tutti ricordiamo.
E quella gioia, Christine e io, ora siamo riusciti ad amplificare anche su quel padre e figlio in seconda fila, che insieme a tutti gli altri sono balzati in piedi urlando, e poi si sono abbracciati.
.
.
“Grazie amica mia” le ho detto poi, con la voce rotta dal pianto.
Eravamo intanto già tornati nel presente, nel parcheggio di San Luca, e la bianca e ignara Gheparda era sempre lì in mia attesa.
Le ho proposto di passare insieme la serata, come l’anno scorso, ma Christine ha detto di no, che voleva volare nel suo albergo, non mi ha detto dove, a ricaricare le batterie del deltaplano per il lungo volo di ritorno nella sua Champagne-Ardenne, e che io la sera dovevo lavorare con il taxi.
L’ho abbracciata, senza parole, finché lei non si è staccata cercando di nascondere un’emozione che non le avevo mai letto prima in quel volto espressivo e in quegli occhi verdi.

Poco dopo l’ho vista decollare silenziosamente, questa volta da sola, contro il cielo azzurro. E son rimasto a lungo a salutare, con la mano, quella mia fantastica, aerea, volatile, vitale, inafferrabile amica.
.
.
.
.
——
Immagine da: tourarounditaly.altervista.org/santuario-madonna-san-luca/

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Un Capodanno d’aria (prologo)

whatsapp-hero

.
Siamo fatti di fragili elementi, tenuti insieme da innata energia vitale e ciclici rituali.
E’ dal Capodanno 2010, dunque da sei anni che, in modi diversi e sempre un po’ magici, mi viene a trovare Christine; è ormai un appuntamento irrinunciabile, sicuramente per me; e mi piace pensare anche per lei, se è vero che non è mai mancata (a parte un anno in cui si manifestò molto amaramente tramite la sua assenza).
Anche lavorare col taxi per poche ore, fa parte del mio personale rito di fine anno; esordio in questa edizione per ‘Gheparda Giovanna Ezechiela’, brillante sostituta dell’indimenticata ma assai cagionevole Cavallona; e poi rincasare prima che si scateni l’insana, rumorosa e pericolosa euforia forzata e collettiva.

E’ anche piacevole, in quelle poche ore, scarrozzare per la città casuali sequenze di persone accomunate, in modi molto differenti, dall’aspettativa di attimi diversi e magari anche un po’ emozionanti, sindrome da ‘Sabato del villaggio’ per intenderci.
Un sabato del villaggio limpido: l’aria, miracolosamente tersa, restituisce le mille luci e le poche ombre con felice nitidezza, dopo l’oppressione di tanta umidità, foschia, nebbia a banchi e diffusa, da troppe sere in qua.
E intanto, in quelle corse che si succedono, va aumentando la mia ansia d’attesa per la nuova imponderabile ‘epifania’, cioè manifestazione, di Madame Christine, che lo scorso primo gennaio, cioè esattamente all’altro capo di quest’anno morente, mi riservò la dolcezza di una serata a tu per tu per strade e osterie bolognesi, e di un contatto fra due anime come mai fra di noi era avvenuto prima.

Che fai, dove sei, ormai è l’ora di chiudere bottega, e un lieve sgomento si fa strada in me sulla strada verso casa.
Qualche sms di auguri, di quelli veri, sul mio antidiluviano telefono Nokia, mentre il tablet in dotazione sul taxi continua a emettere segnali, di nuovi messaggi e commenti pubblicati su Facebook.
Pochi si sottraggono alla tentazione di scrivere frasi d’auguri, condite da immagini rubacchiate in rete o faccine sorridenti, nel desiderio di ricevere in risposta tanti riconoscenti attestati di simili auguri, e sentirsi un po’ più vivi, e partecipi, e solidali.
Qualcuno, nell’ambito del gruppo Facebook dei colleghi tassisti, lamenta il blocco dell’applicazione WhatsApp; la cosa mi riguarda ben poco, dato che i miei corrispondenti in quella modalità, appunto tramite il tablet, si contano sulle dita di una mano.

