Cronache di un tassista in guerra: capitolo 2

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Mercoledì 18 gennaio
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Lo scenario è quello di una replica.
Dopo alcune assemblee improvvisate in zona Fiera, ieri sera e questa mattina, è la volta di un nuovo raduno generale all’Estragon: nuovamente gli spazi estesi e alquanto desolati del Parco Nord, resi ancora più tristi da uno dei pomeriggi più cupi, grigi, foschi e gelidi di questo inverno.
La distesa dei taxi già parcheggiati, quando arrivo, è un po’ meno imponente dell’altra volta; penso che sia importante ritrovarsi a fare il punto della situazione, nonostante il protrarsi, in questi giorni, degli incontri fra governo e nostri rappresentanti.

Non si tratta di una replica, me ne rendo conto presto.
La volta scorsa le voci più accese, a contestare atteggiamenti troppo morbidi dei nostri sindacalisti e rappresentanti delle due cooperative, erano state contrappuntate da altri interventi che avevano di fatto rinsaldato lo spirito di squadra e di categoria; oggi, invece, il contrasto fra la cosiddetta ‘base’ e quelli seduti dietro il tavolo monopolizza il dibattito.
E’ un dato di fatto che il blocco dell’attività, che sta avvenendo nelle altre città più importanti, da noi trova una risonanza (anche e soprattutto mediatica) molto debole, nel ricorso, per ora, ad assemblee di durata limitata, e a una sostanziale prosecuzione del servizio.
Ma è vero, d’altra parte, che una strategia di contrattazione, sostenuta dal ricorso alla mobilitazione in maniera ‘soltanto’ calibrata e mirata, è indispensabile per ottenere dei risultati che una lotta senza quartiere difficilmente è in grado di portare a casa, anche perchè la guerra potrà essere molto lunga, considerando i due mesi di tempo utile per eventuali emendamenti dopo la pubblicazione del decreto-legge.
Cosimo Quaranta della CNA, Franco Sarti di UNICA-Taxi, Riccardo Carboni presidente della Co.Ta.Bo., devono rintuzzare gli attacchi di quelli che si mostrano più delusi e soprattutto arrabbiati.
E ci riescono con piglio ed argomenti che a me convincono, quanto meno sulla loro rivendicazione di non avere traccia di secondi fini, oltre che delle difficoltà del loro impegno. Riferiscono con particolare trasporto, e nel silenzio attento dell’uditorio, di aver avuto contatti telefonici con alcuni rappresentanti nazionali sensibilmente spaventati di dover affrontare, dopo la controparte governativa, la folla inferocita dei manifestanti a Roma.

Non ci sono votazioni, questa volta, ma solo l’avviso di tenersi pronti ad assemblee permanenti nei tre posteggi principali: Piazza Maggiore, Stazione ed Aeroporto, nel caso la risposta del governo alle nostre controproposte, attesa a breve, sia insoddisfacente.
Mi avvicino al tavolo per versare i miei venti euro di contributo alle spese, e per chiedere come partecipare alla campagna comunicativa di affissione sulle fiancate dei taxi degli adesivi con gli slogan.
Mi dicono che al momento è finita; non sto a chiedere perché mai non sia stato avvertito quando era possibile partecipare (e come me molti altri, visto che più della metà delle nostre vetture ne sono sprovviste, cosa che ritengo piuttosto grave).
“Ti sono piaciuti?”
Ad essere sincero non mi sono piaciuti: così così gli slogan, pochissimo i colori scelti, di scarso impatto, troppo simili alle campagne di pubblicità commerciale di chi normalmente sceglie di aderirvi.
Cerco di cavarmela: “Beh, mi sono piaciuti più i nostri di quelli del CAT…” (cioè dell’altra cooperativa).
“Ma sono gli stessi!” mi gela l’interlocutore.
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Venerdì 20 gennaio
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Il Consiglio dei Ministri è riunito ad oltranza per emettere il decreto sulle liberalizzazioni.
Le nostre proposte sono state definite ieri ‘ragionevoli’ dal Sottosegretario che le ha ricevute, cosa che sembra aprire qualche speranza di raggiungere un accordo.
Mentre nella nostra città, come era logico aspettarsi, il servizio è continuato in attesa del testo del decreto, sono giunte da Roma le notizie, le immagini e le voci degli irriducibili, che apparentemente in massa, hanno contestato con violenza i nostri stessi rappresentanti.
Michele Santoro, nel ‘Servizio Pubblico’ che ho ascoltato come sempre ieri sera tramite Radio Capital, ha affermato che, “con tutto il bene e la comprensione che si può nutrire verso i tassisti, il ricorso alla violenza e soprattutto quei passamontagna a coprire i volti sono inaccettabili“. Come dargli torto?

Prima di cominciare la mia serata di lavoro cerco ripetutamente in Rete informazioni sull’esito della riunione governativa.
E arrivano segnali estremamente contraddittori, riguardo ai punti fondamentali, cioè cumulo delle licenze in mano ad un solo soggetto, mantenimento del vincolo territoriale e della giurisdizione dei Comuni.
Non so che cosa pensare, che cosa aspettarmi: mi sembra che stiano giocando a dadi, a dama, o a figurine, con il mio futuro, e con quello di tutti i miei colleghi nel Paese, in nome di un rilancio dell’economia, ipotesi che, come ha sottolineato il mio amico blogger Luca, fa ridere chi ha conservato un po’ di buon senso.

Nella mia ricerca di informazioni e commenti in Internet mi imbatto anche in altri argomenti di attualità, in particolare la cosiddetta ‘rivolta dei forconi’.
Il silenzio del tardo pomeriggio casalingo aiuta la riflessione; mi è impossibile evitare di vedere un nesso fra gli aspetti sovversivi di entrambe le proteste, e di pensare ad infiltrati nelle file dei tassisti in rivolta a Roma.
E ricondurre il tutto ad altri episodi: la contestazione in Val di Susa, e il 15 ottobre romano degli indignati a cui partecipai, finiti cupamente in guerriglia.
Mi decido a scrivere un breve commento in proposito, intitolato ‘Occhi aperti’ e schierato a favore dei sindacalisti, sul forum della Co.Ta.Bo.

Comincio la serata di lavoro aspettandomi che arrivino, come sempre via sms e messaggi su video-terminale, le comunicazioni dei rappresentanti.
Mi perverrà solo, ripetutamente, l’invito ad attendere la versione definitiva del decreto.
Infatti, al termine della seduta-fiume del Consiglio dei Ministri, l’unica novità sarà quella conferenza-stampa, in cui viene dichiarato che è stata accolta la nostra richiesta di depennare il cumulo delle licenze, perché, dichiara il Sottosegretario Antonio Catricalà con un candore estremamente sospetto, abbiamo recepito il potenziale rischio di concentrare l’attività in mano a gruppi di potere.
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Sabato 21 gennaio

Alle due del pomeriggio arriva finalmente un sms dalla Co.Ta.Bo.: “Nonostante le dichiarazioni rassicuranti della conferenza stampa del governo ed in attesa di un testo definitivo, le OOSS nazionali confermano il fermo per il 23″. Concentramento alle 8.30 al Parco Nord.
Su Internet trovo ancora una volta l’ultima bozza del decreto, che in effetti (e non entro questa volta nel dettaglio) sembra fugare gli aspetti più minacciosi delle nuove disposizioni.
E trovo anche, col passare delle ore, i resoconti sommari da parte di varie testate, che contraddicendosi comicamente le une con le altre, presentano le novità come una sconfitta, o come una vittoria, o come un pareggio, dei tassisti e dei loro rappresentanti.
E trovo infine, con grande gioia e conforto, il nuovo breve post di zio Beppe Grillo, intitolato ‘Io sto con i tassisti’ (vedi qui).

