La variante del comico

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Da diverso tempo non dedico a temi politici queste mie riflessioni scritte; penso sia giunto abbondantemente il tempo di farlo, visto che non ne manca certo il materiale; anzi, nel tumultuoso incalzare degli eventi e nel modificarsi del panorama nazionale e internazionale, la difficoltà è quella di trovare una sintesi fra i tanti pensieri e le tante sensazioni che attraversano la mente, per dire qualcosa di davvero significativo, senza peraltro lasciarsi spaventare dalla complessità dei problemi che la situazione presenta e prefigura.

Per essere sicuro di non ripetere argomenti di pubblico dominio già scontati, comincerò confidando come ho intimamente vissuto il terremoto elettorale di una settimana fa.
Il successo del Movimento Cinque Stelle è stato un evento che, benché da me auspicato e in qualche piccola maniera incoraggiato, mi ha colto di sorpresa, mi ha spiazzato, mi ha costretto a rivedere i miei paradigmi e immaginare scenari nuovi. Ed è una cosa ben diversa, ben più impegnativa, rispetto a quella sorta di ebbrezza che accompagnò i successi locali ottenuti nelle due ultime elezioni comunali bolognesi e in quella regionale.
E’ stato come passare dal tifo per una squadra di provincia, capace di fare qualche sgambetto alle grandi, a vedere diventare la stessa squadra il fenomeno principale sulla scena sportiva.

Voglio bene a zio Beppe, seguo quasi tutti i suoi spettacoli da anni lontanissimi, come pure da molti anni leggo quotidianamente il suo blog e partecipo a tante sue iniziative collettive. Come a ogni persona a cui si vuol bene, gli perdono i suoi innegabili difetti, primo fra tutti l’impulsività, che ogni tanto gli fa commettere delle scivolate clamorose.
Non si tratta tuttavia soltanto di una forma di devozione irrazionale, né da parte mia, né, sono convinto, da parte di chi ha deciso di attivarsi, nei gruppi sul territorio e poi nel movimento politico. In questi giorni, oltre a tante critiche più o meno motivate, si possono leggere molti diversi articoli anche sulle sue capacità propositive.
Rinuncio a farne un mio personale elenco o una sintesi; mi limito a sottolineare il fattore che ritengo discriminante, che è un fattore di linguaggio.
I detrattori a questo punto penseranno mi riferisca al linguaggio colorito e sprezzante dei vaffanculo, coniugati in molteplici maniere e varianti; no, non sto parlando di quello. Il linguaggio a cui mi riferisco è quello di chi mostra di aver capito la realtà attuale nella sua caratteristica di crisi epocale, da osservare e affrontare con schemi di pensiero nuovi e liberi dai condizionamenti di tanta politica passata, anche quella buona. Di chi, in altre parole, ha fatto suo l’insegnamento della decrescita, concetto che implica il fallimento del modello capitalistico e l’approccio a una fase di transizione verso nuove forme sociali che, almeno in teoria, permettano all’umanità di immaginare e costruire un futuro possibile, e anche migliore del presente, sia pure con un metro di giudizio completamente rinnovato.
Non sono in molti, sulla scena genericamente politica, ad averlo capito, e a parlare quel linguaggio: c’è Giulietto Chiesa, ci sono, solo parzialmente, Giorgio Cremaschi e Maurizio Landini, sembra (a detta dello stesso Chiesa) che ora ci sia un gruppo di intellettuali capitanati da Luciano Gallino (con un nuovissimo soggetto politico battezzato “Alba”), infine ci sono i vari movimenti e sindaci attenti al tema dei beni comuni.
E poi ci sono tutti gli altri, alcuni schiavi di prospettive politiche ormai inadeguate, molti di più invischiati a vari livelli in giochi di potere e di corruzione.

L’attuale exploit elettorale di Grillo e dei suoi giovani seguaci non nasce però da una comprensione popolare di quel linguaggio, sarebbe impensabile, e troppo bello anche solo immaginarlo. Nasce piuttosto come unica proposta sulla scena percepita e giudicata attendibile e onesta, nel momento del crollo della classe politica sotto lo smascheramento di un livello di corruzione spaventoso, e nel momento del drammatico e vano inasprirsi delle condizioni di esistenza sotto i giri di vite del cosiddetto governo tecnico, cioé del vorace potere finanziario internazionale.
E’ una risposta elettorale che ha tratti comuni con altre nazioni europee (la piccola rivoluzionaria Islanda fece da battistrada, ma molto più recenti sono le affermazioni dei Verdi e dei cosiddetti ‘Pirati’ in Germania, o di altri partiti in Grecia e in Francia, ben descritti da Giulietto Chiesa nel suo più recente messaggio settimanale, vedi qui).
E’ assolutamente provvidenziale che lo scontento e la rabbia possano essere incanalati in una via di rappresentazione democratica ed elettorale, in questo sicuramente agevolati dagli istrionismi sbeffeggianti di un comico molto capace, e finire così, quasi per giunta, nell’alveo di un progetto che, come dicevo, si dimostra capace come pochi altri di interpretare la realtà.
Il rischio di derive autoritarie, da parte di qualche soggetto nuovo in grado di affabulare, con parole davvero violente, la grande massa di delusi e sfiduciati, potrebbe essere così sventato; sembrerebbe piuttosto più temibile il ricorso degli apparati alla sempreverde strategia della tensione, come purtroppo le recenti dichiarazioni delle ministre dell’Interno e della Giustizia fanno temere.

I difetti più diffusi della nostra popolazione sono ormai storicamente noti: l’immaturità, lo scarso senso di responsabilità, lo scaricabarile delle colpe, la moralità posposta all’umoralità di ciò che solletica la fantasia presentandosi come nuovo.
Sarebbe facile, a questo proposito, citare quanto avvenne nel ventennio fascista, ma è sufficiente osservare i due più recenti successi popolari, che tanta devastazione hanno procurato al nostro Paese: quello di Berlusconi e quello della Lega.
Inutile nascondersi che una fetta dell’irresistibile ascesa di zio Beppe possa trarre motivo da quelle nostre caratteristiche deteriori; ma almeno, questa volta, il risultato elettorale sarà positivo, umoralità e moralità troveranno cioè un’inedita sintesi, con ricadute sicuramente pedagogiche e costruttive una volta tradotte in rappresentanti eletti e magari chiamati a governare.