Ed è proprio per questo che, improvvisamente, rimango molto sorpreso da quel tipico fischio umano modulato elettronicamente, segnale appunto di un messaggio in arrivo.
All’uscita dalla rampa della tangenziale mi fermo appena possibile, con un lieve incremento delle pulsazioni cardiache, apro l’applicazione e leggo, in corrispondenza di un numero di telefono sconosciuto, preceduto da un’icona con i colori dell’arcobaleno:
“Ce l’abbiamo fatta anche questa volta, uff, le contact est restauré, sono intervenuta personalmente su un server in Argentina per sbloccare l’applicazione. Comment ça va?”
Digito un po’ furiosamente:
“Bene, mia cara, ero in pensiero, ma ora va meglio. Che intenzioni hai quest’anno, mia Signora di Baux?”
“Ecoute-moi, ascoltami bene. Ti farò un piccolo esame sui nostri incontri passati, sei pronto?”
“Ma certo, madame” rispondo, sperduto in quest’angolo desolato della prima campagna nell’ultima notte dell’anno.
“Ricordi che tempo faceva quando ti sono apparsa la prima volta, e sono entrata nel tuo taxi?”
“Come no, pioveva che Dio la mandava.”
“Bravo Francesco, dunque acqua, n’est-ce pas?”
“Acqua, certo.”
“E poi, l’anno seguente, ti rappelli, ti ricordi?”
“Dunque, sì, è stato l’anno di quel fantastico falò ai Giardini Margherita, e tu e io a danzare intorno al fuoco, era il Capodanno del 2011.”
“Très bien, le feu, il fuoco. E l’anno seguente?”
“Ricordo bene anche quello: mi lasciasti invano ad aspettare nello stesso prato, in una gelida e cupa notte in balia dei miei ricordi, finché non cedetti a un insano torpore.”
“Sdraiato sulla terra, n’est-ce pas? Dunque, acqua, fuoco, terra. Che cosa abbiamo lasciato in sospeso in tutti gli anni seguenti?”
“Facile, amica mia: l’aria. Manca un Capodanno d’aria.”
“Bravo, mon ami. Il 2016 sarà il nostro Capodanno d’aria, di un’aria fine e luminosa. Solamente una cosa devi dirmi: qual è il messaggio che vorresti mandare alla faccia del mondo?”
“Mah… Qualcosa come: ‘Siamo tutti dei poveri stronzi’ potrebbe andare?”
“Perfaitement, mon ami.”
“Ma quando ci vediamo, come?”
“Prima di quanto tu credi, attendimi! ”
“Va bene, ti aspetterò ancora un po’, come sempre, Christine.”

E’ passata da poco la mezzanotte, e mi chiedo con insistenza quando e come lei stia per riapparire, puntualmente, nella mia vita.
.
.
.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 1 commento

Un mio bilancio del 2015

1430393945327_Bilancia

.
Negli ultimi anni, gradualmente, ho preso l’abitudine di inviare a una nutrita lista di amici, antichi e recenti, insieme con i miei auguri natalizi, alcune mie considerazioni generali, in tema prevalentemente ecologico, corredate da qualche link a pagine internet significative.
Quest’anno ho deciso di dedicare a tali considerazioni il presente articolo sul mio blog, per linkarlo al messaggio augurale, ottenendo così diversi vantaggi: non costringere nessuno a leggerle, permetterne l’accessibilità all’intero universo della rete, e non pormi limiti negli approfondimenti.