Anche l’aria che si respira fra i colleghi, quando comincio la mia serata di lavoro, sembra di prudente ma evidente sollievo: l’impressione complessiva è che il ciclone annunciato abbia prodotto solo danni trascurabili.
E’ presto per tirare le somme della vicenda, ma la mente riflette, e non si può fermarla.
Mi chiedo a chi abbia fatto gioco causare l’inevitabile reazione di persone, sottoposte molte ore al giorno a un lavoro usurante, e minacciate di esproprio del capitale iniziale e della propria fonte quotidiana di reddito.
Mi chiedo quale parte abbiano giocato le pressioni della Confindustria, e se l’ammorbidimento del decreto sia stato considerato alla fine il male minore, di fronte alla reazione clamorosa della categoria e al rischio eccessivo di turbativa dell’ordine pubblico nazionale.
E, se è vera quest’ipotesi, mi chiedo se alla fine non abbiano avuto ragione quelli della linea dura, intransigente, quelli che hanno bloccato l’attività, a Roma, a Milano, a Napoli, con sacrificio personale, mentre noi si continuava a lavorare.

Ci sarà tempo per fare luce su tutto questo, o almeno provarci.
Intanto comincio a prefigurarmi la mattinata di lunedì (ma verrò a sapere solo via Internet, a fine serata, le modalità della manifestazione, e il fatto che sono invitati al Parco Nord anche tutti i tassisti di Toscana, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige).
Potrebbe trattarsi già dell’atto conclusivo di una guerra che prometteva di essere molto, ma molto più lunga.
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Immagine da: http://www.romacapitalenews.com/taxi-disagi-al-centro-alemanno-questura-intervenga-per-evitare-blocco-citta/

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Cronache di un tassista in guerra: capitolo 1

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La guerra annunciata dal governo Monti contro i tassisti è dunque cominciata: credo si possa considerare, come relativa dichiarazione ufficiale, la bozza del decreto sulle liberalizzazioni, pubblicata giovedì 12 gennaio.
Sarà inevitabilmente una guerra molto aspra, probabilmente lunga, forse con ripercussioni inattese riguardanti addirittura l’intero quadro politico e sociale.
Questo blog, naturalmente, ne racconterà a più riprese l’evoluzione e lo farà, come è nel suo tipico stile, tramite lo sguardo intimista e soggettivo tipico di un diario personale aperto, il cui autore ha ricevuto una chiamata alle armi e ha deciso di non sottrarsi alla lotta, per una causa giusta, prima ancora che decisiva riguardo la propria stessa vita futura.
Chi, sulla falsariga di tanta stampa e tanta politica di regime, pensa che si stia trattando di una difesa corporativa di privilegi, non troverà nei miei resoconti delle argomentazioni contrarie alle sue: tali controargomentazioni, da parte di chi conosce sulla propria pelle le problematiche in ballo, sono di un’evidenza tale che saranno date per scontate.
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Giovedì 12 gennaio

Ho cominciato a lavorare un po’ più tardi del solito, oggi, quasi a ridosso dei giornali-radio serali. Che annunciano le prime clamorose manifestazioni di protesta dei colleghi nelle principali città: Roma, Milano, Napoli.
Di lì a non molto la centrale della Co.Ta.Bo. diffonde ripetutamente sui nostri terminali l’avviso di due assemblee spontanee, che avranno luogo alle dieci, in contemporanea nei posteggi di Piazza Maggiore e dell’aeroporto.
Sono quasi le nove e mezza; l’ultima corsa mi ha portato nel quartiere Mazzini. Trovo un punto per sostare indisturbato in un’area di rifornimento; apro il cofano, recupero il recipiente con la solita insalata vegana di farro, che ho imparato a mie spese a non dare in pasto al motore (almeno per quanto riguarda i sacchetti di plastica che un tempo l’avvolgevano).
E’ quasi fredda: l’effetto ambientale termico è stato neutralizzato dalla temperatura gelida di questa notte di pieno inverno.

Alle nove e quaranta, mentre sto raccogliendo col cucchiaino gli ultimi chicchi di farro, arriva una chiamata: Stazione di San Lazzaro.
Pochi secondi per decidere. La confermo, sperando che poi mi porti in centro e non mi faccia tardare troppo all’appuntamento.
Paura di dare un’immagine di menefreghismo ai colleghi, da una parte; bisogno di arrotondare l’incasso di una serata magra e probabilmente già finita, dall’altra.
Cerco di correre più che posso; i semafori sembrano accanirsi con la loro fissità implacabile.
A destinazione trovo già un altro taxi, e una folla vociante che mi si accalca intorno, avida di essere trasportata: il treno per Bologna-Milano è stato bloccato qui, a seguito di un incidente; sembra si tratti dell’ennesimo suicida sui binari di un’Italia ogni giorno più disperata.

Le quattro persone che carico, tutte molto gentili, hanno appena familiarizzato fra loro; temono di perdere la coincidenza, tanto che a nessuno dispiace la mia guida forsennata verso la stazione di Bologna.
Lasciati a destinazione in breve tempo i miei passeggeri, mi precipito all’appuntamento.
Alcuni taxi parcheggiati fanno capolino fin dalla confluenza su via Rizzoli; un giovane collega (un tipo un po’ eccentrico, politicamente piuttosto impegnato, decisamente a destra), dà un’immagine di grande efficienza indicandomi dove parcheggiare, là in fondo a quella distesa oblunga di auto bianche che occupano ordinatamente una parte della piazza.
Il manipolo di colleghi riuniti in assemblea, oltre cinquanta persone in piedi, giacconi imbottiti, alcune cuffie di lana calzate in testa, staziona circa a metà della consueta area di posteggio.
Alcuni esponenti sindacali alternano il ruolo di solisti con quello di direttori d’orchestra.
Ben presto capisco che il clima, in barba alla temperatura gelida, è arroventato.
Una parte dei presenti esige clamorose azioni immediate di protesta, come quelle di cui giungono gli echi, in diretta, da altre città.
N., in particolare, urla la sua collera, e ce n’è per tutti, tanto che un boato corale a un certo punto zittisce una sua fiammata verbale impetuosa contro un collega.
I sindacalisti, più o meno tutti su una stessa lunghezza d’onda, invitano ad usare la testa e non solo l’impulso: dobbiamo calibrare l’azione, non possiamo bruciare tutte le cartucce subito, in una guerra che si presenta lunga; dobbiamo mostrarci decisi nella protesta ma anche disponibili al dialogo, se vogliamo portare a casa qualche risultato.
Molti dei presenti sembrerebbero invece propensi all’atteggiamento di chi non ha ormai più niente da perdere e vuole buttarsi a capofitto in una lotta senza quartiere.
Voci critiche verso i sindacati, accusati di scollamento dalla base, vosi critiche verso l’intera categoria dei tassisti bolognesi, definiti “per conformazione genetica” troppo accomodanti e rinunciatari.
Avverto un leggero tremito delle gambe, non certo di paura, ma dovuto al freddo unito alla precedente tensione accumulata per l’ansia di arrivare in tempo.
Mi ritrovo senza dubbio nella linea attendistica e  moderata, indicata dei sindacalisti, che mi sembra di percepire animati da finalità sincere.