La prospettiva di governo nazionale, impensabile fino a una settimana fa e ora tutt’altro che peregrina, apre tuttavia il campo a interrogativi complessi e molto inquietanti. Perché quei giovani, volonterosi, onesti, studiosi, seri, a volte un po’ sprovveduti, sarebbero chiamati a un compito titanico: quello di scontrarsi con i potentati internazionali. Non siamo in Islanda, l’Italia è (ancora…) la terza potenza industriale europea, e davvero un ipotetico governo a cinque stelle dello Stivale costituirebbe un autentico cataclisma internazionale.
Senza considerare a quanto lavoro su un programma di governo, davvero completo e integrato, sarebbero chiamati a fare quei giovani e il loro patriarca di qui ad allora, e quante insidie possano celarsi nel ruolo dello stesso leader nelle vesti di capitano non giocatore.
Finora l’assoluta impermeabilità del movimento ha giocato a favore della sua immagine, contribuendo al successo, ma un progetto di governo, tanto più se (inevitabilmente) rivoluzionario, non potrà fare a meno di catalizzare, intorno a sè, anche le forze positive che non sono state capaci, finora, di attrarre significativi consensi.

Comunque sia, questo turno parziale di elezioni amministrative ha aperto la strada a nuovi scenari densi di conflittualità.
Penso però che solo chi non si rende conto della drammaticità del presente, nazionale e planetario, non possa esserne lieto.
E sperare, già da domenica e lunedì prossimi, in un miracolo in quel di Parma, miracolo che San Beppe, i suoi seguaci e i suoi simpatizzanti, sono già mobilitati (vedi qui) anima e corpo a realizzare.
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L’immagine è tratta da http://www.beppegrillo.it/2012/05/beppe_grillo_sul_time/index.html

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Due commiati a maggio

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Dopo un lunghissimo periodo di grazia senza che ce ne fosse l’occasione, ho partecipato a due funerali in due pomeriggi consecutivi.
In ognuno dei due casi, ad abbandonare per sempre il palcoscenico dei drammi terreni, è stata la mamma di mie carissime amiche. Molto anziane entrambe, ed entrambe da tempo in condizioni tali da richiedere molto sacrificio alla vita quotidiana di chi ora hanno lasciato.
E’ l’argomento con cui ho cercato di dire qualche parola di conforto al dolore filiale delle mie amiche: “Sei stata brava, non ti si poteva chiedere di più; e noi che non abbiamo figli non potremo ricevere altrettante cure, quando sarà il nostro turno.” Perchè loro, come me, non ne hanno.

Un funerale in un piccolissimo paese di montagna il primo (Capugnano, a metà strada fra Porretta e Castelluccio); alla Certosa, il cimitero di Bologna, il secondo.
La considerazione più immediata è che anche al giorno d’oggi sono possibili e si realizzano, dal punto di vista della vita associata, delle modalità molto diverse sia pure in ambienti geograficamente non troppo distanti. Perchè la chiesa di Capugnano si è riempita di tutti gli abitanti del paese, mentre in quella della Certosa eravamo solo pochi fedeli amici.
Anche cercando di rispettare il più possibile il punto di vista di chi crede nell’anima e in un’altra vita, che in questi casi è un importante sollievo al dolore, mi sembra comunque evidente che il valore dei due diversi modi di stringersi, intorno e fra chi resta, sia da interpretare come un fatto essenzialmente legato alla vita che continua, perché chi se ne è andato comunque non trarrà giovamento o consolazione da tutto ciò.

Replica a distanza di ventiquattr’ore, dunque per me, della messa e dell’ufficio funebre.
Libero non solo dalla mia antica devozione cattolica, ma anche dai residui di soggezione più duri a morire, ho osservato anche i dettagli del rito, abiti, oggetti, parole, gesti, canti.
La prima impressione è quella di una fastidiosa insistenza, dall’inizio alla fine, sul tema della colpa. Non c’è da meravigliarsene, è l’argomento alla base della religione cristiana; magari, la meraviglia sta più nel sollievo di sentirmi fuori da tali ferree logiche di espiazione, e di avere conquistato un senso più nativo e gioioso della vita terrena, naturalmente pagando il duro prezzo di non sperare più in un’aldilà, che comunque, con lo sguardo scettico della scienza, mi appare inverosimile.
A parte quell’impressione fastidiosa, però, molti altri aspetti del rito, e del modo di officiarlo, mi sono sembrati di grande interesse.
A cominciare dal modo di porsi, di rivolgersi ai presenti nell’omelia e in tutto il rito, dei due sacerdoti. Li ho sentiti sinceri, nella loro fede, e capaci di un’umiltà che sembrava quasi metterli nei panni di chi, come sicuramente sarà successo anche nella loro vita, si trova privato di un legame affettivo fondamentale.
Ho apprezzato i lunghi attimi di silenzio (previsti anche dal normale rito della messa) successivi all’omelia, da seduti. Rispetto al modello culturale tardo-capitalistico di cui è impregnata tuttora la nostra chiassosa e stridente società, in attesa che dalle sue ceneri si affermi un modello nuovo, quel silenzio ha qualcosa di rivoluzionario.
Molto meno mi sono piaciuti i canti, quasi sempre in tonalità minore, lagnosi, anacronistici, e non abbastanza sacri da giustificare il tutto.
Ho osservato, privo dell’antica soggezione di cui dicevo, e dunque senza chinare né le ginocchia né la testa come facevo da credente, la sequenza più importante della messa, quella della consacrazione, in cui il divino dovrebbe diventare partecipe del rito. Elevazione al cielo dell’ostia per alcuni secondi, e poi, subito dopo, una genuflessione dell’officiante; lo stesso per il calice con il vino. Il tutto ancora nel silenzio, alternato alla formula di parole riprese dal vangelo.
Sono gesti antichi, la cui sacralità è indubbiamente il frutto di una tradizione di quasi due millenni.
Poi, al termine della messa, i rituali di esequie intorno alla bara delle defunte. Aspersione di acqua benedetta e poi di incenso, dalla grande suggestione anche olfattiva; simboli facili da capire: il lavaggio dalle residue colpe (ci risiamo…) e un viatico di ascesa al cielo.
Noto con grande curiosità un dettaglio: il rito prevede che, giunto ai piedi della bara durante ciascuno dei due giri di aspersioni, l’officiante si inchini al defunto, come a riconoscerne una avvenuta trasformazione quasi divina.