Cercherò comunque di mantenere lo stesso tono confidenziale degli anni passati, che credo possa facilitare sia la mia stesura che la lettura.
E, per farlo, comincerò parlando del mio personale bilancio, come ospite fisso sulla giostra della nostra Terra, mentre termina un altro giro intorno al sole.
.
.
Il bene più grande, quello della salute, mi ha accompagnato ancora, e ha forse segnato ulteriori progressi, insieme a quello della serenità di fondo, tanto che mi viene a volte da pensare di stare vivendo, in una fase della mia vita che comincia anagraficamente a intravedere l’età anziana, il periodo più sereno mai conosciuto prima.
Mi piace parlarne qui, soprattutto per estendere il discorso su come sia maturato questo prezioso frutto, e sugli insegnamenti che il cammino intrapreso mi ha offerto.
L’antica abitudine all’ascolto delle mie istanze più vere e profonde, ormai da qualche anno mi ha portato a privilegiare su tutto il resto la ricerca della calma, della capacità di una sana lentezza, e di livelli di riposo profondissimo e molto gratificante, che quasi sempre raggiungo dedicandovi molte ore ogni notte.
E’ peraltro una scelta di rinuncia, in netta opposizione al continuo condizionamento alla produttività e alla fretta tipico della nostra cultura occidentale.
Ho quasi smesso di scrivere su questo blog, a cui in anni non lontani dedicavo tante e tante ore; la pubblicazione del libro, nonostante mi abbia dato inattese soddisfazioni, non ha avuto altro seguito (il mio primo romanzo, iniziato sullo slancio dell’entusiasmo, è fermo a pagina trentuno da oltre due anni); una propensione alla scrittura di poesie, che sembrava risvegliarsi da tempi lontanissimi, si è pure arenata dopo due sole prove e mezza partorite quest’anno…
Men che meno ho avuto la spinta a dedicarmi a nuove attività stabili di vita associata, in campo politico o di volontariato o di altri interessi (come potrebbe essere quello per il canto corale o per il gioco degli scacchi), limitandomi a una certa assiduità quotidiana nell’assumere e diffondere informazioni via internet, grazie anche a quel vituperato ma potente strumento chiamato Facebook.
Insomma un cammino essenzialmente solitario e incentrato sulla qualità del vivere e sull’apprendimento (dettato, quest’ultimo, da una spontanea curiosità), a scapito anche della volontà di dare una risposta attiva agli allarmi, che pure continuano a giungermi forti e chiari, dai fronti ecologico e politico.
Questa, ne sono ben convinto, è la strada maestra della mia vita attuale; anzi, l’abitudine a rinunciare a situazioni più attive e socializzanti mi ha fornito un prezioso, nuovo convincimento sull’importanza di privilegiare la qualità sulla quantità.
Penso che, estremizzando il concetto, una sola parola, pronunciata al culmine di un lungo cammino di approfondimento e riappropriazione, possa avere una particolarissima ricchezza di contenuti, di echi, armonia, creatività, e infine un’incisività maggiore, rispetto ad anni spesi in ansioso, frenetico attivismo.
Ma tornerò su tale affascinante tema nelle considerazioni finali di questo scritto.

E’ ora di passare all’argomento più consueto del mio annuale messaggio… ‘urbi et orbi’: quello ecologico.
.
.
Anche in questo campo, l’anno che volge al termine è stato veramente generoso nell’offrirmi sollecitazioni e acquisizioni concettuali, ahimè legate a un acuirsi dell’allarme.
Ho letto o ascoltato dal vivo almeno due personaggi autorevoli dichiararsi convinti dell’ineluttabilità di un vero e proprio collasso dell’umanità.
Uno è lo scrittore spagnolo Arturo Pérez-Reverte, capace di intelligente ironia ma convinto, aggiungerei piuttosto cinicamente, che la letteratura possa avere solo un ruolo consolatorio (vedi qui): “i libri non possono (più) cambiare il mondo, però servono come analgesici; non eliminano il dolore, ma aiutano a sostenerlo e permettono di resistere dalla retroguardia. Insomma, i libri non sono la soluzione, ma una consolazione.
L’altro è il padre della ‘Decrescita felice’, il filosofo Serge Latouche (vedi qui): “Quando ho iniziato a fare delle conferenze sulla decrescita pensavo che si dovesse cambiare strada prima del collasso, ma ora sono sempre più pessimista, penso che non lo eviteremo: dobbiamo prepararci al dopo collasso, e speriamo che il collasso non sia totale e ci sia la possibilità per l’umanità di avere un futuro, di inventare un nuovo futuro.