L’assemblea tende a morire di morte naturale; si proseguirà, per le prossime ore, caricando a singhiozzo, con intervalli di dieci minuti, i clienti che si presentano a piedi, e accettando tutte le corse via radio; e domani pomeriggio assemblea generale.
E’ ormai mezzanotte: ben convinto di prendere fra un po’ la via di casa, ed evitare così alla radice possibili situazioni ingarbugliate, mi fermo ancora un po’ a discutere con qualche collega, poi sento chiamarmi: due care amiche di blog, di battaglie sociali e di vita, sono venute a trovarmi e a solidarizzare, dopo aver partecipato a una riunione contro il progetto di quella piccola grande mostruosità cittadina chiamata ‘People mover’.
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Venerdì 13 gennaio

Ero andato a dormire tutt’altro che convinto di andare all’assemblea generale pomeridiana: per esperienza mi sembra un ambito destinato, per sua stessa natura, a grandi baruffe e a scarsissime decisioni.
Ma ben presto, dopo il risveglio, la voglia di partecipare si è fatta irrinunciabile.

Anche forzando un po’ i miei ritmi quotidiani di lenta carburazione, non evito di arrivare con mezz’ora di ritardo sull’orario di inizio, nell’area del Parco Nord, erbosa e spoglia, e tanto estesa che devo percorrerne una buona parte prima di vedere la distesa di auto bianche parcheggiate quasi a perdita d’occhio.
Varco per la prima volta in vita mia l’entrata, sorvegliata da diversi colleghi, di quello stesso grande teatro-tenda, chiamato Estragon, dal cui interno mi sono giunte, in un passato anche recente, le note di importanti concerti rock trasmessi da Radio2.
La discussione è animata nei contenuti, ma molto più pacata nei toni di quanto temevo.
Ancora una volta molte singole voci dichiarano l’intenzione di dare battaglia da subito, senza neanche aspettare l’assemblea nazionale prevista a Roma lunedì prossimo, 16 gennaio, dove i coordinatori dell’assemblea (i diversi sindacalisti e i direttivi delle due cooperative) invitano concordemente a partecipare i più numerosi possibili.
Più di un collega ha la propria proposta, su come manifestare. Tutti a stazionare solo nei tre posteggi principali, Piazza Maggiore, stazione ed aeroporto. Chiudere la centrale radio, filtrando solo le chiamate d’emergenza da e per gli ospedali. Viaggiare adagio tutto il giorno in tangenziale. Accamparsi col sacco a pelo dentro le nostre vetture. E via proponendo.
E ancora una volta accuse ai sindacalisti di scollamento, a volte addirittura, esplicitamente, di interessi di parte.
Un collega, di un paio di anni di servizio più giovane di me, parla con il cuore in mano, dichiarando che è la prima volta che lo fa davanti a un pubblico. La sua testimonianza è così viva, misurata e sofferta che conquista gli applausi più calorosi della giornata.
Un altro, più anziano, è altrettanto sincero e non nasconde le difficoltà economiche, con i pagamenti di inizio anno, a cui andremo incontro se sceglieremo una qualche strategia oltranzista di blocco parziale o totale dell’attività. E tutta la nostra potente lobby, ne ho l’impressione, è costretta a fare drammaticamente i propri calcoli in tasca…

La scadenza oraria fissata per sgombrare il locale si avvicina.
Ma c’è ancora il tempo per l’intervento che più mi suggestiona: quello di un sindacalista proveniente dal Veneto, che tiene a dichiarare per prima cosa che anche lui campa, come noi, con gli incassi da tassista.
Si mostra, nei contenuti e nell’atteggiamento, positivo, propositivo, dice che c’è qualche motivo di speranza, soprattutto per chi può vantare un servizio efficiente come quello della nostra città.
E mette in guardia su quello che a suo parere è il rischio più grande del progetto governativo: spostare la giurisdizione locale, su contingenti e tariffe, dai Comuni a una authority governativa.
Richiamandosi poi ad un intervento precedente, fa un vero e proprio salto di qualità, ipotizzando niente meno che la nostra guerra, se saprà convogliare altre categorie già particolarmente martoriate, possa puntare anche a scardinare il governo imposto dall’Europa.
Sono parole che mi fanno sognare.

Ripensandoci in un secondo tempo, tuttavia, dovrò tarare i miei sogni sulla realtà: la posizione politica a cui mi sento vicino, quella di ‘rifiuto del pagamento del debito pubblico’, di Giorgio Cremaschi, di Giulietto Chiesa, dei giovani indignati, non è abbastanza popolare da farsi trainante di un movimento di rivolta, che invece potrebbe essere, immagino con un sussulto di repulsione, di stampo leghista nelle intenzioni del pur bravo e suggestivo oratore veneto.
I legami fra la rivendicazione sindacale, a fronte di un attacco alla categoria senza precedenti, e i progetti politici dei partiti e dei movimenti, sono sottili ma quasi inestricabili.
Mi sarà di conforto, e mi farà sentire meno solo, sul versante politico, l’articolo di una collega triestina, indubbiamente più vicina alle mie posizioni, che leggerò su questa pagina.

Il tempo dell’assemblea volge al termine, bisogna trarre le fila, operare la necessaria sintesi.
E la cosa avviene in una maniera che ha qualcosa di prodigioso.
Una mozione dei sindacati, che propongono di cessare qualsiasi manifestazione fino all’assemblea romana di lunedì 16, in vista poi di una nuova assemblea cittadina l’indomani pomeriggio (di nuovo qui all’Estragon) viene messa ai voti.
Mi interrogo a fondo, e vinco la tentazione di passare anch’io dalla parte degli interventisti: alzo la mano a favore della mozione.
E con me lo fa anche la maggioranza schiacciante dei colleghi.

In fondo, se è questione di ‘conformazione genetica’, alla fine è impossibile resistere…
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(Le assemblee previste a Roma per lunedì 16 e a Bologna per martedì 17 sono poi state posticipate rispetto all’incontro fra il governo e le nostre rappresentanze sindacali, fissato per lo stesso martedì 17).
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Immagine da: http://rifondazionelibera.blogspot.com/

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Coraggio!