Fuori, durante la sepoltura, la mia osservazione va a chi tutti i giorni si deve occupare per mestiere di quello che, insieme al dolore e alla malattia, è l’aspetto più insopportabile della vita: la relativa fine. Si difendono scambiandosi fra loro, in un momento in cui si credono inosservati, alcune parole distensive.
Poi, alla fine, uno di loro saluta ufficialmente: “Le mie condaglianze, buongiorno.” E certo non dice “arrivederci” come si è soliti fare dopo aver condiviso del tempo: in questo caso sarebbe proprio di cattivo auspicio.

Il cimitero del paesino, così come quello della grande città, erano invasi e rifulgevano della luce di due pomeriggi di maggio, contrasti di luce e colori (il cielo, l’erba, i fiori) che evocavano la massima pienezza di vita.
Certo non è stata una scelta delle due dolci anziane terminare proprio in questa stagione il loro cammino, ma tale scenario ha rappresentato la miglior ambientazione possibile per chi resta, e penso soprattutto alle mie due amiche.
E’ a loro che va principalmente il mio augurio di pace.
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Immagine da: http://spiritismo-italia.blogspot.it/2011/05/pensando-i-nostri-morti.html

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Le due feste di primavera

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La coppia delle ravvicinate feste di primavera, il 25 aprile e il Primo maggio, rappresenta una di quelle pietre miliari sul mio cammino annuale di cui recentemente ho spesso parlato.
Un momento di rinnovamento, un traguardo ai grigiori e alle fatiche invernali, con l’apertura alla stagione della pienezza di vita. Un momento bello, nel tripudio delle fioriture e della nuova luce, che nell’immaginazione durante il resto dell’anno si tinge di fiaba.
E un doppio appuntamento, beninteso, con l’impegno civile, con il ricordo grato e un senso pervasivo di laica festività.
Eccoci, ci siamo di nuovo, possiamo tirare un bel sospiro di sollievo e chiedere alla vita che ci riconquisti ancora una volta. Anche i rondoni sono finalmente arrivati, ogni anno sembrano di meno, e raramente ormai riescono a riempire il cielo a sera dei loro voli e dei loro gridi, ma sono tornati, con il loro messaggio di speranza.
Eppure…
“Ma qualcosa ancora qui non va” cantava Lucio Dalla. E può arrivarti, fra capo e collo, una piccola ma acuta crisi di depressione e sconforto, proprio in mezzo alle due feste.
Ti interroghi; forse la tua costante attenzione, per tutta la stagione buia, agli aspetti della salute (fisica e interiore) ha troppo drasticamente sacrificato la vita emotiva; forse, più semplicemente, è il collasso di chi, come Dorando Petri, ha corso in testa la propria maratona e ora cade nel vederne finalmente il traguardo; o forse, ancor più semplicemente, è l’ostacolo inatteso, il trabocchetto, sistemato diabolicamente dal destino proprio su quel rettilineo finale, che ti ha fatto cadere.
Lo stress, sottile, di una situazione sgradevole che si protrae e si complica invece di risolversi.

Perché dalla carrozzeria della Co.Ta.Bo. non mi hanno ancora chiamato. Lavorare con l’auto un po’ ammaccata nella parte posteriore e con i sensori di parcheggio semidistrutti in fondo non è un vero sacrificio, ma stare sul chi vive sì, nella quotidiana attesa di organizzare la spedizione per consegnare la vettura e per chiederne una di scorta, su cui spostare tutta l’attrezzatura abituale, e con cui prendere confidenza per le successive serate di lavoro, fino alla riconsegna della Cavallona dal sedere rifatto.
Ma soprattutto, a piegare il morale, è stato lo stillicidio di un’assurda e imprevedibile piega presa dalle vicende assicurative.

L’angelo custode aveva accettato, senza problemi, di compilare e firmare il modulo della mia assicurazione, con le sue brevi ma inequivocabili dichiarazioni testimoniali.
Ero andato a trovarlo già la sera dopo il fattaccio, e nella medesima zona, quello stesso circolo ricreativo dove si stava recando quando aveva assistito al tamponamento e all’inizio del mio inseguimento, decidendo poi immediatamente di telefonare in Co.Ta.Bo. per offire la sua disponibilità.
Dopo il nuovo incontro, alla fine di quella serata di lavoro avevo riguardato il modulo.
“La presente dichiarazione non è valida in mancanza del codice fiscale e della fotocopia di un documento di indentità”. Fastidio, mancano entrambi, bisognerà tornare alla carica.

L’indomani l’ho richiamato, ottenendo la consueta risposta collaborativa. Consueta però solo fino, esattamente, a quel momento.
Perché da allora è diventato via via sempre più difficile contattarlo.
“Sì, sono ancora al mare, ma torno stasera verso mezzanotte” mi ha detto l’ultima volta che gli ho parlato, “la fotocopia l’ho già fatta. Appena arrivo ti chiamo, così se sei in zona te la do subito.”
In serate di lavoro scarso e di posteggi pieni, verso la mezzanotte ne ho scelto uno fuori porta, quello in via Mazzini, dove non c’era nessuno, per poter scattare indisturbato non appena mi avesse chiamato. Niente.
E da allora ha smesso di rispondere al telefono, nonostante i miei numerosi tentativi quotidiani, giorno dopo giorno; una volta sola ha risposto, ma appena ha sentito la mia voce ha messo giù.
Mi figuro due ipotesi: le minacce da parte dell’autista pirata, ammesso che sia stato in grado di rintracciarlo, o quelle di sua moglie, ammesso che ne abbia una, contrariata da quella che interpreta solo come la ricerca di guai.