E’ stato, e lo dico appena di sfuggita, l’anno dell’enciclica “Laudato si'”.
Ma anche del convegno parigino ‘COP21’: nel blog di Beppe Grillo è stato definito, con abbondanti motivazioni, ‘il grande imbroglio’ (vedi qui).
Da parte mia penso che questi due eventi, sia pure così diversi fra loro, abbiano avuto il grande merito di portare un po’ di attenzione del mondo sul tema che dovrebbe essere il più dibattuto dalla nostra generazione: quello della sopravvivenza della nostra stessa specie.

Ma per me, soprattutto, è stato l’anno di due importanti incontri, capaci più di ogni altra cosa di modificare la mia conoscenza e coscienza sull’allarme ambientale.
Ho avuto la fortuna di assistere alla proiezione del film di denuncia ‘Cowspiracy’, e successivo dibattito, durante la settimana di tournée alla presenza di uno dei due registi, Kip Andersen.
La tesi del film, suffragata da una quantità di dati, tabelle e grafici da fonti attendibili, è che il vero flagello per l’ambiente, in termini di sconvolgimento climatico, fame e sete nel mondo e distruzione della biodiversità, è la diffusione sconsiderata degli allevamenti, insieme alla depredazione degli oceani. Soltanto una conversione globale a un regime di alimentazione prevalentemente vegana permetterebbe un’immediato sollievo, e un’oggettiva possibilità di soluzione all’apparente corsa verso la nostra autodistruzione. Il film denuncia le principali organizzazioni ambientaliste, fra cui anche Greenpeace, di gravi omissioni in questa fondamentale campagna d’opinione, a causa dei condizionamenti da parte delle lobby mondiali degli allevatori e della pesca su scala industriale.
Nella versione sottotitolata in italiano, il film continua ad apparire e scomparire su Youtube, incontrando regolarmente il blocco da parte della casa di produzione (a cui fa capo anche, come produttore esecutivo, il benemerito Leonardo Di Caprio). Chi volesse visionarlo, e attualmente non lo trovasse su Youtube, può scaricarlo o richiederne il dvd, a prezzi molto accessibili, sul sito del film (vedi qui); è inoltre a disposizione sulla piattaforma televisiva Netflix.
Prima di citare il secondo grande incontro, vorrei aggiungere che la mia esperienza, ormai di alcuni anni, di dieta prevalentemente vegana, necessariamente accompagnata da una continua attività di informazione alimentare e personalizzazione, lungi dall’essere un austero sacrificio, si è rivelata innanzi tutto prodigiosa per le condizioni generali di salute, ma anche, sembra paradossale, l’inizio di una nuova passione per i piaceri della tavola, che evidentemente sono incentivati da un regime molto più vicino alle richieste naturali del nostro organismo.

E vengo al mio secondo incontro in campo ecologico.

Sapendo che il mio amico Massimo (che qualcuno ricorderà mio compagno di cammino la scorsa estate) era fra i principali organizzatori di un convegno di due giorni a Camaiore, nella sua Versilia, l’iscrizione mi è sembrata irrinunciabile, sapendo fra l’altro di poter contare sulla sua ospitalità.
Si è trattato di un incontro con le tematiche, e relativi rappresentanti, del movimento internazionale delle Città in Transizione (Transition Towns) di cui ero già a conoscenza (vedi qui). Lo scopo del gioco è dare vita, grazie a una sorta di certificazione, a piccole o grandi comunità locali, intenzionate a darsi pratiche e strumenti condivisi che ne aumentino la ‘resilienza’, cioè la capacità di adattarsi al mutare anche traumatico del contesto generale, che l’esaurirsi delle fonti di energia fossili lascia facilmente prevedere.
Sono andato al convegno con una buona dose di scetticismo, prevedendo di dover ascoltare cose lette e rilette, e che, nella loro molteplicità, non recepiscono l’appello chiaro e univoco degli autori di ‘Cowspiracy’, a concentrare gli sforzi sul problema dominante, cioè la produzione e il consumo sostenibile, dunque vegetale, del cibo. Ero anzi orientato a stare sulla difensiva, per minimizzare il mio coinvolgimento in tavoli di lavoro e promesse di impegno futuro.
E’ andata molto diversamente: lo spirito tangibilmente sincero e positivo impresso all’incontro mi ha ben presto conquistato. E mi sono ritrovato, cosa rara per la mia timidezza, a dire la mia con disinvoltura in alcuni dei sottogruppi in cui, di volta in volta, i circa settanta partecipanti venivano smistati e coinvolti, con moderne tecniche di socializzazione; e ad ascoltare con grande interesse gli interventi degli ospiti a ranghi riuniti.
Gli argomenti trattati sono stati moltissimi, ma le eredità più immediate sono state per me la conoscenza della società Retenergie, in cui ho poi investito un po’ di risparmi; quella dei relativi cugini di E’ nostra, che sta diventando ora il mio fornitore di energia elettrica invece dell’ENEL; e infine, e soprattutto, l’acquisizione su basi scientifiche del quadro della situazione mondiale delle risorse, illustrato da Jacopo Simonetta (che ha sostituito all’ultimo momento Ugo Bardi).
Con grande chiarezza e in pochi minuti, sono state illustrate molte realtà che ignoravo, e la cui conoscenza ritengo indispensabile per chi abbia una sana curiosità e voglia vivere responsabilmente il nostro tempo.
La breve conferenza è stata ripresa e caricata in rete; chi vuole condividere questa mia ricchissima esperienza, può dunque farlo, posizionandosi dal minuto 15’25” in poi su questo filmato.
Se poi qualcuno è schiavo della fretta di cui parlavo all’inizio, linko qui le schede che hanno illustrato l’intervento. Una in particolare, di quelle schede, mi è rimasta impressa come massima sintesi di quello che ho appreso in quei due giorni. E’ questa:

eroei

Senza le opportune premesse risulta oscura, ma la cosa importante è quella linea rossa, che indica la quantità di energia a disposizione pro-capite nel tempo, ed è destinata a precipitare (!) nei prossimi due decenni.
Difficile immaginare gli sconvolgimenti sociali, politici e di stile di vita di un evento del genere, quando, prima ancora che il cambiamento climatico porti le sue conseguenze più drammatiche, ci verranno a mancare gran parte dei prodotti che siamo abituati e spinti a consumare, e, fra questi, anche quelli alimentari.
Un blog molto aggiornato su questa e simili tematiche è quello di Ugo Bardi (con frequenti interventi dello stesso Simonetta) che si può trovare cliccando qui.

.
Prima di passare all’ultimo macro-argomento, mi piace segnalare come il film ‘Cowspiracy’ sia stato proprio ieri l’oggetto di una proiezione pubblica, destinata ai partecipanti del convegno ‘Verso la Transazione’ di cui ho appena parlato, chiudendo in qualche modo quel cerchio che mi sembrava restare aperto all’inizio della mia partecipazione.
Ma altre due proiezioni sono state effettuate, sempre in questi giorni e su iniziativa del Movimento 5 Stelle, presso il Parlamento europeo e quello italiano.
E questo mi sembra un ottimo spunto per passare, esauriti i temi delle mie condizioni personali e dell’ecologia, a quello della situazione geo-politica.
.
.
Che è anche l’argomento più ostico: è ipotizzabile che la complessità del nostro presente, a cui in fondo non è difficile far risalire la crisi planetaria delle risorse, non abbia eguali nella storia.
Ma comincerò dedicando qualche parola alla situazione nazionale, che è un tantino più semplice.
.
Siamo una provincia di due imperi, strettamente connessi fra loro: quello militare americano, ovvero la NATO, per il quale rappresentiamo da sempre un’importante base strategica per la nostra posizione geografica; e quello finanziario globale, che, a differenza del primo, ha uno dei suoi stati maggiori nel cuore dell’Europa.
Il governo attuale, così come, con modalità diverse, tutti i precedenti, è piegato alla volontà di questi due imperi.
E si distingue per un inedito e violento attacco alle conquiste sociali avvenute nel secolo scorso (quando, guarda caso, le risorse del pianeta sembravano infinite), una dittatura mediatica che fa impallidire quella di Silvio Berlusconi, e un accentramento progressivo del potere, tramite un altrettanto inaudito attacco a quella Costituzione, frutto, nell’immediato dopoguerra, del lavoro appassionato di alcuni nostri grandi patrioti, verso cui forse non siamo stati abbastanza riconoscenti.
L’elettorato, come sappiamo, è diviso in tre grandi blocchi: quello renziano, pigramente seduto sui messaggi dei media di regime (e su una sedicente quanto rinnegata tradizione di sinistra); una destra chiusa al progresso, ottusa, xenofoba; il Movimento 5 Stelle.
Poi ci sono, certo, anche sussulti dell’ennesima rifondazione della sinistra più nobile, ma non sembrano avere peso elettorale.
Chi mi conosce, e chi ha seguito questo blog, sa che da tanti anni sono un convinto sostenitore dapprima di Beppe Grillo, poi del movimento da lui e Gianroberto Casaleggio ideato.