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A volte sogni di navigare su campi di grano
E nei ritorni quella bellezza resta in una mano
E adesso che non rispondi fa più rumore nel silenzio il tuo pensiero
E tu da lì mi sentirai se grido
Io non ho paura

Il tempo non ti aspetta
Ferisce questa terra dolce e diffidente
Ed ho imparato a comprendere l’indifferenza che ti cammina accanto
Ma le ho riconosciute in tanti occhi le mie stesse paure
Ed aspettare è quel segreto che vorrei insegnarti
Matura il frutto e il tuo dolore non farà più male e adesso alza lo sguardo
Difendi con l’amore il tuo passato
Ed io da qui ti sentirò vicino
Io non ho paura

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Sono questi versi, che ho scelto dal testo della recente canzone ‘Io non ho paura’ (che riprende il titolo del romanzo di Niccolò Ammaniti, e del relativo film di Gabriele Salvatores), scritta da Bungaro e interpretata da Fiorella Mannoia  (vedi qui), ad introdurre un tema, quello appunto della paura, che appare di grande attualità, e sul quale penso siamo destinati a confrontarci sempre più, con l’avanzare di questi tempi di profonda crisi.

Anche per me, questo 2012 si apre con la coscienza di gravi minacce, a ciascuno dei tre livelli di un’ipotetica ‘zoomata’ che, dall’ambito personale, va a quello nazionale, e infine a quello mondiale.

La mia vita di tutti giorni è, inevitabilmente, scossa dagli attacchi che annuncia di sferrare alla categoria dei tassisti il governo di Mario Monti, su sollecitazione del sottosegretario Antonio Catricalà e in difesa, come suo vero ed esclusivo compito, degli interessi dei potentati economici e industriali, nonché, più in generale, di un modello liberista di società che evidentemente non ha ancora finito la propria opera devastatrice.
Non torno ad argomentare la falsità demagogica (e difficilmente contrastabile presso un’opinione pubblica tempestata acriticamente) di tale campagna; m’interessa qui solo interrogarmi e raccontare come vivo tali minacce, sia nei confronti dell’ingente capitale investito quando comprai la licenza, sia, ancor di più, verso una sufficiente redditività, e accettabile qualità, della mia attività lavorativa.
La fredda, meccanica determinazione che mostra l’elegante Primo Ministro, nel perseguire i suoi obiettivi, tende ad indicarmi l’idea che le mie condizioni di esistenza volgano inevitabilmente al peggio.
Tuttavia evito di maledire la situazione che si è venuta a generare, e a voltarmi indietro con l’atteggiamento di chi già ha nostalgia del bel tempo andato; continuo, giorno dopo giorno, il mio lungo processo dedicato ad una grande attenzione e ‘cura’ verso me stesso, di cui parlai già nel blog, che mi regala talvolta qualche splendido fiore di rinascita e rinnovamento e altre volte, in maniera altalenante, qualche angusto senso di continuare a pedalare in salita.
Tengo, naturalmente, gli occhi aperti sull’evolversi della situazione. E questo mi fa intuire che presto la battaglia per la nostra difesa si farà tanto clamorosa da occupare le prime pagine dei giornali.
E ripeto agli amici, oltre che a me stesso, che quel po’ di saggezza che ho conquistato fin qui mi porta a considerare le difficoltà come grandi occasioni di cambiamento.
Mi piace immaginare, forse intuire, certo pregustare, il momento in cui, trovato il miglior adattamento possibile al modificarsi della situazione, ne trarrò un senso di ripresa all’espansione vitale ora seriamente minacciata.
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Allargando il campo all’orizzonte nazionale, la tentazione della depressione si fa, se possibile, ancor più forte.
Se pure in rapido calo, è ancora esageratamente alto il consenso ad un governo che sta mostrando nei fatti, com’era facile prevedere, quale sia lo scopo per cui è stato imposto alla nazione, con l’unico vantaggio collettivo di aver fatto una provvisoria e parziale piazza pulita del Piccolo Teatro degli Orrori che l’ha preceduto per un periodo di tempo interminabile. Lo scopo, dicevo, di salvaguardare gli interessi delle banche e di ciò che ad esse, a livello internazionale, gira intorno.
Qualche azione spettacolare, molto ben studiata, di lotta all’evasione fiscale, insieme alla promessa di una fase-due che rilanci la famigerata ‘crescita’ (sbandierata accortamente nei salotti televisivi), sono un ottimo fumo negli occhi per evitare che la popolazione si renda conto di essere indirizzata al macello, e reagisca di conseguenza. Ma è solo questione di tempo.
Il panorama partitico, intanto, non può che spingere appunto verso una cupa depressione: le forze attualmente maggioritarie nei sondaggi sono quelle che si fanno chiamare di centro-sinistra, ma che hanno scelto di appoggiare, in nome dell’emergenza, le direttive ultraliberiste e ultrailliberali degli aristo-tecnocrati, mentre i protagonisti del Teatro degli Orrori, Lega e Berlusconi, tessono le loro trame di rivalsa, con prospettive oggettivamente ormai grottesche, ma tutt’altro che trascurabili.
Dalla parte di chi non ha smarrito la lucidità c’è Beppe Grillo, capace fin qui di aggregare consensi interessanti, ma forse con il limite di una chiusura intransigente ad altri movimenti che permettano di costituire un fronte comune contro la casta.
E fra i movimenti, quello più illuminato è ancora troppo marginale: alludo all’ ‘Alternativa’ di Giulietto Chiesa e soci; mentre sta crescendo lentamente quell’aggregato che si raccoglie sotto il manifesto dell’insolvenza sociale al pagamento del debito, condotto da Giorgio Cremaschi.
Il tutto mentre, al contempo, sembrerebbero quasi spenti i generali fermenti di riappropriazione dal basso della politica, che raggiunsero il loro apice nella vittoria referendaria e, sia pure con quei maledetti esiti di guerriglia urbana, nell’oceanica partecipazione alla giornata romana degli indignati, lo scorso 15 ottobre.
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Se il panorama nazionale è quanto meno deprimente, procedendo nella ‘zoomata’, quello internazionale appare addirittura sconvolgente.
Con un effetto di inevitabile déjà vu, siamo progressivamente e sistematicamente spinti a concentrare l’attenzione sul nuovo nemico da abbattere, l’Iran di Mahmud Ahmadinejad, la prossima casella, forse insieme a quella siriana, dove lo zio Sam vuole collocare i suoi segnalini a forma di carro armato di un Risiko mondiale reso, ormai, questione di sopravvivenza, in un ecosistema a corto di risorse per continuare ad alimentare l’irrinunciabile stile di vita dei nostri grassi cugini d’oltre oceano, e in parte anche il nostro.
Niente ha smentito le più fosche previsioni circa il rischio di un conflitto mondiale, a causa dei concomitanti e contrastanti interessi sul petrolio iraniano da parte di Cina e Russia, mentre invece si infittiscono i segnali di surriscaldamento della zona, come il sempre solerte zio Beppe Grillo ci indica:

L’Iran non ha digerito le sanzioni che strangolerebbero la sua economia e ha minacciato la chiusura dello stretto di Hormuz dal quale transitano 17 milioni di barili al giorno, pari al 20% del petrolio mondiale che viene commerciato e, per sicurezza, ha fatto dei test per missili a largo raggio. Gli Stati Uniti hanno replicato con l’invio della portaerei USS John C. Stennis. Il Pentagono ha spiegato che “Si tratta di spostamenti che avvengono regolarmente per garantire la stabilità della Regione” (vedi qui tutto l’articolo).

Ma anche non dovesse avverarsi la terribile previsione di un conflitto nucleare, uno sguardo disincantato e appena un po’ informato circa la situazione dei sette miliardi di esemplari dell’homo sapiens, sul pianeta che li ospita, è quasi disperata.
A Durban, sul finire del 2011, in un clima di relativo disinteresse mondiale, si è consumata probabilmente la condanna definitiva all’estinzione, o magari solo a una drastica, formidabile decimazione (nella popolazione e nelle sue condizioni di esistenza), della specie umana, condanna salutata per giunta da una tragicomica euforia per gli accordi raggiunti… (vedi qui).
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Ecco il quadro, spaventoso a ciascun livello io lo osservi, in queste prime settimane del nuovo anno.
Eppure, il termine ‘spaventoso’ è proprio quello che vorrei contrastare, in queste mie considerazioni.
Certo, un senso di responsabilità anche minimale porta a chiamare i pericoli con il loro nome, a non nascondere la testa sotto la sabbia, o davanti al video di un televisore o di un computer, ovvero a non rimbambirsi di acquisti nella stagione dei saldi.
Ma il passo successivo è quello del coraggio, della passione indomabile per la vita e per la bellezza, che annulla la tristezza e la paura, foriere di annichilimento della volontà, e fa continuare a coltivare i fiori del proprio giardino, e a svegliarsi ogni giorno con nuova speranza.
E’ in fondo la nostra natura più autentica a chiedercelo, e a darci segnali di gratificazione e appagamento ogni qual volta ne siamo capaci, sia pure in contesti ogni giorno più drammatici.

Voglio terminare citando una persona molto famosa, nella mia città, una persona che ne ha già viste e passate di cotte e di crude, nei sessantadue anni e rotti della sua vita fin qui. Si tratta di Franco Berardi, detto Bifo (vedi qui il suo profilo su Wikipedia).
E’ scritto da lui l’articolo che, nelle ultime settimane, più di ogni altro mi ha trasmesso il senso di un’operosa e irrefrenabile speranza, frutto dell’uso accorto di grandi capacità intellettive e progettuali.
Parla di monete locali, e, se volete, potete leggerlo anche voi, cliccando qui.
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Immagine da: http://news.tecnozoom.it/internet-e-reti/la-cina-censura-per-due-giorni-piazza-tienanmen-bloccati-twitter-flickr-e-hotmail-post-9023.html

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Capodanno in tonalità minore

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“Va bene, Madame Christine. Dimmi solo una cosa: ricomparirai nella mia vita?”
“Forse. Comunque è stato un bel Capodanno. E non dimenticarti: Vivere.”

Qualcuno forse se ne ricorda ancora: finiva così, esattamente un anno fa, una delle più emozionanti notti di San Silvestro dei miei anni più recenti.
Chissà se ho eseguito a dovere il consiglio e insegnamento di quella diavoletta, visto che da allora non si è mai più fatta vedere, mi veniva da pensare durante le ultime corse dell’ultima sera dell’anno con la Cavallona, come l’anno passato programmate non oltre le ore dieci, ad evitare quella pericolosa elettricità cittadina, sgangherata e fragorosa, tipica della notte degli eccessi.
Mentre, segretamente, speravo fosse lei, per il terzo anno consecutivo e ancora in qualche modo insondabile, a prendere l’iniziativa di manifestarsi, nella mia vita e a bordo della mia fedele compagna di viaggio.

Alle dieci meno cinque saluto gli ultimi passeggeri, auguri di una buona serata e di un buon anno, poi prendo nota dei totali della giornata e spengo il terminale del radio-taxi.
Un insolito senso di solitudine mi colpisce proditorio e improvviso, reso ancor più acuto e stridente dall’insana euforia che avverto fra la gente che anima le strade, elegante nei vestiti ed eccitata negli atteggiamenti.
E’ quasi un riflesso condizionato, o forse è di nuovo lei che ha scelto questa volta di impossessarsi di nascosto della mia volontà, a farmi dirigere le docili e veloci zampe della Cavallona verso i Giardini Margherita, nuovamente là dove Christine mi portò .
Trovo un parcheggio di fortuna fuori porta Castiglione, esco nella notte tersa e fredda e mi dirigo verso l’entrata del parco, e poi, da lì, verso il Pratone, dove esattamente un anno fa avevo visto ardere, insieme con un’improvvisata catasta di legnetti e cartoni, lo sguardo, i piccoli fari delle pupille, il cuore e tutta la figura compresa nella danza e nel canto, della mia fantastica amica.

Il Pratone, deserto, sembra vivere di una sua propria vita austera, sotto un cielo molto più limpido dell’anno scorso, punteggiato di vivide stelle, e striato dai primi fuochi d’artificio, là sopra l’angusto orizzonte cittadino, mentre han già cominciato a echeggiare i botti, per fortuna un po’ smorzati dalla distanza.
Mi dirigo come un fantasma verso la zona più centrale, a cercare le tracce di quella notte, di quel falò, di quella danza.
Dove sei.
E chi sono, io, qui, solo, nel buio gelido, sperduto alla ricerca di un ricordo.

Nulla.
Mi fermo, titubante e perplesso, aspetto.
La tristezza mi avvolge come un pericoloso nemico. Mi siedo sull’erba fredda e non troppo umida.

E mi sembra, dapprima vagamente, poi sempre più distintamente, di intravvedere un fumo, simile a quello che si levava l’anno scorso da quel caldo falò.
E nel fumo un’immagine sembra comporsi.
Sì, siamo a casa dei nonni, una domenica sera. Silvana, forse Luciana, chissà come si chiamava quell’ospite sconosciuta e inattesa, una cantante lirica, a cui i miei parenti avevano appena chiesto all’unanimità di esibirsi per noi, proprio lì nell’ampia cucina.
Avrò avuto cinque o sei anni, e mi sembra ora di rivedere, se non di riprovare, la fissità del mio volto, sbalordito dall’intensità sonora di quella voce melodiosa.

Una scia di luce solca il cielo sopra i Giardini Margherita, molto più simile a una stella cadente che a un fuoco pirotecnico, mentre un’altra immagine, molto più dolce, si sovrappone all’interno di quella specie di schermo di fumo.
Stesso locale, la grande cucina della vecchia casa dei nonni, sempre una domenica, ma di pomeriggio; oltre i finestroni un dolce e tiepido sole di primavera. La nonna è seduta sulla poltroncina di vimini, e mi fa sedere sulle sue ginocchia, poi intona una filastrocca in dialetto, facendomi sobbalzare lievemente a ritmo col movimento delle sue gambe.
E un’altra stella cade dal cielo.

Resto incantato, quasi ipnotizzato, in balia di quell’incontrollabile flusso di ricordi.

Dopo alcuni lunghi momenti di vuoto, la scena successiva che vedo materializzarsi sembra distante mille anni luce dalle precedenti.
Siamo a Padova, nel mio piccolissimo appartamento. E’ lunedì, è cominciata un’altra settimana di trasferta, e ho appena finito di cenare e di lavare i piatti.
Come ogni lunedì sera, mi sposto immediatamente dalla cucina alla cameretta e mi lascio cadere sul letto, accendo con il telecomando il piccolo televisore incastonato nell’anta dell’armadio, mi copro alla meglio, e vengo ben presto avvolto da un sonno che caccia via ogni altro pensiero.

Un torpore simile a quello che ora minaccia sempre più di impossessarsi di me, mentre assisto, seduto in una notte rigida nel mio vecchio Pratone, al susseguirsi dei ricordi che cadono insieme alle stelle di questa fine d’anno.
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Non so quanti e quali ricordi siano caduti, prima che la coscienza mi abbandonasse, prima che l’intontimento avesse la meglio, questa volta però non compensato dal calore di una stanza e di una coperta.
E ho un ricordo molto vago della sirena di un’ambulanza, che non si allontanava ma proseguiva insieme a me, mentre la luce del primo mattino inoltrato di un nuovo anno entrava dal vetro smerigliato.
Forse qualche volto, il vago senso di benessere di una camera calda e di molte coperte, l’ago della flebo inserito in una vena del braccio destro.

E, mentre finalmente la coscienza stava riportandomi nel presente, il volto di un’infermiera, sopra di me, un volto sorridente, calmo, paziente, incorniciato da un caschetto di capelli castani; la sua veste pulita contro le sbarre del lettino.
“Buongiorno” mi fa.
La guardo senza rispondere.
“Buongiorno, ci stiamo riprendendo dalla notte brava?” mi chiede sorridendo.
Non riesco a ribattere, ma quel sorriso è tutto, per me in questo momento.
“E buon anno, ha visto che splendido sole?”
Giro la testa verso la finestra, dove una tenda smorza gradevolmente la luce di un sole nuovo e vividissimo.
“Buon anno a lei” biascico con la voce roca.
“Fra poco passa il medico in visita, ma prima ci tenevo a farle gli auguri.”
“Grazie.”
“E anche da parte di una sua amica che ha telefonato poco fa. Si chiama Christine, e mi ha detto che la verrà a trovare, prima o poi, e ha detto così di tenere gli occhi aperti, che tanto lei non ha novità.”

Mi sforzo di aprire meglio le palpebre.
E, nell’assenza totale di ricordi, caduti tutti in una gelida notte di fine anno, mi perdo nello sguardo, professionale ma molto dolce, di quella giovane donna.

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Immagini da: http://www.stimart.net/web/index.php?option=com_content&view=article&id=21&Itemid=10
e da: http://evola.altervista.org/2011/02/19/persone/

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Pensierino della sera (di Natale)

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Le strade della pace, interiore e sociale, a volte fanno dei giri molto tortuosi, ma non dobbiamo stancarci di percorrerle e di costruirle.
Auguri di grande serenità agli amici vecchi e nuovi di questo blog, e a chiunque, magari solo casualmente di passaggio di qui, siano graditi.
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Immagine da http://www.fter.org/go/

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Dagli al lobbista

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Una campagna d’opinione di dimensioni straordinarie ha convinto in questi giorni gran parte della popolazione italiana che il limite dell’aristo-tecnocrate, nonchè messianico salvatore della patria, SuperMario Monti, sia la debolezza nei confronti di alcune ‘lobby’, la liberalizzazione dei cui mercati renderebbe equa e utile la pazzesca manovra economica, anzi l’attuale, pazzesca manovra economica, visto che la recessione che questa causerà costringerà ad un crescendo di altre manovre sempre più autoritarie.

La gente viene efficacemente portata ad assumere a cuor leggero la necessità di costi collettivi assurdi, come per il ‘Treno ad Alta Capacità’ (questa le dizione corretta) della Val di Susa, o di folli spese militari miliardarie, e a individuare invece nei farmacisti, negli edicolanti e nei tassisti i nemici su cui infierire.

Cavalcano questo tema gran parte degli organi di informazione, come pure il Partito Democratico, quello cioé che sembrava candidato ad assumere la guida della nazione, almeno prima che l’effetto suicida di appoggiare questo ‘governo tecnico’ (istituzionalmente e geneticamente nemico della popolazione, con l’alibi dell’inevitabilità), non lo ridimensioni per l’ennesima volta.
In particolare l’argomento è l’attuale cavallo di battaglia dell’impagabile Pier Luigi Bersani, che non si rende conto di darsi da solo del codardo, quando critica di debolezza Mario Monti per non aver osato, a suo dire, certi provvedimenti che in realtà neanche lui prese come ministro qualche anno fa, ai tempi delle indimenticabili ‘lenzuolate’.

Con metodi scientifici di persuasione siamo portati, di questi tempi, a credere ad una serie di paradossali contraddizioni: risolvere il problema della disoccupazione allungando il periodo lavorativo degli occupati, o agevolando il licenziamento di chi fa un mestiere legato alla produzione; risolvere il problema del debito mettendo al governo i rappresentanti dei principali responsabili della sua esplosiva formazione; invocare il totem della crescita indefinita in una società destinata inevitabilmente a una decrescita, sia per l’esaurimento delle risorse planetarie che per l’impossibilità di continuare a produrre immense quantità di beni inutili e dannosi per l’ambiente; risolvere, infine, la crisi del modello capitalista, che sta affrontando il suo storico, formidabile e definitivo collasso, con ricette di liberismo spinto.

Dall’assordante coro di unanimità si distinguono, solo per chi abbia a disposizione canali meno allineati, cioé gli unici veri amici della verità, alcune voci, come quella di Nicola Di Giacobbe, presidente nazionale del sindacato UNICATAXI:
Le liberalizzazioni non sono quelle di cui parlano politici e stampa; in Italia ai contadini che producono vanno circa venti/trenta centesimi per un kg, che noi paghiamo 2 euro. La risposta della politica? E’ liberalizziamo …i fruttivendoli nelle città? Ai quali, il prezzo viene imposto da chi controlla e specula nella grande distribuzione. Il servizio di trasporto locale ha costi ‘politico-economici’ troppo alti e propongono la liberalizzazione dei taxi che sono solo un servizio complementare al servizio di linea
o quella di Giuseppe  Bortolussi, segretario della CGIA di Mestre:
Vuoi vedere che se il Paese rischia il collasso è colpa delle mancate liberalizzazioni dei taxi, dei farmaci di fascia C o delle edicole? In queste ore stiamo assistendo ad un vero e proprio attacco contro queste categorie, ma è possibile che non ci sia nessuno che alzi un dito e chieda conto alle assicurazioni, alle banche, alle ferrovie o alle società del gas o delle autostrade sul fatto che le liberalizzazioni che ci sono state in questi ultimi vent’anni hanno prodotto aumenti esponenziali di prezzi e tariffe, recando vantaggi solo ai grandi potentati economici che stanno dietro a questi settori?