Le feste infrasettimanali, mercoledì per il 25 aprile e martedì (con un inevitabile ponte) per il Primo maggio, allungano qualsiasi decorso e protraggono la soluzione a tempi indefiniti.
Mercoledì mi alzerò presto e andrò in Co.Ta.Bo., a chiedere lumi sulla lunga attesa da parte della carrozzeria, ma soprattutto a parlare con Barbara, la brava impiegata che si occupa a tempo pieno di problemi assicurativi. Le consegnerò la dichiarazione così com’è, e concorderò con lei le nuove mosse.

Siamo esseri umani, e, pur con tutta la buona volontà di questo mondo, soggetti a cadute di ogni genere, fra cui quelle di tono vitale. Ma poi passa, tutto si ridimensiona e torna nella prospettiva di un cammino di crescita.
Il mio 25 aprile, comunque, la crisi non si era ancora manifestata, e il mio stato d’animo era di tutt’altro genere.
Pur sentendo in cuore un coinvolgimento più vivo che mai al ricordo dei giovani martiri partigiani, avevo limitato a pochi segni la mia festa d’aprile: l’affissione a una finestra di una bandiera di cartoncino, con il tricolore e  la scritta “W la Resistenza”, che avevo trovato nella buchetta allegata alla stampa locale;

la pubblicazione di questa bellissima immagine, che parla da sola, sulla mia bacheca di Facebook, e, di buon mattino, la partecipazione alla corsa podistica non competitiva ‘della Resistenza’, dal vicino paese di Ozzano fino in vetta alle attigue colline, e ritorno. Evento, quest’ultimo, a dir la verità, più sportivo che di testimonianza: cioé una prova a tutti gli effetti di resistenza con la erre minuscola, per quindici chilometri di dislivelli mozzafiato.
Folate di vento freddo mettevano in dubbio la mia scelta primaverile di indossare, come maglia, solo la canottiera che mi fu regalata dal negoziante dove acquistai le nuove scarpette. Ma poi il vento è calato e la fatica ha scaldato il motore. E intanto un sole splendido vivificava una natura assolutamente fantastica: certe fittissime e vaste distese di fiori di colza sembravano degli irreali laghi di colore giallo canarino, da lasciare stupefatti.
Dicono che lo sforzo fisico aerobico prolungato scateni le endorfine, come una droga naturale. Fatto sta che ho vissuto, dopo l’ora e quarantadue minuti di faticaccia, e per l’intero pomeriggio, sensazioni di benessere che rasentavano l’euforia.

E ora siamo alla vigilia dell’altra festa, nel mio immaginario ancora più significativa come pietra miliare sul cammino. Prenderò un giorno di ferie, anche come segno importante di adesione e partecipazione, ma, come è stato per il 25 aprile, passerò la giornata, senza alcun rimpianto, da solo, con la compagnia, questa volta televisiva, di un altro genere di maratona: il Concertone di Piazza San Giovanni, a cui ho quasi sempre dedicato, anche qui sul blog, molti pensieri e interi articoli.
Lasciate, a me che tengo sempre spenta la tv, quest’unica occasione di ubriacatura televisiva; lasciatemi vivere comodamente in soggiorno le emozioni di quella gioventù festante, travolgenti alle note di Bella Ciao, o quelle trasmesse dalla capacità istrionica di Caparezza, o dalle poetiche stornellate di Mannarino, e da tutte le altre belle sorprese musicali, che non sono mai mancate.

E poi infine, comunque sia, largo alla stagione del tripudio della luce e delle foglie verdi.
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Immagini da: http://www.atripaldanews.it/2012/04/25/25-aprile-e-1-maggio-la-nota-di-luca-criscuoli/
e da: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=284169671667696&set=a.124266824324649.32733.124264590991539&type=1&theater

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Come in un film d’avventure

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Le frequenze di Radio Radicale (che ne ha l’esclusiva) avevano appena cominciato a diffondere le voci del ‘Servizio pubblico’: quella di Michele Santoro e di soci, ospiti e intervistati, nella sua settimanale trasmissione multi-piattaforma.
Giovedì scorso, pochi minuti dopo le nove, ero fermo, unica vettura, a un semaforo lungo via San Donato, poco prima della tangenziale; ero diretto all’hotel Cosmopolitan (oltre il ‘Decathlon’ e tutto il centro commerciale ‘Meraville’), da dove mi era giunta una chiamata. Era la voce di Beppe Grillo, e i suoi consueti toni da battaglia, a imporsi nel primo frammento della trasmissione, e mi stavo chiedendo le impressioni che quel fiume sempre in piena, e di me che lo stavo ascoltando, avrebbero potuto fare sui miei prossimi clienti.
Improvviso, del tutto inaspettato e imprevedibile, non preceduto neanche dallo stridore di una frenata brusca, un botto alle mie spalle rimbomba nell’abitacolo, mentre vengo strattonato in avanti. Mi hanno tamponato.
Non lascio tempo a considerazioni ed emozioni di sorta; riaccendo il motore e mi sposto in una posizione di tre quarti fra la San Donato e la strada laterale sorvegliata dal semaforo. Mi aspetto che chi mi ha colpito faccia altrettanto, e sulle prime sembra così, poi, di scatto, cambia direzione e procede accelerando sulla via principale.
Un solo vago sentore di scandalo, di stupore per una manifestazione così spudorata di scorrettezza e tentativo di sopraffazione: non c’è tempo per le emozioni. Innesco la marcia e, sia pure con l’inevitabile inerzia di un motore a metano, mi lancio all’inseguimento.
Riesco a mettermi sulla scia dell’auto pirata, nera, di medie dimensioni, e comincio a lampeggiare minaccioso con i fari. La vedo puntare sulla sinistra, per imboccare la tangenziale, al vicino semaforo successivo, che è giallo. Ma diventa rosso proprio mentre sopraggiungo io lanciato come un cacciabombardiere. E’ il momento più difficile; suono ripetutamente il clacson per imporre la mia precedenza al flusso di automobili ferme al semaforo nell’altra carreggiata; se passano loro è finita. Ma passo io, e riprendo l’inseguimento sulla rampa d’accesso, e poi lungo il rettilineo della tangenziale. Lampeggio ancora, ma soprattutto riesco a recuperare terreno fino a osservare con chiarezza il numero di targa, che mi imprimo in mente con determinazione.
Senza perdere velocità, l’auto pirata prende la prima uscita, zona industriale Roveri, e continua a correre lungo quelle strade desolate e prive di semafori o altri ostacoli. Mi rendo conto che continuare l’inseguimento non potrà darmi nessun altro vantaggio, e poco dopo lo lascio scappare.
Accosto la Cavallona, annoto il numero di targa, e poi scendo a verificare i danni.