Durante quest’anno, grazie alle capacità comunicative dei giovani bravissimi pentastellati finalmente manifestate in tivù, i loro consensi sono andati progressivamente aumentando, rendendo sempre più incerto l’esito di eventuali elezioni politiche.
Dato che, a differenza di molti attivisti e sostenitori, non sono un tifoso che ha perso la capacità di critica, riconosco alcuni difetti sostanziali al Movimento, in particolare l’attitudine al pensiero aziendalista di un manager come Casaleggio, che tende a valorizzare persone del tutto ligie a una sorta di pensiero unico (ce ne sono comunque tanti di enorme valore) e invece ad attaccare, emarginare e anche epurare violentemente, altri esponenti dalla personalità troppo autonoma.
Lungo sarebbe anche il discorso sull’effettiva validità di quel modello di democrazia diretta su base telematica, auspicata e occasionalmente esercitata, e piuttosto pericolosa, come sostiene anche mio fratello Davide nell’ambito di un articolato saggio sulla democrazia (vedi qui).
Resta il fatto che abbiamo la fortuna di una decisiva forza politica attenta ai temi della sovranità (militare, economica, industriale e alimentare), della solidarietà, degli allarmi relativi all’ambiente e alle risorse, tutti temi tanto fondamentali quanto colpevolmente trascurati dalle altre compagini. E poi sono onesti, appassionati, e interessati essenzialmente al bene comune, a differenza di quasi tutti gli altri.
Un’ultima aggiunta, per chiudere un altro cerchio: al convegno di Camaiore ‘Verso la Transizione’ era presente, e l’ho potuto conoscere di persona, il deputato 5 Stelle Mirko Busto, che fra l’altro è poi andato a Parigi in occasione del COP21.
.
Non mi resta ora che tentare qualche considerazione sul difficile quadro internazionale.
.
La nostra attenzione, ai due capi dell’anno che sta finendo, è stata monopolizzata dagli attentati parigini, Charlie Hebdo e Bataclan.
Gli organizzatori dei due eventi, sulla scia di una tradizione ormai consolidata dall’11 settembre 2001 in poi, sono riusciti perfettamente nel loro intento che, ben lontano dalle conclamate rivendicazioni religiose o politiche, non era altro che destare un’ondata generalizzata di emozione, quella che, come ho già scritto su questo blog, non sono in grado di produrre invece altre tragedie molto più cruente e quotidiane, a causa del disinteresse di comodo dei media.
In entrambi i casi, alcune voci libere che si possono ascoltare in rete, hanno messo in dubbio, secondo me in maniera convincente, i protagonisti, la dinamica stessa e l’effettivo tributo di sangue dei due eventi, sostenendo la tesi del cosiddetto ‘false flag’, cioè di messe in scena da parte di organizzazioni vicine ai servizi segreti e capaci di controllare i canali informativi.
A questa tesi dedicai già un articolo qualche tempo dopo Charlie Hebdo (vedi qui), mentre, per quanto riguarda i fatti parigini più recenti, segnalo ora questo breve video a firma Tommix (vedi qui) e, soprattutto, questo lungo dibattito fra il web-reporter Salvo Mandarà e due ‘esperti’ in materia: Angelo Terra e Rosario Marcianò (vedi qui).