Credo che proprio qui stia il punto: l’interesse vero, oltre all’utilità di fornire comodi capri espiatori a un’opinione pubblica ingenuamente pronta a osannare l’ennesimo deus-ex-machina, e ora delusa e spaventata dalle sue prime mosse antipopolari, è appannaggio di un altro genere di lobby, molto più vera, potente e pericolosa: quella dei grandi gruppi industriali e finanzari, parente stretta di quella dei politici.

Una direttiva CEE (per la precisione la 2006/123), purtroppo non strettamente vincolante, esclude il settore taxi dai princìpi di liberalizzazione, prevedendo dunque il modello regolamentato in vigore in Italia, come in quasi tutti gli altri Paesi europei (compresi Francia e Germania).
La direttiva è peraltro coerente con la constatazione degli esiti fallimentari di deregolamentazione avvenuti, ad esempio, in Olanda, dove, dopo un primo calo delle tariffe, l’utenza dovette constatare il rapido degrado del servizio e poi una nuova tendenza all’aumento delle stesse, tanto da costringere ad un ritorno al vecchio regime normativo.
Un parlamentare di Futuro e Libertà addirittura ha esaltato il modello americano, senza spiegare la situazione, ad esempio, di New York, dove, cito la risposta di uno dei nostri sindacati (URITAXI) “le licenze sono gestite da pochi miliardari, mentre gli autisti sono dei poveri immigrati sfruttati (per lo più Senegalesi e Pakistani) i quali, per rabbia di fame, sono costretti a vivere una vita infernale, dominata dallo sfruttamento e dall’illegalità.” (Sulla vita di quei poveracci si può leggere questo libro).

Calando il modello sulla mia esperienza quotidiana, mi chiedo che ne sarebbe, ad esempio, degli attuali obblighi, per alcune particolari licenze, di garantire il servizio, tramite turni alternati, nei comuni dell’interland della città che, per relativa scarsità di richieste, i taxi convenzionali sono portati a non presidiare.
Che ne sarebbe, del traffico nei pressi della stazione, dove in certi momenti nella giornata, di bassa richiesta, già l’attuale flotta di taxi ha seri problemi a trovare il posto fisico dove attendere.
Che ne sarebbe del traffico in generale, quando i taxi trovassero tutte le aree di posteggio piene e fossero costretti a procedere e ad ingolfare ulteriormente le nostre strade, che, a differenza di quelle di New York, conservano la loro antica struttura medievale.
Che ne sarebbe della sicurezza, della pulizia, della dotazione tecnologica, dell’effettiva capacità di vetture e autisti incentivati a fornire servizi a prezzi sempre più bassi, e con turni di lavoro sempre più massacranti, in omaggio alla concorrenza.

Ma c’è un paio di ulteriori aspetti, prettamente finanziari, che rendono la proposta di liberalizzazione del tutto allineata a quella ‘logica dei paradossi’ che si diceva.
Il valore di scambio delle licenze, come si sa, è altissimo (tanto che alcuni nuovi tassisti sono operai o impiegati licenziati che hanno ipotecato la propria casa pur di comprarsi la possibilità di campare); ad ogni scambio commerciale di una licenza, una percentuale significativa viene versata in tasse, dunque contribuisce a decrementare il famoso deficit e debito pubblico. Liberalizzare il servizio comporterebbe dunque, insieme con la distruzione dei capitali investiti, un aggravio del problema per la collettività.
Ma non solo. Le modifiche legali, introdotte dallo stesso ex-ministro Bersani, sancirono la possibilità per i singoli comuni di emettere, in funzione delle effettive necessità nel servizio, bandi per nuove licenze ‘a titolo oneroso’, dunque a pagamento, per chi ne è interessato avendone i requisiti; ebbene anche questa possibile fonte di introiti per i bilanci comunali verrebbe a mancare.

Sono molto amareggiato e indignato, nel vedere il mio futuro lavorativo e pensionistico manovrato da interessi falsi ed ipocriti e di facile presa su una popolazione disorientata e spaventata.
Chiedo a chiunque legga queste righe di formarsi una propria opinione critica autonoma e correttamente informata, prima di accodarsi al coro che superficialmente ha imposto la sua voce, in maniera tanto estesa e capillare, in questi giorni.
Ed esorto, per quanto possibile, a contribuire nel diffondere informazioni e opinioni più serie.
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L’immagine di ‘Bersanator’ è presa da: http://www.piddi.it/?tag=bersani

scientifici

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Default per una notte (seconda parte, epilogo)

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Al capolinea del diciannove non c’è nessuno; l’autobus arriva con tre minuti di ritardo, di gran carriera, immagino proveniente dal deposito Due Madonne.
Lungo il tragitto verso Bologna ad ogni fermata sale qualcuno, soprattutto ragazze e ragazzi con lo zainetto, studenti delle superiori. Lentamente l’ambiente si anima; il primo venerdì di dicembre sta faticosamente prendendo forma.

Sceso al Pontevecchio, m’incammino di buon passo verso la vicina via Nadi, mentre un po’ d’apprensione torna a farmi visita.
Eccola, nel suo biancore chiaro e lattiginoso, sembra aspettarmi dopo l’inconsueta notte all’addiaccio.
Nell’avvicinarmici, scorro con sguardo sospettoso la fiancata: nessun segno di vandalismo o di incidente.
Provo ad aprire col telecomando della chiave: funziona.
Entro, chiudo la portiera, inserisco la chiave nel quadro. Coraggio, Cavalla, non mi abbandonare.
Giro la chiave; il motore, docilmente, si accende. Non mi sembra vero.
Aspetto qualche secondo, mentre la spia della batteria resta di nuovo accesa; decido di partire.

La luce del giorno, ma ancor di più il traffico delle otto di mattina, hanno trasformato l’aspetto di queste strade, e il chilometro e mezzo che mi separa dall’agognata meta sembra una distanza infinita. Quando si può procedere vado piano, sfrutto il più possibile l’inerzia, mentre tengo d’occhio in continuazione il cruscotto.
Tutto sembra procedere senza intoppi, in una lenta sospensione. All’ultimo semaforo svolto a destra anziché a sinistra; dopo un po’ capisco che mi sto allontanando e mi maledico: ogni secondo è prezioso.
E infatti, con la precisione di un film di avventure, appena riesco a invertire la marcia si riaccende una spia, poi un’altra.
Ancora un semaforo rosso, mentre vedo, ormai a cento metri sulla mia sinistra, l’inizio della strada dell’officina. E’ una lotta contro il tempo.
Verde. Lo stillicidio delle segnalazioni luminose continua; sento il volante tornare a perdere un po’ della sua elasticità.
Ecco, posso imboccare la strada: la rampa in discesa dell’officina seminterrata è lì, mi accoglie come può, piena di altre vetture in attesa. Mi fermo in cima e spengo il motore. Ce l’abbiamo fatta.

Con tutto il sollievo che si può immaginare, esco e scendo per andare a confessarmi.
Il signor Marino è subito lì, davanti all’ufficio di accettazione, e, benché impegnato con almeno altri due clienti, mi guarda allarmato, vedendomi tornare a poche ore di distanza dalla manutenzione ordinaria appena eseguita.
“Ho combinato un disastro” gli dico con un sorriso complice.
Poi, vedendolo ancora preoccupato: “Sì, sì, ho fatto tutto da solo; appena posso le racconto.”
Tira vistosamente il fiato, poi riprende la conversazione interrotta.

Mentre attendo il mio turno, le auto ferme lungo la rampa riescono a entrare, rendendo così la Cavallona unico intralcio al passaggio, lassù in cima alla rampa.
L’aiutante principale del capoofficina, un tipo che mostra esperienza ma tende a esprimersi in maniera petulante, me lo fa notare e mi chiede di entrare a mia volta nel capannone.
Mi affretto a raggiungere la bestia malata, rientro, inserisco le chiavi, ma questa volta, invece di mettersi in moto, mi risponde gracchiando.
“E’ la batteria” mi fa l’aiutante, che prende in mano la situazione, e facendosi spingere da uno dei due altri giovani che compongono la squadra di lavoro, mette in moto sull’abbrivio, scendendo, e conduce la Cavalla verso uno dei ponti, in fondo al non grandissimo capannone.
Vedo intervenire con estrema rapidità entrambi i giovani, che pure stanno già seguendo tutti i casi clinici di una mattina piuttosto movimentata. Per prima cosa mettono in carica la batteria.
E poi, proprio mentre finisco di raccontare l’accaduto al capo, emettono la sentenza:
“E’ la cinghia.”
“Per forza” mi fa lui con semplicità disarmante, mentre gli finisco di spiegare che tutti gli impianti elettronici andavano in crisi.
L’aiutante, che sovrintende a tutti i lavori e alla dinamica di continuo spostamento ed incastro delle molte vetture, dopo aver visitato il cuore aperto della Cavalla, mi si fa incontro e mi chiede che cosa è successo. Non mi costa molto confessarmi anche con lui, chiarezza innanzi tutto.
Lo vedo, subito dopo, andare a fare la spia dal capo, che lo zittisce con un secco: “Lo so, lo so!”

Mi accomodo in una delle due sedie accanto all’ufficio, leggermente defilato rispetto all’area di accoglienza presidiata dal signor Marino.
Che dopo un po’ mi raggiunge per farmi firmare la scheda di intervento e mi fa:
“Adesso telefono all’ufficio ricambi, in sede; se ce l’hanno vedo di farmela mandare.”

Ce l’hanno, è l’ultima, sono fortunato.

Le tre ore di attesa che seguono meriterebbero da sole un lungo racconto.
Il bar dove decido di andare a fare un po’ di colazione, con una breve passeggiata nel fervore periferico di un normale mattino feriale, è piuttosto animato a sua volta.
Mi colpiscono due tipi anziani seduti ad uno dei pochi tavolini: discutono col tono di chi parla di calcio, mentre i loro argomenti sono la patrimoniale e le pensioni di anzianità.
Il garbo della barista dall’accento un po’ straniero, una visita al gabinetto molto pulito, un tè caldo al limone e una brioche fresca ripiena di nutella (la dieta vegana può attendere) sono un’ulteriore grande dose di conforto.

Rientrato in officina, torno a sedermi in buon ordine nel mio cantoncino, rassegnato a non fare niente per tempi lunghi, cosa che, rispetto alle più nere aspettative, mi sembra comunque la migliore delle situazioni possibili; ad osservare l’affascinante spettacolo di una squadra di lavoro straordinariamente efficiente e motivata, e le dinamiche psicologiche interne ad essa.
Coi tempi che corrono i due giovani meccanici, così stabilmente integrati nel gruppo, ma anche i due più anziani, mi sembrano dei privilegiati, ma poi penso all’orario di lavoro che fanno e a quanto poco tempo rimanga per il resto della loro vita.

Verrò interpellato a intervalli regolari: sia il capo che l’aiutante mi chiederanno se ho voglia di un caffè alla macchinetta.
Vedrò l’aiutante partire alla volta della sede principale con una breve lista di pezzi di ricambio da prendere, fra cui la mia cinghia dell’alternatore, e tornare dopo forse un’ora.
Il signor Marino mi prometterà di prestarmi una batteria nuova per qualche giorno, dubitando di riuscire a ricaricare la mia in mattinata; ma alla fine mi dirà che sono riusciti anche in quell’impresa.
Lo sentirò intonare a voce alta ‘Non c’è più niente da fare’ di Bobby Solo, scherzare a lungo con finta aggressività nei confronti di un suo cugino di passaggio (e giustificarsi a un certo punto rivolgendosi verso di me), fare un urlaccio all’aiutante che non gli stava rispondendo, spiegare molto accuratamente ad un cliente le procedure di controllo richieste dalla Volkswagen circa un piccolo inconveniente sistematico su una vettura nuovissima.
Ripetere per telefono che oggi è una giornataccia, e che anche la segretaria è a casa malata.
Lo vedrò, dopo il breve giro finale di collaudo effettuato con successo dall’aiutante, invitarmi nell’ufficio per farmi il conto.

Mi spiega che ha fatto il possibile per rimettermi in grado di lavorare in giornata, e che nel conto non considera l’operazione di pulitura dai pezzi della vecchia cinghia frantumata.
E mi mostra il totale: ottantaquattro euro e quarantanove.
“Questa volta le rubo io un centesimo” mi dice nel darmi il resto.

Col cuore gonfio di riconoscenza vorrei dirgli che se l’Italia funzionasse come la sua officina le cose andrebbero meglio per tutti. Ma non trovo le parole, o il giusto slancio per pronunciarle, e lo saluto con un semplice “Grazie signor Marino, e ancora buone feste.”
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E’ quasi mezzogiorno quando percorro, estremamente guardingo, la strada verso la tangenziale, ma non basta l’intero tragitto fino a casa, perchè mi passi la paura di un nuovo allarme.
Sarebbe giorno di allenamento podistico, m’interrogo e penso che mi dia più sollievo recuperare un po’ di sonno. Ma poi, quando un timido sole velato si fa largo nel cielo della prima campagna, cambio idea. Ci sta anche la corsa, mi farà bene.

Dopo l’allenamento, la doccia e un pasto abbondante (di nuovo nei ranghi vegani), posso finalmente mettermi a letto.
Due ore abbondanti di dormita pesante ma interrotta a più riprese; ne esco rintronato, ma ben cosciente di essere creditore del ‘piacer figlio d’affanno’ di leopardiana memoria.
E affronto in queste condizioni una nuova serata di lavoro, che nell’ormai lontanissima, angosciosa notte precedente non avrei davvero sperato di potermi concedere, quanto meno alla guida della mia fedele compagna.
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Ho a bordo una signora, la prima passeggera della serata, e sto giungendo in stazione.
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“Eccoci arrivati, signora.”
“Guardi che non avevo detto in stazione, ma all’Hotel Orologio.”
“O Dio mio, mi scusi!
Sono un po’ stanco.”
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Immagine da: http://www.retesconti.it/aziende.php?id=165#

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