La prima impressione è di sollievo: il portellone è incavato in maniera non troppo vistosa, sotto la targa. Solo più tardi verificherò le scheggiature al paraurti e la rottura di uno dei sensori di parcheggio.
Mi accingo a telefonare ai carabinieri, ma poi l’occhio mi cade sul tassametro: tariffa ‘A’, come avvicinamento al cliente. Me n’ero completamente scordato; cerco di dominare la fibrillazione che avverto addosso, di riordinare le idee, e soprattutto, mentre riparto, di capire dove sono e qual è la strada migliore per raggiungere l’hotel Cosmopolitan.
Di lì a poco, era inevitabile, mi chiama la centrale, allertata dal cliente sul mio mancato arrivo all’appuntamento.
“Guarda, sono stato tamponato, e quello è scappato, ma comunque sto andando lo stesso a caricare.”
La centralinista è perplessa; la tranquillizzo dicendole che in due minuti d’orologio sarò a destinazione.
E riesco, nonostante un po’ di confusione nel mio orientamento, a mantenere la promessa.

Un signore distinto mi sta aspettando sul piazzale antistante l’albergo.
“Buonasera, mi scusi il ritardo, ma mi hanno tamponato, forse gliel’avranno detto.”
Ha un tono comprensivo: “Sì, me l’hanno detto. Sa, non vedevo arrivare nessuno e ho richiamato.”
“Spero non abbia fretta, dove andiamo?”
“No, non ho fretta, solo un po’ fame… In via Cartolerie, mi sembra che si chiami, dove c’è quella trattoria…”
“Sì, via Cartoleria, la ‘Drogheria della Rosa’.”
“Sì, esattamente quella.”

Per gran parte del tragitto la voce di Santoro, Grillo e compagnia resteranno a un volume appena percettibile; dialogare sull’accaduto con una persona civile mi aiuta a ritrovare la calma. Ma poi anche il dialogo viene interrotto da una nuova chiamata dalla centrale.
Mi aspetto che vogliano sincerarsi che io sia arrivato a destinazione dal cliente, e mi appresto a farlo, e invece la centralinista mi chiede:
“Firenze-1, sei tu che sei stato tamponato in via San Donato?”
“Sì, dimmi.”
“Perché ha telefonato poco fa un nostro cliente abituale. Ha assistito alla scena e ha detto che è disponibile ad aiutare.”
“Fantastico. Ti ha lasciato il suo numero?”
“Sì, ora te lo trasmetto sul video e sulla stampante.”
“Okay, grazie!”
Anche il mio passeggero, che partecipa emotivamente a un film che lo riguarda solo di sfuggita, si mostra evidentemente soddisfatto del colpo di scena.
Ma ormai siamo arrivati alla trattoria. Mi chiede di stampargli una ricevuta. Nel consegnargli la striscia di carta mi ricordo, per fortuna, di strappare il frammento iniziale, dove c’è la preziosa informazione inviatami dalla centrale.

E, non appena lasciato alla sua agognata cena il mio ospite, chiamo subito il santo protettore.
Come immaginavo, è molto collaborativo. Ha la voce di una persona matura, e mi dà un po’ del lei un po’ del tu:
“Sa, io prendo il taxi cinque o sei volte al giorno, e mi sento come di famiglia. Hai già chiamato la polizia?”
“No, stavo per chiamare i carabinieri. E’ disposto a testimoniare, nel caso?”
“Ma certo!”
“Benissimo! Grazie, davvero.”
“Ascolta, io adesso sono ancora qui in zona, al circolo del Casalone. Ma prima mi è sembrato di vedere tornare a casa la macchina che ti ha tamponato; dev’essere di un ragazzo che abita qui vicino. Dammi il tuo numero di telefono, che fra un po’, quando esco, ti dico se l’ho rintracciata.”
“Va bene, allora intanto faccio un salto a casa a prendere la macchina fotografica.”

Subito dopo chiamo i carabinieri. Che mi dirottano sulla polizia. Che mi dirotta sui vigili. Che mi dicono di fare la denuncia, l’indomani, in assicurazione.
Perfetta efficienza italica nel passare la palla.

Non ho ancora mangiato il riso integrale che tengo (con le opportune precauzioni…) a scaldarsi nel pentolino da campeggio nascosto in un vano del motore. Ma non c’è né tempo né appetito: meglio correre a casa, in modo da essere in zona con la macchinetta fotografica quando il benefattore richiamerà.

Di lì a meno di mezz’ora mi trovo di nuovo nei pressi del fattaccio; ora sì posso ingannare l’attesa recuperando il pentolino, gradevolmente caldo, contenente, avvolta in un involucro di carta metallizzata, la mia parca cena.
Sembra voler rispettare anche quella: mi chiama solo appena l’ho terminata.
“Sì, sono esattamente dove è avvenuto l’incidente.”
“Guarda, mi sembra di averla rintracciata” e mi dice la targa.
“Sì, è quella. Dove devo venire?”
“In via Valparaiso.”
“Cos’è, una traversa di viale Zagabria, vero? Va bene, arrivo.”
Dopo un minuto mi richiama:
“Ti ho visto passare, devi prendere la prima traversa!”
“Ah, grazie, mi era sfuggita.”