Siamo soggetti a continue informazioni parziali e deviate, e a suggestioni collettive, in un’epoca in cui la comunicazione è diventata strumento di invasione delle nostre coscienze da parte di chi ne ha il potere.
Al di là dei condizionamenti, allora, quale può essere la fotografia della situazione geo-strategica mondiale?
Credo che una buona chiave di lettura ci possa giungere da Giulietto Chiesa, grazie alla competenza da lui maturata in tanti anni di attività giornalistica internazionale, nonché alla sua familiarità con un luogo dall’altra parte della barricata, la Russia di Vladimir Putin.
Secondo Chiesa, gli attori principali sulla scena sono gli Stati Uniti, Israele, la stessa Russia e la Cina.
Gli Stati Uniti sono attualmente la principale potenza militare, e stanno attuando una politica di espansione calcolata e aggressiva, dovuta sia alla necessità di prorogare il collasso della loro società opulenta retta ormai sul nulla, cioè sull’emissione di una stratosferica quantità di denaro, sia al profilarsi di uno scontro all’ultimo sangue per il controllo delle risorse mondiali (che come sappiamo stanno precipitosamente esaurendosi) contro l’unica potenza emergente che, nel giro di alcuni anni, sarà capace di contrastarli, cioè la Cina.
Gli americani starebbero cercando di forzare i tempi per assumere vantaggi strategici prima che i cinesi siano pronti a tale scontro finale.
Al loro fianco, sia pur tenuto parzialmente a bada da Barack Obama (nonostante l’influenza degli ebrei americani) c’è Israele, di quel criminale di Benjamin Netanyahu, e della popolazione che continua a eleggere governi sanguinari e violenti come il suo: alla stregua degli Stati Uniti, Israele ha una politica imperialista, che persegue il progetto della ‘Grande Israele’ sulla spinta anche della tradizione religiosa del popolo eletto da Dio. L’oppressione sistematica e straziante dei palestinesi è solo un ponte di passaggio verso la conquista di altri territori (vedi qui).

Nel piano di colonizzazione americano si è inframezzato tuttavia un terzo incomodo, la Russia di Putin, l’unico grande statista degli ultimi tempi, che ha sparigliato quel piano con la sua strategia, dapprima nei territori russofoni dell’Ucraina, poi ora in Siria grazie all’unico reale efficace attacco al Califfato (dietro cui si nascondono sporchi interessi occidentali, per l’appunto smascherati da tale attacco), e con la dimostrazione di un livello di tecnologia militare avanzatissimo.
Ma anche con la capacità di misurare attentamente le reazioni alle provocazioni, come nel caso dell’attentato all’aereo malaysiano MH17 al confine fra Russia e Ucraina, e ora all’abbattimento del proprio bombardiere da parte della Turchia.

Una buona e avvincente campionatura del pensiero di Giulietto Chiesa, che ho in qualche modo qui riportato, si trova in questa intervista, ad opera ancora una volta di Salvo Mandarà (vedi qui).

gc

Da molti anni, lo stesso Chiesa sostiene l’esistenza di una ‘cupola’ a livello mondiale, una sorta di club dei superpotenti, poche decine di persone, capaci di indirizzare e decidere le sorti dell’umanità intera.
L’idea è suggestiva, ma puramente (e un po’ oniricamente) teorica; pochissimi giorni fa ho invece avuto modo di ascoltare l’intervista fatta da Claudio Messora a un altro personaggio, che, grazie alla sua esperienza all’interno della massoneria, ci offre valide tracce di conoscenza di una rete di associazioni sovranazionali, per l’appunto massoniche, che potrebbe a mio parere incarnare a sufficienza quella specie di plancia di controllo e di comando planetaria.
Sto parlando di Gioele Magaldi (definito ‘Gran Maestro del Grande Oriente Democratico’) che, in quell’avvincente filmato (vedi qui l’intervista e qui la sua biografia), rivendica un ruolo libertario e progressista avuto storicamente da tale movimento iniziatico, e la sua attuale deriva aristocratica e liberticida.