Mi fa un segno con il braccio, è insieme a un amico.
Parcheggio, poi scendo e familiarizziamo; cerco ripetutamente di mostrargli la mia riconoscenza.
Poi mi indica dov’è parcheggiata l’auto pirata.
Mi chiede se stanno arrivando anche i carabinieri e gli racconto l’esito del mio appello; entrambi, lui e il suo amico, scuotono la testa delusi.
Infine li saluto e mi avvio a scattare le fotografie.
La Polo nera è parcheggiata in una zona buia, con il muso molto rincagnato, il meno evidente possibile a chi passa.


Scatto diverse foto, premurandomi di inquadrare anche la targa. Poi controllo se c’è esposto il contrassegno di assicurazione. Grande sollievo, c’è, ed è valido fino a luglio.
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Mi riavvio verso la Cavalla, e vedo che i due angeli custodi sono ancora dove li avevo salutati.
“Siamo stati qui per sicurezza, che non saltasse fuori mentre facevi le foto.”
“Ah, grazie ancora. No, tutto sotto controllo! Allora ci sentiamo se c’è bisogno di una firma.”
“Va bene, vedrai che mi chiamano loro, quelli dell’assicurazione.”

Posso riprendere una quasi normale serata di lavoro.
Accendo il motore. E la radio. Alla voce di zio Beppe Grillo si è ora sostituita quella, convulsa, infantile, supponente, del sindaco di Firenze Matteo Renzi.
Peccato, ma non si può avere tutto.
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L’immagine iniziale è tratta da: http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=eMWapxqg12g#!

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Strabidone

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Avevo caricato le due batterie dalla macchinetta fotografica, e puntato la sveglia; andare a correre la ‘Strabologna’ presentava diversi vantaggi.
Innanzi tutto sembrava una buona contromisura, rispetto alle previsioni di un’altra mattinata piovosa, effettuare il mio consueto allenamento sull’asfalto e sotto i portici della città, e in compagnia di una folla di altre persone.
E il reportage fotografico sarebbe servito poi a compensare quella strisciante afasia che mi rende difficile l’aggiornamento settimanale del blog, in una situazione politica ogni giorno più deprimente e senza incredibili storie personali da raccontare, in questo aprile generoso di acqua piovana e di cieli grigi.
Certo non mi era piaciuto, nella notte di ieri, non vedere affissi agli angoli delle strade le consuete segnalazioni del percorso; le metteranno domattina prima della manifestazione, avevo pensato, forse per evitare che si bagnino troppo.

Sveglia abbastanza comoda; a differenza di tutte le altre corse di ogni domenica, che cominciano alle nove, la partenza era prevista alle dieci un quarto, per agevolare la massima partecipazione popolare, come l’anno scorso.
Poche gocce cadono malinconicamente dal cielo quando apro le persiane; nel prepararmi riestraggo dall’armadio i panta-calza che avevo già messo a riposo, e un berretto anti-pioggia.
Alle nove e un quarto sono già (al volante) fuori dalla tangenziale, in perfetta tabella di marcia, e mi dirigo verso il centro.
Capisco ben presto che qualcosa non quadra, man mano che mi avvicino al centro storico, nel non vedere nessuno in tenuta podistica. Ma non demordo: raggiungo il posteggio dei taxi di piazza Cavour e parcheggio in fondo. Due colleghi stazionano in un’attesa che, a quest’ora della domenica, immagino eterna, in una città che, nel suo aspetto diurno, mi appare in una strana e piacevole veste, quieta e silenziosa.
Sguscio via temendo un po’ il ridicolo, con la mia tenuta sportiva in un giorno che, già mi è chiaro, di sportivo non ha niente. E raggiungere Piazza Maggiore dove non v’è il minimo segno dell’evento è ormai solo un pro-forma.

Tornato a casa, la prima cosa che faccio è controllare il calendario delle corse settimanali. No, non mi ero sbagliato; semplicemente non avevo tenuto abbastanza presente il carattere di questa particolare manifestazione, la cui maggior parte dei partecipanti, ben poco sportivamente, è attratta solo da giornate stabili e soleggiate. Cosa che invece la macchina organizzativa sa bene, tanto da non aver ritenuto necessario diffondere ampiamente l’avviso della soppressione.

Depositata la fotocamera, ripiego sul consueto lungo giro di allenamento nei dintorni.
L’orario è comunque un po’ anticipato rispetto alle mie abitudini, e la giornata domenicale rende tutto, anche qui, più morbido, e placido, quasi distratto.
Scende a tratti una pioggerella sottile e innocua; nel tratto di stradina sterrata si sono formate delle grandi pozzanghere, che mi obbligano a procedere a zig-zag. Fioriture gialle vive e squillanti ai bordi della strada.
Non incontro nessuno, ma all’altezza dei campi da golf scorgo un gruppetto di uomini e donne con tutta la relativa attrezzatura, che si mostrano dunque inaspettatamente più sportivi rispetto ai ‘podisti per caso’ della Strabologna, rimasti tutti a casa.
Mi sembra che l’aria pregna di umidità renda più difficile la respirazione e rallenti il mio passo, ma ancora una volta constaterò quanto ingannevole siano le impressioni di velocità (sia nel bene che nel male); infatti, giunto a casa, blocco il cronometro a meno di un’ora e dieci, come di rado mi capita, con grande conforto.

Doccia, shampoo, una seconda colazione a base di tè e biscotti e …vai di pennichella!
E’ un sonno interrotto a più riprese, condito da sogni strani, e non è profondo come quello del mattino, ma alla fine mi sento comunque rilassato, soprattutto se stiro piacevolissimamente gambe e braccia, che, loro sì, sono fedeli testimoni dell’intensità dell’allenamento.

La pioggia continua a dominare la scena; l’unica cosa che varia è la sua intensità: i rovesci di un temporale, e i tuoni, hanno causato una di quelle interruzioni del sonno. Mi sono chiesto se fosse il caso di fare un giro di chiusura persiane nelle stanze, poi ho rinunciato a cuor leggero.

E continua, la pioggia, a dominare gran parte dei discorsi con i passeggeri della Cavallona.
Un arcobaleno imponente e completo, come non vedevo da tempo, si è improvvisamente manifestato prima che scendesse la sera. Le due studentesse che stavo trasportando però non vi hanno mostrato particolare interesse, né quando gliel’ho indicato con sorpresa, né quando con stupore, fermo a un semaforo, mi sono messo a osservarlo, roteando il collo da una parte all’altra, mentre vedevo un paio di altre vetture addirittura arrestarsi di lato, per permettere ai loro equipaggi la contemplazione divertita e ammirata.
Un arcobaleno ingannevole, comunque, che poi ha lasciato il posto a nuovi rovesci.

Questa provvidenziale ma indigesta lunga innaffiata, delle campagne e delle città, sembra debba continuare ancora per diversi giorni.
E’ una medicina amara, soporifera, deprimente, ma renderà tutto più splendente e lussureggiante nelle prime giornate limpide di sole, che non sono mai mancate e non mancheranno certo quest’anno.
Sarà bello viverle e, quelle sì, raccontarle.
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Immagine da: http://www.flickr.com/groups/615978@N22/discuss/72157604012739310/

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Ad agnel donato…

“Vai a lavorare che è ora!”
Con burbera delicatezza, il pensionato mio vicino di casa, ieri sera, ha evitato che finissi fagocitato negli inestricabili vortici di chiacchiere di sua moglie, che aveva suonato per offrirmi una doppia dose di tortellini fatti in casa, rinchiusi in una confezione ermetica di vetro.
“Sì è proprio ora che mi dia una mossa. Grazie ancora, davvero!”
“Niente, mettili nel freezer, mi raccomando. Domani sei in casa?”
“Sì, lavoro di sera come al solito.”
“Allora forse ti faccio un’altra sorpresa…”

Sono persone gentili, e molto riconoscenti. Due settimane fa, mi avevano tirato giù dal letto alle otto di mattina, chiedendomi di accompagnarli al pronto soccorso, dopo una notte passata da lui in preda a una bruttissima colica.
Poi, quando la sera avevo suonato per accertarmi che non fosse niente di grave, mi avevano promesso un piatto di tortelloni, e già l’indomani mi avevano portato una cassetta di mele.
Nella realtà, e nella tradizione pasquale, i tortelloni hanno ieri mutato la desinenza accrescitiva in un diminutivo, accrescendo, tuttavia, il mio gradimento: c’è qualcosa di molto festoso, e familiare, e antico, nei tortellini, che permette di passare sopra volentieri alle mie nuove regole alimentari.
Di cui peraltro loro non sanno niente: che cosa mai vai a spiegare, a una coppia che conosce il mondo solo dalla tv, accesa giorno e notte.

Il vento aveva ripulito l’aria della città per tutto il giorno, rendendola limpida e ossigenata. Si stava bene; le strade erano libere dal traffico di veicoli, come pure lo erano, di pedoni, quelle dove ogni sera pascolano gli studenti universitari; ma pure c’era una qualche animazione pre-festiva, e l’afflusso di clienti, senza essere convulso, era discreto e variegato nelle tipologie umane.
Durante un’attesa in Piazza Maggiore sono stato affiancato da un collega, uno dei più educati e sensibili; mi ha fatto segno di abbassare il vetro:
“Voglio chiederti una cosa.” Poi l’ho visto circumnavigare il cofano della Cavallona per venire di persona; sono sceso anch’io.
“Volevo sapere cosa ne pensi delle novità.”
“Quali novità?”
“I fine settimana pedonalizzati. Voglio sapere che cosa ne pensi, tu che sei sempre così ecologico, che hai sempre l’occhio così avanti…”
“Mah, la cosa in sè mi sembra molto positiva, ma poteva essere fatta meglio. Come si fa a isolare senza mezzi pubblici tutta un’area.”
Vedo che mi segue e concorda: era probabilmente quello che voleva sentirsi dire.
“Ci vorrebbero delle navette” aggiungo.
“Magari elettriche” fa lui, “pensa anche ai disabili, che non potranno più raggiungere il centro.”
“E poi” ribatto, “mi dispiace molto che ci spostano per sempre qui da Piazza Maggiore. E’ un punto di riferimento troppo importante per la città, oltre che per noi.”
Intanto si è avvicinato un altro giovane collega, l’amico delle forze dell’ordine, quello che si candida sempre per il centro-destra alle amministrative, e interviene:
“Bisogna dare battaglia, subito! Subito, da domani! Da qui non devono spostarci!”
L’altro cerca di smorzare prendendolo un po’ in giro:
“Brutte giornate, per voi leghisti…”
Non riesco a soffocare una risata un po’ sguaiata.
“Taci, sono incazzato, mi va tutto storto, in questi giorni.”
L’arrivo di un cliente a piedi mi ha tolto presto da quel piccolo e quasi piacevole capannello, per rimettermi nelle strade, verso la mezzanotte di una nuova quieta Pasqua cittadina.

La pioggia scrosciava sopra il tetto, benedetta e dolce, questa mattina; quanto di più vicino alla maggior parte dei miei ricordi pasquali, benchè lontano invece dalla classica iconografia di stampo primaverile, se escludiamo gli imperterriti cinguettii dei coraggiosi amici pennuti dai loro nidi qui intorno.
A mezzogiorno e mezza, mi ero appena alzato, è suonato di nuovo il campanello.
Era la sorpresa promessa (…bell’e che fuori dall’uovo), servita su due piatti di ceramica, uno circolare uno ovale, ricoperti da un paio di tovagliolini di carta.
“Grazie davvero, siete troppo gentili; auguroni a voi!”
Una porzione di conchiglie gratinate ripiene di ricotta, piselli e prosciutto, e, nell’altro piatto, ciò che più immaginavo e temevo: contornate da puré e asparagi, due grandi costolette d’agnello impanate e fritte.
Ho deciso di saltare i miei rituali più o meno quotidiani (bevuta d’acqua a stomaco vuoto, poi frutta, una mezza carota e semi oleosi), per passare direttamente a quell’improvvisato pranzo di Pasqua, finché le porzioni erano calde, e mentre i tortellini continuavano a riposare in frigo.

Tutto molto buono, forse anche le due costolette, tenere e carnose.
Forse.
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Scritto domenica 8 aprile, pubblicato lunedì 9.
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Immagine da: http://riderexridere.blogspot.it/2010/12/un-uomo-suona-al-campanello-di-una-casa.html

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Milano da occupare

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Non mi aspettavo certo, dalla manifestazione milanese di sabato, la condivisione di una pagina di storia, e neppure il senso di aver graffiato davvero gli apparati di potere. A differenza di almeno un paio di altre manifestazioni, vissute e poi raccontate sul blog negli anni scorsi, il fermento telematico intorno all’iniziativa del ‘Comitato No-debito’ era molto scarso.
Ma la chiamata era ugualmente imperiosa, visto che tale soggetto, a maggior ragione con ‘Alternativa’ che ne fa parte (e come in altro modo solo il ‘Movimento 5 stelle’, che era assente), rappresenta a mio parere la risposta politica più adeguata a un governo autoritario, dannoso e pericoloso, e non ancora percepito come tale con sufficiente allarme.

Come ormai d’abitudine in occasioni di questo genere (ormai facciamo fatica a ricordarle tutte), ho condiviso l’esperienza con la cara amica Milvia, traportati, al solito, da un pullman organizzato.
Ne partivano due da Bologna, alle dieci di mattina, grazie alla misericordiosa opzione pomeridiana degli organizzatori.
I nostri compagni di gita per lo più giovani: studenti, lavoratori più o meno precari, con una certa maggioranza della componente maschile. Ma soprattutto con un’altra connotazione, che sarà per me uno dei punti di perplessità di tutta la manifestazione: il rifarsi a linguaggi e teorie esplicitamente comuniste, nei discorsi fra loro che percepivo, così come nel chiamarsi l’un l’altro ‘compagno’ e ‘compagna’.
Sono tante, le sigle che hanno aderito, fin dalla nascita, ad un comitato che si fonda su cinque grandi proposte/rivendicazioni (vedi qui); e, nei fatti, la maggior parte di questi gruppi si rifà a quell’antica matrice culturale, che a me sembra fare tanto archeologia politica.

Giungiamo, in un bel sabato pomeriggio primaverile, alla partenza del corteo, dove vediamo raccogliersi, col passare dei minuti, una folla colorata e sempre più confortante, quanto a partecipazione.

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Fra le presenze più festose, si fa notare un autocarro che diffonde i ritmi delle percussioni suonate da un gruppo di neri.
A fare da contrappunto alla musica, e agli slogan e ai canti intonati dai vari spezzoni della folla, sarà per tutta la giornata il rotore di un elicottero della polizia, fastidioso come un enorme insetto.
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In breve tempo ci troviamo, quasi senza accorgerci, a contatto con il gruppetto di Alternativa, dove scorgiamo anche il suo promotore Giulietto Chiesa, e decidiamo di aggregarci a loro, come avvenne a Roma lo scorso 15 ottobre.

E sembra proprio di rivivere la stessa situazione: siamo nelle retrovie del corteo e tardiamo molto ad incamminarci. Ma per fortuna questa volta non giungeranno notizie sempre più concitate di guerriglia, come successe allora.
Ci sta dietro solo un gruppo, che fin dalla sua apparizione si fa notare per la vivacità sonora, favorita da due megafoni, ma anche dalla determinazione dei partecipanti.

Si tratta del ‘Partito Comunista dei lavoratori’.
I loro slogan e canti, il loro continuo inneggiare al potere operaio e alla ‘quarta internazionale’, a causa della vicinanza per tutto il lungo corteo, influenzeranno la mia percezione della giornata, rinforzando quelle stesse perplessità già avvertite sul pullman, e limitando molto il mio senso di compartecipazione all’evento.
Troppo pochi, i soci di Alternativa, per ribattere con messaggi un po’ più moderni.

Ma almeno hanno un bello striscione, e quando mi vien chiesto di aiutare a reggerlo accetto molto volentieri, e ritrovo un po’ di significato nel mio essere oggi in questa città, vent’anni dopo averci vissuto, in trasferta di lavoro, per quasi cinque anni.

Non mi assale alcuna forma di nostalgia o di sentimento forte, nemmeno quando passiamo dalle strade che mi hanno lasciato i ricordi più belli di quel lungo periodo di vita (Corso Italia, Via Molino delle Armi); mi sembra semplicemente di ritrovare lo stesso palcoscenico, come se la mia assenza non avesse cambiato nulla, e una città che ho amato, pronta a dimenticarmi in fretta, fosse altrettanto disposta ad accogliermi nuovamente.

Non posso fare a meno di notare e fotografare una ridicola proposta gastronomica, a carattere prevalentemente penitenziale ma non priva dell’elemento di trasgressione.

Di tanto in tanto compaiono squadre di poliziotti con scudi e manganelli, alcuni dei quali dall’atteggiamento piuttosto spavaldo, cosa che se non altro frena la mia tentazione di rivolgere loro qualche parola in tono amichevole e pacifico, vestendo inutilmente i panni del missionario di pace, per non dire quelli patetici da diversamente giovane marmotta.

Eccolo là, in fondo alla piazza, il Duomo, nella sua irreale e fascinosa architettura e luminosità.

Ed in breve ecco anche l’obiettivo: ‘occupare Piazza Affari’, fra fumogeni colorati e scoppi di petardi, e una folla del tutto consonante al messaggio scultoreo, beffardo e ormai famoso, di Maurizio Catellan.

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Benché condizionata, per me, da quel monotematico messaggio sonoro di matrice vetero-comunista (un quadro più completo e corretto della giornata lo troverò poi in questo filmato), l’impressione finale è comunque di aver lanciato, dalle strade della ‘mia’ Milano, un grido d’allarme e di controproposta a un messaggio altrettanto monotematico e assai più dannoso: quello da cui siamo pervasi, secondo cui il governo dei sacrifici sta salvando l’Italia.
Non è così, non è quello il vero compito dei professori, che ci stanno portando per una china pericolosa e drammatica.

Penso che sempre più il consenso di cui ancora godono si tramuterà in aspra disillusione, e che il corteo milanese possa essere stato esempio e precursore di un moto di protesta popolare diffuso, determinato e molto indignato. Almeno auguriamocelo.
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