Tornando un attimo dalle nostre parti, già diversi anni fa in questo stesso blog (articolo pubblicato il 7 settembre 2012, vedi qui), ipotizzavo l’influenza su Gianroberto Casaleggio, ma anche su Beppe Grillo e Marco Travaglio, di una diramazione massonica per così dire ‘buona’, cioè responsabile e autenticamente progressista.
Dopo aver ascoltato l’intervista a Magaldi, credo di aver avuto ora più di una conferma nell’identificare in quest’uomo il tramite di tale posizione di pensiero.
Alcune parole d’ordine del programma a 5 Stelle sono riprese alla lettera; non solo, ma il blog di zio Beppe ospitò nella pagina principale un’altra intervista allo stesso, nell’ambito del ‘Passaparola’ del lunedì (vedi qui); e infine, leggo nella sua biografia: ‘Nei primi anni ‘2000 opera come imprenditore e manager nel campo dell’editoria e dell’information technology, presiedendo i consigli di amministrazione di alcune società del settore’, cosa che rende quanto mai probabile una sua frequentazione (e magari l’iniziazione…), fin da quei tempi, del suo collega Gianroberto.
Mi fermo qui, la digressione è stata fin troppo lunga, e comunque, a livello nazionale, non cambia molto il quadro generale, anzi, sia pure con tutte le perplessità del caso, ho l’impressione che lo arricchisca positivamente.
.
.
E’ l’ora, per i pochi che hanno avuto la pazienza di seguirmi fin qui, di giungere a qualche conclusione di questo mio bilancio generale del 2015.
.
La calma olimpica e serena che ho descritto come obiettivo del mio cammino, e resa sostanzialmente più vicina durante quest’anno, sembra contrastare profondamente con il quadro catastrofico, che l’evolversi della situazione mondiale dipinge più che mai, sia in campo ambientale che geo-politico, a chi ha gli strumenti per osservarlo.
Mi si potrebbe accusare di cinismo, di un rinchiudermi egoistico nella classica torre d’avorio, ma non credo che le cose stiano così.
Sicuramente gran parte di quelle mie piccole o grandi conquiste personali derivano dall’aver assecondato la mia specifica e più autentica spinta vocazionale; ed è come avvertire una risposta positiva del mio organismo, simile al senso di sazietà dopo un buon pranzo o di benessere dopo un’ora di corsa podistica.
Ma penso che affrontare con serenità e gioia di vivere un presente così inquietante sia possibile anche in considerazione di un altro fatto, connaturato con il nostro essere uomini: la grande possibilità che ci è data di intervenire positivamente nella compagine sociale, possibilità che va molto al di là delle nostre intenzioni, rendendoci dunque potenzialmente capaci di imprimere svolte di indirizzo collettivo impensabili.
Il paragone che vede ciascuno di noi come piccolo componente di un unico organismo vivente non rende affatto questa idea: sapere di essere il frammento di un’unghia non mi permette di pensare di poter influire sulla salute generale dell’organismo stesso.
C’è un’altra immagine, che invece mi piace evocare: quella di una rete di stazioni rice-trasmittenti.
Ognuno di noi può migliorare la qualità, sia dei segnali ricevuti, eliminando i rumori di fondo e orientandosi verso le fonti più sostanziose (in termini di conoscenza ma anche più genericamente di energia vitale), sia, allo stesso modo, dei segnali trasmessi. Una sana ecologia a livello dell’intelletto, ma anche e soprattutto della salute psico-fisica, credo possa farci progredire enormemente nella nostra innata propensione a comunicare, cioè a trasmettere: concetti, dati, ma anche sensazioni, vibrazioni interiori, energia positiva e creativa. Ne risulterà modificato e arricchito non solo il contesto umano della nostra vita quotidiana (e direi che questa sia un’esperienza comune), ma ritengo anche, per fenomeni di consonanza di cui ci sfugge la modalità scientifica, qualche parte dell’intera collettività presente nel mondo, …e non mi spingo qui a ipotizzare addirittura un superamento dei limiti temporali, come la fisica quantistica sembrerebbe indicarci.

Se è vero questo, l’avventura del nostro vivere si tinge di colori ancora più intensi, e la speranza non sembra poi una virtù così peregrina.
.
.
.
—–
L’immagine iniziale è tratta da comune.pontassieve.fi.it/opencms/opencms/Contenuti/Categoria_primaria/comunicati/2015/aprile/Evento_13417.html

.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento