La lunga marcia di colore viola

26 Novembre 2009 di Franz

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Questa mattina dunque, come avevo segnalato in un post provvisorio, chi si è collegato al sito ufficiale, www.noberlusconiday.org, ha potuto seguire in diretta streaming la conferenza stampa di presentazione della manifestazione romana, a quasi una settimana dal grande giorno.
La malattia del sonno, più che mai croce e delizia per me di questo novembre dalle tinte grigie e cupe, mi ha impedito di farlo, a malincuore. Mi sarebbe piaciuto vedere le facce dei Don Chisciotte, o dei Davide contro Golia, come sono stati chiamati questi nuovi eroi, per ora della Rete, ma presto della piazza e della politica, meravigliosi ‘guastatori per caso’ di tutta la corruzione e la collusione racchiusi nella carriera, nell’immagine, nei proclami e purtroppo ancora nel ruolo di premier, del mostro che ride.
Mi sarebbe piaciuto essere informato sullo svolgimento della giornata e su tutti i principali aspetti organizzativi.
E mi sarebbe piaciuto leggere nei loro volti, e intuire nelle sfumature della loro voce, che tipo di miscela di entusiasmo, palpitazione, paura, lucidità, forza, li stia pervadendo in questi giorni via via più febbrili.

329.598 utenti di Facebook iscritti fino ad ora alla pagina dell’evento; probabilmente, quando avrò finito di scrivere questo post, saranno aumentati ancora.
E una serie di adesioni illustri, nomi e associazioni di primissimo piano nel mondo della cultura, del giornalismo, del volontariato, che si sono accomunati in queste settimane, dando sempre più spessore e credibilità all’organizzazione, e convogliando indirettamente nuove ondate di popolazione in questa annunciata Seconda Marcia su Roma.
Interesse e sottoscrizioni da tutto il mondo, da parte di personalità della politica e dell’informazione.

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Organizzazione di una manifestazione parallela in decine di città estere.
Prenotazioni ferroviarie ormai esaurite; centinaia di pullman già confezionati e altrettanti in via di definizione (vedi qui), un servizio di domanda e offerta di passaggi auto, o come suol dirsi, di ‘car pooling’ (vedi qui).
Una raccolta popolare di fondi, per affrontare i costi dell’organizzazione, con la promessa di una gestione di ‘maniacale trasparenza’.
Una campagna di propaganda incentrata sul colore viola, con l’invito ad esporre alle finestre, sulle auto, nell’abbigliamento, e sui siti internet, questo segno cromatico identificativo di un popolo già da ora simbolicamente in marcia verso Piazza della Repubblica.

Come ciascuno degli altri trecentomila e passa utenti, ogni volta che mi connetto a Facebook, ho l’impressione di un cuore pulsante, di un organismo vivo, che continua ad emettere brevi comunicazioni, segnalazioni, notizie, spunti, dettagli, ognuno dei quali riceve immediatamente decine di segnalazioni di gradimento e altrettanti commenti.
Imparatelo a memoria! Questo è il nostro inno ufficiale!“: link ad un video su youtube;
Lettera a chi vuole controllare la rivoluzione colorata viola“: link all’articolo di Pino Cabras;
La TV di stato tedesca ARD farà un reportage sul No Berlusconi Day il 2 Dicembre alle 22.45
…e via così, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto.
Pulsazione dopo pulsazione.

Lo sclerotizzato mondo della politica ufficiale spiazzato, balbettante, se escludiamo Di Pietro, i Verdi, Ferrero; e alcuni esponenti PD (Marino, Serracchiani, Scalfarotto) presenti ad esclusivo titolo personale: il depresso neo-segretario ha detto di no.

C’è uno slancio giovanilistico, di entusiasmo, in questo movimento, da cui è piacevole farsi coinvolgere, anche in contrapposizione alle cariatidi che da anni sono là a rappresentarci, in teoria.
Ma, se da una parte ritengo un fatto positivo, che definirei la maturità di sapere ancora giocare come bambini, il  lasciarsi catturare da un’ondata emotiva di queste proporzioni, d’altra parte cerco, come mia abitudine, di non abbandonare lo spirito critico.
Così ho fatto fin da quando ho in cuor mio aderito alla manifestazione, la prima volta che ne ho sentito parlare a Radio Popolare, e poi via via lungo i giorni di questo crescendo di partecipazione collettiva.

Riflettendo, dunque, continuo ad essere convinto della portata di innovazione e di rottura di un evento popolare delle proporzioni che si preannunciano.
Continuo ad essere convinto di una manifestazione di protesta pura, anche senza la minima traccia di controproposta: ciò che stiamo vivendo è un incubo di soprusi e di degrado a cui non è possibile, vorrei dire non è lecito, non ribellarsi.
E mi chiedo, riflettendo, se il nemico, che sicuramente teme molto la piazza, vorrà o sarà in grado di rovinare la festa, infiltrandoci dei provocatori violenti, come il ‘maestro di pensiero’ Cossiga ebbe a propugnare non molto tempo fa in altre occasioni.
O se piuttosto non stiamo parlando di un animale ormai braccato, abbandonato del tutto dalla mafia che ne aveva sorretto l’irresistibile ascesa, e che ora lo sta sistematicamente mettendo alle corde, e da alcuni settori della Chiesa, insofferenti al suo libertinaggio sessuale più che alla sua corruzione, settori ormai non più comprabili a suon di sovvenzioni alla scuola privata, dunque con i metodi di una vita dell’anziano corruttore.
In quest’ultimo caso, che mi sembra uno scenario molto verosimile, si potrà avere la straordinaria impressione di un movimento popolare, nato da ragazzi che giocano in Rete, in grado di dare una spallata definitiva o quasi al Piccolo Dittatore, a sua volta sempre più propenso a ricorrere all’ultimo baluardo, le elezioni politiche, ma già con un biglietto senza ritorno in tasca per qualche meta straniera dove nascondersi per gli ultimi anni della sua vita inimitabile (per fortuna).

Sarà bello crederci, di esserne i protagonisti, darà un senso di riappropriazione della politica, e con ciò di infinito sollievo, anche dimenticandosi per un attimo che in fondo tutto è partito dalla nobile e coraggiosa insofferenza di una donna di nome Veronica.
O magari dallo stesso declino psichico e fisico del tiranno mediatico.

In un suo famoso discorso, Giovanni Falcone prevedeva il tramonto, come per ogni fenomeno umano e sociale, della criminalità organizzata.
In fondo, il declino di un uomo, un uomo senza morale e di una diabolica capacità di coltivare il peggio di una nazione, e farsene portavoce e paladino, è un fenomeno ancora e molto più logico e naturale.
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Immagini tratte dalla pagina di Facebook dell’evento, in particolare da:
http://www.facebook.com/no.berlusconi.day?ref=nf#/album.php?page=3&aid=112432&id=149702514283
http://www.facebook.com/no.berlusconi.day?ref=nf#/album.php?page=4&aid=112432&id=149702514283

Le palline da golf

20 Novembre 2009 di Franz

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Un grigiore uniforme copre come un dolcissimo abbraccio i miei consueti paesaggi, nella prima campagna a qualche chilometro dall’ultima uscita della tangenziale.
Procedo per la stradina deserta correndo senza affanno, al mio solito passo di allenamento regolare e moderato, gli occhi ben aperti, un po’ ad evitare qualche residua pozzanghera, un po’ sulla vastità del mite spettacolo che manifesta lo stemperarsi dei colori, in una sorta di dono reciproco fra la terra e il cielo.

Davanti a me una signora un po’ anziana, decisamente non alta, cammina di buon passo.
La riconosco solo all’ultimo momento, quando sto per superarla; anche le tinte del suo abbigliamento, solitamente vivaci e squillanti, oggi sono dimesse e un po’ scure.
C’è ormai un’antica familiarità fra noi, fatta di saluti gioiosi e, quasi sempre, di una rapida battuta, prima che il mio passo di corsa mi faccia allontanare, con il cuore reso più lieve da quel fugace ma abituale incontro, e l’espressione del mio viso più serena.
La consueta intesa si realizza ancora una volta nei nostri sorrisi, anche se la sua espressione oggi mi sembra un po’ titubante.
E infatti, quando sono già qualche metro più avanti, mi rivolge nuovamente la parola:
“Signore…”.
Mi fermo immediatamente e le vado incontro, tornando sui miei passi. Non ha perso la sua gentilezza e il suo sorriso, ma, con mia sorpresa, ha bisogno di parlarmi.

“Signore, mi scusi, sa”.
“Mi dica”; la guardo con curiosità e conservando anch’io il sorriso.
“Volevo chiederle: lei lo incontra, vero, quell’uomo che cerca sempre le palline sul ciglio della strada vicino ai campi da golf ?”
“Certo”, mi illumino, “anche se non ci salutiamo mai”.
“Ecco io devo dirle una cosa, avevo promesso di aspettare il nuovo anno, ma so che lei mi perdonerebbe”.
“Non so di che cosa, ma la perdono !”.
“No, non è lei, che mi deve perdonare; è una signora, una che la conosce molto bene”.
“Ah sì ?”
“Sì, si chiama Leonarda”.
E a quel nome il mio sorriso cede il posto a un misto di meraviglia e sgomento, mentre il cuore, già sollecitato dalla corsa, non può evitare il classico tuffo, e un’ulteriore accelerazione.

La mia fata protettrice, abitante a metà fra la realtà virtuale e quella fisica, dopo tanto tempo, dopo tanti mesi non proprio facili, torna improvvisamente a darmi dei segnali.
“Anche lei la conosce ?”, le domando guardandola negli occhi con tutta l’intensità di cui siano capaci i miei.
“Sì, la conosco da molti anni, e mi ha insegnato tante cose. Soprattutto ad attingere alla fonte della gioia, e a diffonderla senza cercare di trattenerla”.
“E’ una persona del tutto speciale,” ribatto, ” anche se io la conosco molto meno di quanto lei conosca me. L’ha vista di recente? Come sta, dove si trova ?”
“No, l’incontrai l’ultima volta all’inizio della scorsa primavera. Era molto turbata, diceva che non capiva perché le sue capacità si fossero improvvisamente interrotte, che ora le sembrava solo di combinare guai e portare dolore là dove era abituata a donare conforto. E mi parlò anche di lei, a lungo”.
“Incredibile !”.
“Sì, mi raccontò delle vicende complesse, tristi, di morte, di prevaricazione, e doveva vedere con quale grado di partecipazione”.
“Incredibile !”.
“E mi disse che si stava preparando per un lungo viaggio, e che non ci saremmo riviste per più di un anno”.
“Ah”, sussurro palpitante, mentre un po’ di sollievo mi dà apprendere la ragione della sua scomparsa.

“Comunque vengo al sodo, perché non voglio farle prendere del freddo”.
“Mi dica !”
“Lei lo sa perché quell’uomo cerca le palline ?”
“Mah, immagino che gli diano un compenso per ogni pallina recuperata”.
“Sì, certo, certo, ma se ci pensa vedrà che i conti non tornano: per passare tutto il suo tempo in quella spasmodica ricerca, ci dovrà pur essere un incentivo maggiore, di quei tre o quattro euro al giorno, e quando va bene”.
“In effetti me lo chiedevo anch’io, ma poi mi dicevo che magari è anche un passatempo da pensionato”.
“Sempre lo stesso, tutti i santi giorni ? No, no, il vero motivo è un altro, ed è segreto”.
Sgrano gli occhi, in attesa della rivelazione.
“Siamo in pochi a saperlo, e lui non si sa come ne sia venuto a conoscenza. Fra le palline del Golf-club ce ne sono due molto speciali.”
La guardo incantato, senza profferire parola.
“La signora Leonarda mi ha raccontato anche della sua infanzia, e dei relativi sogni, fantasmi, immaginazioni”.
“Anche la mia infanzia conosce ?”
“Beh, solo le cose che contano”.
“Ad esempio ?”
“Ad esempio quella particolare sensazione che talora avvertiva, come di stranezza di essere proprio quel bambino e non qualsiasi altra persona, di meraviglia che la sua coscienza abitasse proprio lì, in quel corpo, in quella personalità, e non altrove, in una sorta di legame di proprietà rassicurante e allo stesso tempo misterioso”.
“Ma diavolo, cosa va a rispolverare…” sussurro mentre gli occhi mi si fanno lucidi.
“Bene, c’è una pallina da golf diversa dalle altre, è un po’ più gialla, e, con un po’ d’attenzione, la si può aprire in due emisferi.
Chi la apre potrà migrare.”
“Come migrare ?”
“Sì, proverà una cosa ignota a tutti gli esseri viventi qui sulla Terra: uscire dalla propria persona, spaziare, sconfinare oltre quel limite”.
“O Dio mio, ma è spaventoso !”
“No, non c’è da temere, è solo una possibilità in più, straordinaria, di conoscenza”.
“E quel buzzurro la va cercando ?”
“Sì, ma non la troverà mai, perché ha il cuore arido. Invece lei ha più di una possibilità…”
Non faccio in tempo a riavermi dalla rivelazione, che la gentile e dolce anziana signora spara la seconda cartuccia:
“E poi c’è l’altra”.
“O povero me”.
Sorride: “Leonarda, caro signore, mi ha detto quanto lei, in questi ultimi anni, senta l’angustia del tempo che passa, e, un po’ come da bambino provava quella meraviglia di abitare in una persona ben definita, ora avverta quella di essere legato ad un momento del tempo, ben definito, e sempre successivo, in un vertiginoso accumulo dell’esperienza del tempo già vissuto”.
Mi sento come attraversato dai raggi di una schermografia.
“Ecco, un’altra pallina, lievemente rosa, si apre e permette di evadere da quella costrizione, e vagare a piacimento nel tempo concesso alla propria vita. E anche questa, può star sicuro che quel buzzurro, così l’ha chiamato lei, non io (e sorride), non la troverà mai, mentre lei magari, cercando…”.
“Beh, e a lei non interessa ?”.
“No, io ormai sono vecchia, non ho più di queste curiosità, mi basta passeggiare in questa bella campagna, scambiare un saluto con le persone che  incontro”, la sua voce è squillante, gli occhi luminosi. “Ma ora vada, riprenda la sua corsa, che si sta congelando”.
“Grazie, grazie di cuore”, le allungo la mia mano gelata.

Poi riprendo a correre, e la mia vita ora non è più la stessa, anche se nulla sembra cambiato nel cielo grigio che, tutt’intorno, sovrasta ed abbraccia la natura.
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Immagine da: http://www.ecoblog.it/tag/EcoSport

Un sabato speciale

16 Novembre 2009 di Franz

daemmaedit

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E’ noto come all’intransigenza sui tempi di qualsiasi pagamento dovuto ad enti pubblici corrisponda una certa qual ‘elasticità’ su quelli dei rimborsi; il livello del degrado di un Paese, in fondo, si misura anche da queste cose, e non solo da quello di spudoratezza di un anziano corruttore a capo del suo governo.
Sto provando sulla mia pelle quella ‘elasticità’, magari una volta ne parleremo; per ora l’accenno mi serve solo come premessa per spiegare, in una situazione di pre-allarme sulla salute del mio conto in banca dopo l’acquisto della Cavallona, l’imprevisto evolversi di quest’ultimo sabato sera di lavoro.
Prendendola per il verso giusto, e rassegnandosi a rimandare quel poco di riposo e di allentamento dei ritmi di cui avvertirei la necessità e il desiderio, il quadro che ne esce è di un piacevole abbandono al fluire imprevedibile dell’esperienza, che è in fondo l’aspetto più affascinante di questo mio mestiere.

Alle nove e mezza l’incasso parziale è soddisfacente; sto vivendo la serata di lavoro con l’immagine in testa di quel segmento che si vede riempirsi progressivamente quando si effettua un’operazione di scarico dati sul computer.
Un paio di corse mi hanno portato due volte di seguito verso la periferia più vicina a casa, ma la tabella di marcia prevede ora una rapida virata verso la stazione, prima delle dieci, ora di chiusura della buona vecchia mensa dei ferrovieri.
Ma ecco un’altra chiamata, dal quartiere Mazzini. Non ci penso due volte e l’accetto: se mi va fatta bene, a cena in stazione ci andrò a spese di un nuovo cliente, a mangiare alla sua salute.
All’indirizzo della chiamata, dopo pochi secondi d’attesa, si dirige verso di me una persona di corporatura sottile, capelli lunghi e neri.
“Mi dovresti portare un attimo qui al Mc Donald’s; prendo un panino, poi proseguiamo per via Orsoni”.
“Via Orsoni, alla Cicogna, vero ?”
“Sicuro”.
L’accento brasiliano e la voce gutturale e un po’ sensuale mi fanno immediatamente capire che è un trans e, come statisticamente succede nella maggior parte dei casi, è un trans dalla luna un po’ storta, e che non fa niente per mascherarlo, anzi.
Ci sarà da aspettare fermi al fast-food, poi si proseguirà oltre il centro di San Lazzaro, allontanandoci da quello di Bologna; per stasera, dunque, niente mensa.
Sbadatamente non approfitto della pausa davanti al Mc Donald’s per consultare i miei preziosi stradari, così, quando poi ci dirigiamo alla destinazione, ho qualche difficoltà: imbocco una deviazione dalla via Emilia che dopo un paio di sensi unici mi ci riporta, un po’ più indietro.
Avverto il montante fastidio del mio ospite; già altre volte ho verificato l’insofferenza di queste persone nei confronti dell’indecisione, dell’insicurezza.
Nell’intercalare mi chiama anche ‘tesoro’, pessimo segno.
Comunque, alla fine trovo il filo d’Arianna fra le strade larghe, deserte e un po’ spettrali del signorile quartiere residenziale, e riesco a condurre in porto la corsa. Correttamente applico un po’ di sconto per le allungatoie; non ringrazia, paga con una banconota da cinquanta, prende il resto, saluta a stento e se ne va ad addentare il suo cheese-burger fra le mura di casa.

Come speravo, trovo ancora aperto quel locale generalmente noto con il suo vecchio nome “Il minestraio”, anche se già da qualche anno si chiama “Da Emma”: è una via di mezzo fra un self-service e una tavola calda. Al banco c’è una moretta silenziosa e gentile, e laboriosa, dall’indecifrabile accento straniero, una tipina dolce e misurata, che mi piace molto e che, a differenza di tanti giovinastri più o meno sballati in giro per pub e discoteche, sta passando mestamente lì una buona fetta del suo sabato sera.
I lampioncini della lunga saletta da pranzo illuminano i tavoli di una luce decisa ma un po’ fredda. La tv accesa diffonde gli urli di Bonolis e del suo paggetto romano.
Al tavolo di fronte, una signora dalla corporatura debordante consola, meglio di quanto non riesca al marito, degli altri strilli, quelli di un bimbo di neanche due anni, che però riattacca a più riprese a lagnarsi, probabilmente a causa del sonno.
Ma poi noto improvvisamente, proprio sul tavolino accanto al mio, la copia di un giornale lasciata lì quasi per caso, e non è la solita free-press, o i soliti giornalacci di regime, locali o nazionali: con grande sorpresa riconosco i caratteri un po’ all’antica del ‘Fatto Quotidiano’. Caspita, ma allora davvero i tempi stanno cambiando, e mi immergo nella lettura, soprattutto in una pagina che racconta l’entusiasmo che si sta diffondendo in Rete intorno al ‘No Berlusconi day’.
Dopo una carbonara unta e bisunta che digerirò l’indomani pomeriggio, e un piatto di verdure cotte, è ora di chiedere il caffé.
“Mi dispiace ho già spento la macchina”, mi fa desolata la morettina, “se la riaccendo viene uno schifo”.
“Veramente il caffé qui è sempre uno schifo”, penso, ma non glielo dico, poverina, lei non ne ha colpa; solo un paio di battute, prima di salutare ed uscire.
In vettura; troverò un bar aperto da qualche parte.

Non faccio in tempo a partire che arriva un’altra chiamata: sono i soliti ferrovieri, i macchinisti dei treni merci, convenzionati con noi. Devo allungarmi fino al deposito San Donato, un posto dimenticato da Dio, e dagli uomini non ferrovieri.
Sulle prime penso si tratti di portarli in stazione centrale, come di solito succede, poi leggo meglio le note: destinazione ferrovia di Castel Maggiore, una corsa un po’ più lunga, con beneficio per il bilancio giornaliero (un altro colpetto a quel segmento sempre più pieno), ma caffè rimandato.
Durante il tragitto, mentre loro commentano con accento veneto le notizie del giornale radio, cerco di farmi venire in mente un bar notturno vicino a quelle parti, dove godermi il mio meritato caffé.

E quando finalmente, lasciati i ferrovieri al loro treno, nell’area della stazione immersa nella desolazione dei dintorni di quella cittadina satellite, mi dirigo con decisione al bar di fronte al nostro posteggio di Corticella, ecco l’ennesima chiamata, e l’ennesimo cambio di programma.
Non si può dire di no: Osteria del Gallo, lungo la via Ferrarese nel comune di Castel Maggiore, destinazione Bologna.
Vuol dire che il caffè lo prenderò alla macchinetta del distributore di metano; è mezzanotte, mancano tre quarti d’ora alla sua chiusura, e dopo questa corsa dovrò senza indugi andare a fare il pieno, se voglio continuare a lavorare come gli altri sabati, a ripetizione fra una discoteca, Piazza Maggiore, e l’altra.
Mi aspetto di trovare i soliti stranieri reduci dalla cena in quel tipico ristorante di genere rustico-ricercato.

E invece è un signore da solo, che mi si fa incontro, gesticolando.
E’ uno che, capisco subito, ha una gran voglia di parlare: si siede davanti, accanto a me, dopo aver farfugliato la destinazione.
Ci metto un po’ a capire, anche perchè ripete più volte che mi indica lui la strada, con un accento ferrarese che sembra uscire dal teatro dei burattini.
Realizzo gradualmente che si tratta di un vero e proprio viaggio, fino dalle parti di Portomaggiore, alla fine saranno quasi sessanta chilometri di strade provinciali.
“Ma veramente c’era scritto destinazione Bologna”, gli dico, ma il mio tono sembra più di spiegazione che di recriminazione; ancora una volta avrei potuto rifiutare la corsa extraurbana non concordata, e farmi pagare l’avvicinamento, ma è pura teoria, meglio abbozzare, anche perchè così, in fondo, quel famoso segmento finirà o quasi di riempirsi già a quest’ora ancora acerba della notte.

Il problema è il metano: capisco che l’impresa di andare e tornare prima della chiusura è proibitiva; quando poi ci si mettono i primi pericolosi e opprimenti banchi di nebbia, a frenare e rendere inquieta la mia corsa, sono costretto a rinunciare del tutto all’idea.
Quello continua a raccontarmi, col suo accento campagnolo che sembra una parodia di Dario Franceschini, che la sua auto l’ha lasciato a piedi. Mi ripeterà cinque o sei volte il rumore del gorgoglio dell’acqua e il borbottio del motore a gasolio che si è spento, proprio poco dopo aver fatto il pieno. Chissà cosa sarà successo continua a chiedersi e a chiedermi senza darsi pace.
Fra lui e la nebbia non so quale sia la compagnia peggiore.

“Fare rifornimento di gas; funzionamento a benzina”, si illumina il visore del cruscotto, proprio poco prima dell’arrivo, in un cascinale nei dintorni di un minuscolo paesino di cui non conoscevo neanche il nome, Voghiera.
Dario mi sembra un po’ rinfrancato, quanto meno di essere a casa.
Io invece sono lontanissimo, e mi tocca viaggiare a benzina, e riempirne il minuscolo serbatoio della Cavallona al primo self-service.

Ma in fondo, penso, nel dirigermi con decisione verso l’autostrada A13, Ferrara-Sud, l’incasso è fatto, benché in maniera molto diversa dalle aspettative di un normale sabato notte, e anzi arriverò a casa prima del solito.

E potrò dormire, prima del solito: anche grazie a quel caffè di meno…

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Immagine tratta da:
http://www.lerecensionidititti.com/2008_03_01_archive.html

Toc, toc, toc…

12 Novembre 2009 di Franz

tocedit

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Eccomi, allora, a bussare alla coscienza di chiunque capiti su queste pagine, vuoi per amicizia o per abitudine, chi ancora per curiosità e chi per caso.
Come dicevo, la quantità di argomenti che richiederebbero attenzione e mobilitazione è vasta, oggi più che mai.
Tuttavia ne ho già selezionati alcuni alla fine dell’ultimo post, cosa che mi toglie ora l’imbarazzo della scelta; ma non li tratterò nemmeno tutti: dopo aver seguito la volta scorsa il criterio dell’importanza, dando voce alla campagna di sensibilizzazione sulla Conferenza di Copenhagen e sull’emergenza ambientale planetaria, questa volta mi piace soffermarmi unicamente su un paio di temi, e solo sulla spinta del mio interesse specifico, lasciando per ora in sospeso gli altri.

La mia amica blogger che si firma ‘Giraffa’ vive in Sardegna, su un indefinito ‘monte’.
Se penso alla Pianura Padana, dove abito (vicino ad uno dei suoi confini naturali con l’Appennino), ho l’immagine di un territorio terribilmente devastato dall’uomo, di una campagna sfruttata intensivamente ed allo stesso tempo in troppa misura soffocata, da capannoni industriali, attivi, abbandonati, strade, case vecchie, nuove, ristrutturate, ridenti, cadenti, troppo spesso disabitate, città e paesi tentacolari, sempre ansiosi di asfaltare, cementificare, trasformare aree verdi in centri commerciali.
Un’immensa zona, insomma, in cui trovare un po’ di silenzio vero è quasi impossibile.
Al confronto, per quel poco che ho potuto conoscere l’isola da cui proviene il mio cognome e un quarto dei miei geni, appunto la Sardegna, non dico che mi sembri la classica isola felice, ma un po’ più felicemente preservata sì, quanto meno in molta parte del suo territorio interno, senza scendere in considerazioni sull’occupazione militare, che credo potrebbero peggiorare assai il quadro; e magari, probabilmente, anche sottovalutando gli aspetti di speculazione edilizia perpetuatasi per lunghi anni, invece, sulle sue spettacolari coste.
Dunque, dal suo monte, la cara Giraffa lancia un grido d’allarme: in questo post ci fa sapere che il già disgustoso Disegno di Legge nazionale di rilancio del settore edilizio (quello che permette l’ampliamento degli edifici esistenti) ha trovato, nel governo della regione autonoma sarda, una cassa di risonanza molto preoccupante e minacciosa per la salvaguardia di quel bene prezioso che si chiama territorio, e paesaggio.costaedit Si tratta di un disegno di legge regionale, che viene illustrato con grande preoccupazione in questa pagina di un’associazione ecologista chiamata “Gruppo d’Intervento Giuridico”.
Un ricorso al governo, con la richiesta di valutare la costituzionalità del D.d.L. regionale, e alla Commissione europea, per violazione delle normative comunitarie, è stato presentato dallo stesso Gruppo, insieme agli ‘Amici della Terra’; e queste due associazioni invitano a fare la stessa cosa, per scritto, anche i semplici cittadini che richiedano il fac-simile via email all’indirizzo indicato (grigsardegna@tiscali.it).

L’appello in questione rappresenta l’emergenza ecologica di una sola regione, certo, ma, oltre che una richiesta di collaborazione da parte degli amici sardi, è anche una battaglia di civiltà, e in quanto tale senza luogo e senza tempo.

L’altro argomento su cui mi sta a cuore spendere un po’ di attenzione è invece nazionale, ed è politico.
Si tratta del secondo ‘No Berlusconi day’, previsto sabato 5 dicembre a Roma.
Ne sono venuto a conoscenza già almeno una decina di giorni fa, ascoltando un ‘Microfono aperto’ di Radio Popolare che invitava ad esprimersi sull’opportunità o meno, e anche sull’efficacia, di una protesta di piazza generica, non motivata da qualche evento particolarmente clamoroso da parte dell’anziano corruttore.
Ascoltando le considerazioni degli ospiti e gli interventi telefonici del pubblico ho sciolto le mie personali riserve e mi sono in cuor mio schierato per l’adesione.
Credo infatti che la misura sia colma a prescindere, e da tempo; anche da prima di questi ultimi guizzi di ‘riformismo’ della giustizia a cui ci tocca assistere impotenti, e che sono lucidamente e spietatamente spiegati, in tutta la loro spudorata tracotanza e devastanti conseguenze, nell’ultimo ‘Passaparola’ di Marco Travaglio, che consiglio vivamente di leggere o ascoltare (clicca qui).
L’unico rischio, se ragioniamo in termini di efficacia, è di una risposta scarsa, di una dispersione di forze, ma penso che sia oggettivamente trascurabile, oltre a non inficiare l’intrinseca necessità ed urgenza di una protesta popolare.
Dalla trasmissione radiofonica ho appreso che l’iniziativa è partita da alcuni blogger e si è diffusa rapidamente tramite Facebook; uno dei promotori, ospite telefonico, ha raccontato del dibattito svoltosi in rete intorno all’opportunità di lasciare aderire partiti e leader politici, come poi è effettivamente avvenuto per Antonio Di Pietro e Paolo Ferrero e i loro rispettivi partiti (Italia dei Valori e Rifondazione Comunista).
L’impressione che si ha da una prima occhiata alle pagine Facebook e dai blog del comitato organizzatore è di un fermento estremamente vivace, per non dire travolgente.
Giusto per dare un’idea, sono nati comitati locali in circa cinquanta città italiane e in più di dieci città straniere (vedi qui) , mentre l’attenzione degli organizzatori sembra concentrata attualmente sulle metodologie più efficaci di diffusione dell’appello. (vedi qui)

Il sito/blog ufficiale di riferimento è questo.
Il successo della manifestazione di Roma per la libertà di stampa, che portò in piazza lo scorso 3 ottobre molte decine di migliaia di persone, derivò sia dal tam-tam in Rete sia dalla propaganda attiva effettuata da ‘La Repubblica’.
Non so se quest’ultimo fattore sarà ugualmente presente questa volta, forse no; ma sarebbe bello che la sola organizzazione su base volontaria qui in Rete si tramutasse in un evento di piazza clamoroso, incisivo, da ricordare a lungo, da parte di chi c’era.
E magari anche, con una smorfia di dispiacere, da parte dell’anziano tiranno.

Penso che, col passare dei giorni, vedremo crescere l’interesse sull’argomento, anche grazie, perché no, al nostro aiuto.

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nbdedit

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Immagini tratte da:
http://www.nexres.org/2009/01/10/permission-marketing-seth-godin/
http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/Ricorsi_contro_la_legge_regionale_sarda_sul_piano_per_l_edilizia__2016881.shtml
http://www.facebook.com/event.php?eid=172143242331

Tic, tic, tic…

6 Novembre 2009 di Franz

orologedit

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Dopo aver dedicato diverse pagine all’Epopea della Cavallona, nella sua genesi: concepimento, gravidanza, nascita, battesimo, primi passi, e in attesa delle prime storie da raccontare che essa veicolerà, è ora di tornare ad innalzare lo sguardo su cose più generali ed anche un tantino più importanti, senza dubbio.

I temi che invitano all’approfondimento, alla consapevolezza e al coinvolgimento che si possono cogliere in rete sono più che mai ricchi, per varietà, significato ed urgenza; c’è solo l’imbarazzo della scelta.
E allora la mia scelta punta molto in alto, cioé a quello che probabilmente è il problema dei problemi, per la nostra e le future generazioni, al confronto del quale anche le tragedie sociali e politiche di casa nostra impallidiscono, sfumano.

Manca un mese e un giorno ad una data importante, forse epocale: il 7 dicembre 2009, che segnerà l’inizio della Conferenza di Copenaghen sui cambiamenti climatici.
Ad essa, e ai suoi esiti, è strettamente legato il futuro dell’abitabilità sul nostro pianeta; sembra fantascienza ma purtroppo è la realtà.
Ma, anche senza profetizzare scenari apocalittici, già nel breve periodo, i prossimi decenni, vi sono legate le sorti di molti milioni di esseri umani, la cui vita rischia di essere sconvolta dalle trasformazioni ambientali ben di più di quanto non lo sia oggi, la nostra, da un anziano corruttore senza scrupoli a capo del governo.

Ho già diffuso, in passato, l’appello di Greenpeace Italia, che traduceva un invito generico, quello ad una presa di coscienza sull’importanza dell’evento, in una semplice azione: sottoscrivere ed inviare una email (già predisposta) proprio a “lui”, invitandolo a recarsi alla conferenza di Copenaghen con un atteggiamento molto intransigente. Ovvio che i suoi veri ed unici interessi sono molto lontani da quelli in discussione, ma è altrettanto evidente la sua sensibilità al consenso e agli umori della gente, cosa che dà valore a una campagna di opinione di questo tipo.
Invito chi non l’abbia ancora fatto ad unire la propria voce alle quasi quindicimila di chi ha già spedito quella email: vedi qui.

Pessimismo e rassegnazione sono nemici della soluzione a qualsiasi problema, laddove un atteggiamento di coraggiosa speranza può fare i miracoli.
Leggere un articolo, come quello che voglio segnalare, a me ha dato speranza, e un po’ di gioia; si trova nella versione on line del quotidiano ‘Terra’, e ci racconta di un’iniziativa mondiale popolare di un’imponenza senza precedenti, in corso ed in continua espansione, denominata ‘TckTckTck campaign’, come a scandire il tempo che ci separa dall’appuntamento a Copenhagen.
Trascrivo di seguito alcuni passi di quella pagina, invitando comunque caldamente a leggerla per intero (clicca qui).

È un’ambiziosa iniziativa partecipativa. Un’azione per chiedere da ogni angolo del mondo, attraverso la Rete, un accordo globale sul clima. Viene supportata da oltre 2 milioni e 600mila persone e da una formidabile coalizione di Ong. (…)
Una campagna concepita secondo i criteri del bottom-up, di pressione politica dal basso, che viaggia sulle grandi arterie di comunicazione delle moderne tecnologie, attraverso i social network della Rete, come facebook, Twitter e mySpace, i motori YouTube e Google, spinta da orde di cittadini qualsiasi nelle forum communities, sui piccoli blog personali e persino con la rapidità del passaparola via sms. (…)
Tante sigle diverse per la prima volta riunite con lo scopo di chiedere ai leader del mondo un impegno concreto per costruire «un futuro che funzioni per tutti ».

L’articolo poi prosegue presentando i ricchissimi contenuti del sito ufficiale della campagna, che “straripa di esempi, storie, articoli, opinioni autorevoli e parole di speranza“.
Ovviamente sono andato a curiosare un poco in quel sito; ed inutile dire che invito altrettanto caldamente a fare la stessa cosa (cliccando qui).
E’ in lingua inglese o, a scelta, in altre lingue, ma non in italiano.
Subito una piccola emozione viene suscitata dal numeratore, di quanti hanno dato la propria adesione alla campagna, aggiornato in tempo reale; il numero totale, rispetto a quello indicato dal citato articolo su ‘Terra’, è già aumentato, e mentre scrivo è molto vicino ai tre milioni.
‘C’ero anch’io !’; …ci puoi essere anche tu: l’adesione si fa in un paio di click (a partire dal ‘bottone’ con la dicitura ‘I am ready +‘); consiglio, fra l’altro, di rispondere sì all’unica richiesta che viene fatta insieme a quella del proprio nominativo e della nazione, cioè quella di iscriversi alla mailing-list ufficiale.
Senza aggiungere altro, posso dire che il sito “straripa” anche di vita, di voglia e di stimolo all’azione e alla partecipazione.

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tckedit
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Non mi sembra utile mettere altra carne al fuoco, ma almeno un accenno, a mo’ di ‘prossimamente su questi schermi’, voglio fare agli altri temi che mi sono appuntato, fra i tanti che, come dicevo all’inizio, “invitano all’approfondimento, alla consapevolezza e al coinvolgimento”:

La campagna per il Nobel a Gino Strada.
Due diversi appelli ecologici diffusi da due mie amiche blogger (Giraffa e Francesca).
Il secondo ‘No Cav Day’, previsto il 5 dicembre, cresce…
La campagna di Greenpeace contro la ‘bolletta nucleare’ (diffusa anche da un altro blog amico, a firma Duhangst).

…a presto !
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L’immagine iniziale è tratta da: http://ilgiardinoeden.splinder.com/
Quella finale da: http://tcktcktck.org/

Alla fine…

1 Novembre 2009 di Franz

cavallaedit

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Alla fine è andato tutto come doveva andare: la mia nuova Volkswagen Touran è dentro il garage, da ormai ventiquattr’ore, e che fatica entrarci, con le sue dimensioni complessive evidentemente maggiori della vecchia Opel Astra (l’indimenticata ‘Cometa’) e anche della Multipla di scorta dai larghi fianchi.
E’ in garage, e ho quasi paura ad andarla a trovare, che si rifiuti di accendere il motore, o di aprirmi le portiere.
Che non mi riconosca come suo unico padrone, che non abbia ricevuto il mio imprinting, e non mi risponda quando la chiamerò con il nome che, alla fine, ho scelto per lei e che, alla fine di questo post, rivelerò.

Sono giunto in anticipo, giovedì pomeriggio, un po’ in autobus un po’ a piedi, alla concessionaria Volkswagen dove avevo appuntamento.
“Stiamo montando la targa; è appena arrivata”, mi fa il giovane venditore. “L’ha fatta l’assicurazione ?, perchè altrimenti non posso farla uscire di qua”.
“No, telefono subito in Co.Ta.Bo., a vedere se me la fanno per telefono: nel caso, un fax è sufficiente ?”.
Mi dice di sì, per grazia ricevuta.
“Pronto, Barbara, sono dal concessionario con l’auto nuova; mi puoi fare l’assicurazione e poi mandarmela qui via fax ?”.
Mi risponde un po’ altezzosa, anche perchè mi dice che è impegnata con altre due persone, ma poi mi promette di richiamarmi nel giro di venti o trenta minuti.

Per non essere d’intralcio esco dall’ampio spazio espositivo.
Di fronte c’è un bel parco, verde, tranquillo, a cui si accede da un cancello con l’insegna di una bocciofila.
Il sole batte di sbieco sugli unici giocatori, tre pensionati, due uomini e una donna, che si contendono il pallino, bocciando o andando a punto, mentre un arbitro, loro coetaneo, con molta sicurezza cammina su e giù, e dice spesso la sua; parlano tutti in dialetto ed è un piacere ascoltarli, anche quando uno dei giocatori, alla terza bocciata a vuoto, maledice il sole che lo abbaglia, o quando uno spettatore fra i pochi presenti esclama che, per andarci più vicino, al boccino, bisognava andarci sopra.

Barbara mi richiama puntuale e per prima cosa mi chiede la targa. Non ho tempo di rendermi conto della contraddizione nell’iter burocratico, e, con una breve corsa fino davanti all’automobile, sono in grado di dettargliela.
Concordati i vari parametri, mi promette un fax nel giro di pochi minuti, ma si raccomanda di passare in giornata da lei con il certificato e il contrassegno dell’auto vecchia.
“Il certificato ce l’ho, ma il contrassegno chissà che fine ha fatto: l’auto era incidentata, ed è stata lì da voi finché il capoofficina è riuscito a venderla, da un giorno all’altro”.
“Allora bisogna che vai dai carabinieri a fare la denuncia di smarrimento ed entro domattina alle otto e mezza me la porti”.
“Okay, comunque, se riesco, faccio un salto da te già stasera finchè ci sei”.
E meno male che, anche senza i documenti necessari, in serata passo a trovarla, perchè questa volta mi accoglie con un bel sorriso e, dopo essersi informata meglio, mi dice che l’indomani (cioé ieri, venerdì), quando ritirerò l’auto dopo gli ultimi allestimenti dell’officina tecnica lì in Co.Ta.Bo., sarà sufficiente un’autocertificazione di smarrimento del contrassegno.

Come avevo previsto in un articolo precedente, ogni giornata è stata da inventare, in quest’ultimo periodo, allo scopo di affrontare con la dovuta razionalità e pazienza, e spirito di sacrificio, tutti i passaggi necessari per giungere in porto, cioè in garage, con il mio taxi nuovo.
Non mi aspettavo però questa specie di collasso nervoso che, alla fine, mi ha colpito, permettendomi, si parlava la volta scorsa di grandi dormite autunnali, un record degno della birra preferita dalle scimmie, la famosa ‘Guinness dei primati’.

Nei miei progetti c’era di assaggiare l’attività già ieri sera; di rivivere, dopo quasi sei anni, l’emozione dei primi clienti trasportati, per poi rilassarmi oggi, sabato, in concomitanza con il mio turno di riposo.
Ma verso l’ora di cena ero troppo stanco per affrontare le ultime sistemazioni al corredo della vettura, e fare una sua conoscenza sufficiente ad evitare figuracce nell’improvvisa necessità, che so, di azionare i tergicristalli, o di suonare il clacson, o di ribaltare un seggiolino posteriore per un carico ingombrante.
E così sono andato, a bordo della silenziosissima e docile vetturona bianca e splendente, all’Ipercoop di Villanova, e, insieme ai pedanini di gomma, ho comprato un ottimo stracchino ‘Nonno Nanni’ e verdure varie per una bella insalatona, che ho poi preparato e trangugiato a casa, accompagnandola con due bicchieri di vino rosso, ben cosciente di mettere fine così alla mia ultima giornata di questo periodo di transizione.
Stasera finalmente avrò la calma per concedermi di scrivere a Valerio, il grande amico ritrovato, mi sono detto; è già due volte che glielo prometto su Facebook e ormai mi vergogno del ritardo.
Ma prima, perchè no, ci può stare un’ora o due post-prandiale di sano torpore e tepore sotto le coperte.
Per farla breve ho dormito, con una sola interruzione di un paio d’ore intorno alla mezzanotte (in stato poco più che vegetativo), dalle nove di ieri sera all’una e mezza di pomeriggio di oggi.
Non sono mancati un paio di intensissimi sogni, ma, anziché d’oro, d’Argento, degni cioé dei più inquietanti film del regista che di nome fa Dario.

Posso testimoniare che da un’impresa di questo genere (parlo della dormita) si esce, nel fisico e soprattutto nel morale, come un pugile dopo una slavina di pugni.
E dunque anche oggi ho dovuto ridimensionare il programma, pur leggero, che mi ero prefissato.
Un sabato grigio, nelle poche ore di luce filtrata dalle finestre, a chiedermi segretamente dove vado a finire, continuando a dare corda a questo vortice di apatia che ultimamente sembra attrarmi a sé in un abbraccio mortale, nel farmi sentire potenzialmente sconfitto dalle incombenze quotidiane, come quei ‘gatti’ di polvere che si accumulano sotto il letto e sotto il tavolo, sempre in anticipo rispetto al mio passaggio di stracci ed aspirapolvere.

Poi, senza farmi fretta o violenza, alla fine, ho ritrovato un po’ di serenità, e la voglia di raccontare, e, come avevo promesso, di svelare il nome di battaglia della nuova vettura.
E’ un nome maturato qui sul blog, cosicché ne sarà particolarmente partecipe chi segue abitualmente queste mie confessioni.
Avevo scritto in un post di averla vista, durante gli ultimi tempi, sempre ferma nel cortile della Co.Ta.Bo., con qualsiasi clima, come un cavallo del maneggio dove passo nei miei allenamenti podistici.
E poi l’amico Alanford, nei suoi commenti, mi paragona sempre ad un cavaliere in groppa al suo destriero bianco.
Insomma, l’ho chiamata affettuosamente ‘Cavallona’, anche in considerazione dell’aspetto un po’ robusto, e della potenza dinamica (centocinquanta …cavalli), straordinaria per un motore a metano, grazie alle nuove tecnologie e alla doppia turbina.
Ma all’anagrafe virtuale, dove bisogna essere più abbottonati, l’ho chiamata ‘Jolanda Cavalla’, accogliendo parzialmente così anche l’azzeccato consiglio espresso in un commento dall’altro caro amico Filippo (che, vista l’etimologia del suo nome, non potrà che apprezzare…).
Ed, alla fine, visto che un’altra cara amica di blog, Silvana, è una fan di Roberto Vecchioni, non mi resta che concludere parafrasando alcuni famosi versi del cantautore milanese:

Non è poi così lontana Samarcanda,
corri Cavalla, corri di là…
ho cantato insieme a te tutta la notte:
corri come il vento che ci arriverà !

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foto tratta da:
http://www.flickr.com/photos/alex_alexandrovna/3050037837/

Grandi dormite e piccoli affanni

26 Ottobre 2009 di Franz

orsoedit

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Sto andando in letargo, non c’è altra spiegazione: se di qui a primavera non dovessi dare segni di vita su questo blog e su quelli amici nessuno si preoccupi, starò solo dormendo…
Proprio come l’anno scorso, ricordo; la notte in cui si vince l’abbuono di un’ora, per il ritorno all’orario invernale, sembrerebbe più corta anziché più lunga, a giudicare dalla prima occhiata all’orologio dopo l’ultimo risveglio: divorato l’abbuono, con gli interessi.
Ed ora, mentre scrivo, non sono passate molte ore e il sole sta già tramontando; dev’essere stata una giornata tiepida e serena dalle tinte dolci ed intense, per chi ha messo il naso fuori casa: io ne ho intravvisto solo le tracce attraverso le finestre.

Ieri l’altro, venerdì, era il mio turno di riposo.
Forse mai avevo interpretato così alla lettera tale espressione; barricato in casa, con il minimo programmato di provviste per colazione e cena (i miei due pasti standard), aiutato nell’abbandono all’ozio e al sonno dalla temporanea indisponibilità dell’auto di scorta, e soprattutto da una giornata molto buia di pioggia, che sentivo a tratti cadere sopra il tetto, con un rumore continuo, tenue, intimo.
Una sola telefonata ricevuta: un’amica che usa spesso il taxi preoccupata dallo sciopero dei mezzi pubblici.
Qualche boccata d’aria, intendo di socialità ed amicizia, solo qui nella blogosfera, grazie ai commenti, e relative risposte, inviati e ricevuti.

Poi, dopo le dieci di sera, grande lusso: divano e tv, e, lusso ancor più grande, un paio di trasmissioni interessanti: ‘Niente di personale’ su La7, che scavava sulla figura controversa di Antonio Di Pietro, e che mi ha fatto scoprire l’esistenza di un altro mostro partorito dal potere berlusconiano (tale Filippo Facci: ci dev’essere aria buona, di questi tempi nel sottobosco dell’informazione, per i funghi velenosi); poi ‘Linea Notte’ su RAI3, con la nuova direttrice del TG3 Bianca Berlinguer, ieratica ed emanante, nel trucco e nell’abbigliamento, tutta l’emozione che deve evidentemente provare per il nuovo prestigioso incarico.

Uno si spaventa, normalmente, alla prospettiva di un giorno di clausura passato così; a me in realtà ha spaventato accorgermi quanto l’abbia gradita, come in un sentirmi pericolosamente attratto da un vortice buio all’apparenza senza fondo.
Tanto che l’indomani mi sono un po’ rincuorato, nel riscoprire, durante la mia ora di corsa in tarda mattinata, vive sensazioni sensoriali: nella fattispecie, i colori della campagna, così straordinariamente nitidi nell’aria tersa e ancora un po’ mossa dal vento di una giornata di ritrovato sole di ottobre.
Mi sono rincuorato nel rivedere, immancabile, l’Uomo delle Palle, il cercatore impettito di palline da golf finite casualmente fuori dalle vicine piste, ventiquattr’ore al giorno si direbbe che lo faccia, grigio di capelli, espressione da moschettiere ma nessuna propensione al saluto, un maglione di lana che sembra rubato a un fantino del Palio di Siena, lui cerca, scandaglia, è la sua vocazione, la sua missione, bastone alla mano, bicicletta parcheggiata ingegnosamente lungo l’argine di un rigagnolo sotto il ciglio della strada.
E mi sono rincuorato nel rivedere i cavalli nel maneggio, occupati a scodinzolare, a stare immobili, a mangiare, emananti, ben più di Bianca Berlinguer, una dignità di tipo austero, e nativo, e nudo.

Poi davanti a me un altro sabato sera alla guida della Multipla; l’occasione, come sempre, per lavorare più a lungo e più intensamente delle altre sere della settimana.
Ma ho rimediato soprattutto una somma di stress, mi chiedo quanto effettivi e quanto dovuti al mio sensibilizzato stato pre-letargico.

Una chiamata dal tradizionale ristorante “Il Pappagallo”.
Il passaggio fra Piazza della Mercanzia e il tratto iniziale di via Santo Stefano, dove c’è l’entrata del ristorante, è ostruito dal parcheggio selvaggio, nell’area centrale della piazzetta, di un’automobile di troppo, e dai tavolini del bar all’aperto ancora molto popolati sull’altro lato.
Facendomi forte di una ‘auto blu’ con autista che mi si è accodata dietro, do un breve colpo al clacson, sperando che sbuchi fuori il parcheggiatore selvaggio. Niente.
Altre due o tre suonate, questa volta più decise.
A questo punto è il barista che sbuca fuori, cercando di dare una mano a sbrogliare la situazione: fa spostare un po’, alla meno peggio, i tavolini.
Cerco piano piano di passare ma la Multipla è larga; mi muovo lentissimamente, poi mi fermo, mentre la luce dei fari colpisce sgarbata gli avventori del bar, alcuni seduti altri in piedi, fitti come formiche.
C’é bisogno di un altro intervento del barista. E una signora bisbetica comincia a strillare: “‘E’ roba da matti, è roba da matti”.
“Guardi signora che non mi sto divertendo, a cercare di passare di qua !”
“Ma le sembra il caso di suonare, di fare tutta ’sta confusione ?”
“Guardi che ho suonato sperando solo di chiamare il proprietario di quell’automobile là !”.
“E allora chiami i vigili, se non riesce a passare! E’ roba da matti, è roba da matti!”, mentre il barista continua a mediare.
“Allora sa cosa le dico, che voi siete seduti al tavolino a cazzeggiare, mentre io sto lavorando: è roba da matti lo dico io, lo dico”.
I vicini cercano di calmare gli animi, finchè anche la Multipla trova il suo varco, come Mosé fra le acque, per andare a caricare gli ignari clienti della prossima corsa.

Lo vedo con la coda dell’occhio, abbastanza lontano per immettermi nella rotonda prima del suo passaggio. Poi un supplemento di scrupolo mi fa dare un’altra occhiata agli specchietti mentre mi accingo ad accelerare percorrendola; meno male: ’sto disgraziato ha deciso di accelerare a sua volta, per dimostrare al mondo che la precedenza l’aveva lui; mi sfreccia davanti, non di molto, nel prendere l’uscita a destra.
Tipi da sabato sera: sulle strade c’è il peggio, quanto ad arroganza, incapacità, esuberanza folle, infine etilismo e droghe.

A mezzanotte e tre quarti chiude l’ultimo distributore di metano, quello di via Mattei; in teoria dovrei lasciare l’auto con le bombole piene per il collega che alle cinque di mattina, lasciando la sua auto nel parcheggio condominiale di casa mia, riaccenderà il motore della Multipla. Stanotte che è sabato capirà, mi dico, se un poco dell’ultimo pieno è rosicchiato, se lavoro un’ora o due dopo la chiusura del distributore. O magari dopo vado a benzina, che quella posso sempre rifornirla all’ultimo momento in un self-service.
E’ circa mezzanotte, e mi sto dirigendo proprio al distributore, quando arriva una chiamata; un attimo di titubanza poi l’accetto.

Sono cinque giovani russi, un gruppo misto, maschi e femmine, delusi dalla clientela del “Ruvido”, discoteca frequentata il sabato da ragazzini e ragazzine troppo giovani per i loro gusti. Non mi dispiace, di solito, quando mi capita di caricare sulla capiente Multipla cinque persone, due davanti, accanto a me.
Mi chiedono di andare alle “Grotte”, storica discoteca a San Pietro in Casale.
Addio metano; potrei anche rifiutare la corsa extraeurbana, ma chi glielo spiega. E così mi avvio, con i miei bravi problemi a ricordare su quale delle cinquanta strade che portano da Bologna a Ferrara si trova il paese di San Pietro.

Di ritorno a casa, salgo un attimo, preparo una busta con venti euro e qualche riga di spiegazione circa le bombole semivuote; poggio il plico vicino al volante, estraggo i miei averi e do la buonanotte alla vettura, che fra poche ore riprenderà a lavorare.

Ed io, prima ancora, a dormire. A lungo.
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(scritto nel tardo pomeriggio di domenica 25; completato e pubblicato nella notte seguente)

L’immagine è tratta da:
http://www.blogtecnico.com/cultura/perche-gli-animali-vanno-in-letargo

Grandi riflessioni e piccoli affanni

20 Ottobre 2009 di Franz

strscedit

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C’è un misto di piacere e titubanza, nell’aprire e riempire di parole una nuova pagina di questo mio diario; da diversi giorni mi è mancato quel felice incontro di riposo, calma e tempo libero, per poterlo fare con qualche speranza di esiti interessanti e gradevoli, e dunque sono un po’ in ritardo rispetto alla cadenza abituale.
Di solito gli argomenti che chiedono attenzione si presentano da soli, basta mettersi in ascolto, o magari interrogarsi a più riprese per sollecitarli, e poi mediare le risposte, presenti come vaghe idee, intuizioni, abbozzi, con la parte cosciente e controllata della mente, in un gioco di scambio che penso sovrintenda a quello che chiamano il ‘pensiero creativo’.

Se mi sono mancate le condizioni per mettermi alla tastiera del computer, la parte di sollecitazione interiore, invece, che avviene nei momenti più disparati della giornata e della notte, non si è affatto fermata, a anzi ha avuto ancora più tempo a disposizione.
Non è casuale dunque se ho cominciato questo post affrontando il tema della formazione del pensiero, che mi porterebbe a parlare di psicologia, di quel poco di teorie e pratiche che credo abbiano influenzato moltissimo la mia vita, e che in quest’ultimo periodo mi sembrano regalarmi qualche nuovo frutto.
Non è casuale perchè è proprio in quella direzione che sono giunte ripetute ‘risposte’, cioé sollecitazioni ad affrontare l’argomento.

Una memorabile pastasciutta al sugo, il confortevole calore delle coperte del letto, gli orari del treno da San Lazzaro a Bologna.

Ecco, vaneggia, è diventato matto, penserà qualcuno di fronte a questa improvvisa virata.
Non è così (almeno spero); quei tre temi sconclusionati chiederebbero attenzione: sono loro, insieme ad altri, che mi parlano del presente di queste mie ultime giornate, dei progressi fatti e di quelli ancora da fare nella mia personale interpretazione dell’arte quotidiana del vivere.

Ma so anche, ed è il ‘pensiero controllato’ a dirmelo, che l’argomento è difficile, complesso, che mi porterebbe troppo lontano, ora, nel cercare di spiegare, di raccontare, di capire.
E la fantastica libertà di poter scegliere gli argomenti, e gli sviluppi di considerazioni e racconti, mi permette così una seconda virata, che lascerà quella pastasciutta, quelle coperte e quegli orari solo a livello di abbozzo, buoni per riprendere il difficile ed importante discorso in futuro, magari a più riprese, con la dovuta precisione e, magari, incisività.

Invece degli sviluppi interiori, dunque, racconterò quelli dei fatti, fatterelli o fattacci, che connotano queste mie giornate, e che spiegano la carenza di tempo e di calma.
Dunque l’auto è arrivata; è là in Co.Ta.Bo. a fare bella mostra di sé di fronte all’ultimo cancello, quello grande dell’accesso notturno, ferma e imperturbabile come un cavallo sotto qualsiasi tempo e qualsiasi cielo.
Non ha ancora targa né soprannome, ma qualche fotografia sì: raccogliendo un pressante amichevole invito giuntomi nei commenti all’articolo precedente, ieri pomeriggio gliene ho scattate quattro, due delle quali pubblico in fondo a questo post.

Sono di nuovo alle prese con la burocrazia, e mi tornano in mente le lunghe e gloriose battaglie affrontate quasi tre anni fa, nei mesi dopo il trasloco in questa casa.
“Sembra facile…”, diceva ‘l’uomo coi baffi’ della pubblicità, “fare un buon caffé”: arriva l’auto nuova, si installano le apparecchiature necessarie ad un taxi, si immatricola e si riprende a lavorare.
Peccato che a queste semplici frasi corriponda la necessità di spostarsi un’infinità di volte fra uffici, officine, agenzie e spazi espositivi.
E peccato che, puntuale come la cosiddetta ’sfiga’, mi è caduta sopra la testa proprio ieri la spada di Damocle che per due mesi aveva resistito sospesa senza troppi sussulti, per mettersi poi ad ondeggiare minacciosa sul finire della scorsa settimana.
Sto parlando della condivisione dell’auto di scorta con un altro collega appiedato.

Ieri a mezzanotte, qui nel parcheggio condominiale, gli ho dato le chiavi della Multipla, gli ho passato un po’ di consegne relative, e ci siamo accordati sull’organizzazione quotidiana dello scambio della vettura.
Al volante dell’auto che l’aveva accompagnato fin qui sedeva una giovane donna che è rimasta in disparte, non so dire se intimidita o contrariata dalla situazione.

Perdita di flessibilità nell’orario di lavoro e soprattutto mancanza dell’automobile al di fuori di quello, cioè fino alle cinque del pomeriggio, connotano e complicano ora le mie giornate.
Ma è inutile perdere la calma, le giornate si affrontano e si inventano una per una, in questo breve ‘periodo di transizione’ che durerà poco più di un’altra settimana, e magari mi offrirà spunti di vita e di racconto nuovi, come, perché no, un probabile ‘viaggio’ in treno da San Lazzaro a Bologna.

Mentre scrivevo, il collega mi ha riportato puntualmente la Multipla.
E’ ora di uscire e di andare: un’agenzia di pratiche auto aperta fino alle sette mi sta aspettando dalla parte esattamente opposta della città; poi potrò cominciare la mia serata di lavoro.
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touran.
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L’immagine iniziale è tratta da:
http://occhitristi.splinder.com/tag/biagio+parole+e+canzoni

Fasi e passaggi del tempo

14 Ottobre 2009 di Franz

camminouzedit

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Siamo in un periodo di transizione. Come peraltro qualsiasi periodo.

Non mi ricordo l’autore di questo aforisma, che trovo piuttosto significativo: tutti i periodi di tempo sono di transizione e di trasformazione; lo è la nostra stessa vita nel suo complesso, breve o lunga che sia.
Ma, come sosterrebbe l’impagabile (?) avvocato Ghedini, è l’applicazione della transizione che non è sempre la stessa.

Correnti settentrionali hanno in questi giorni scombussolato il clima del nostro Paese, una sferzata d’aria fredda e l’alternarsi nervoso di cupi passaggi di nubi e sole brillante.
Benché costituisca la premessa a quella delle brume e del buio, sgradita e temuta, è comunque sempre una stagione affascinante e, per quanto mi riguarda, quella di miglior tono psicofisico nel bioritmo annuale.
Però, quando la transizione (o la sua applicazione) è così vivace, voltarsi indietro anche solo di un paio di mesi lascia davvero un po’ attoniti.

Mi rivedo la sera dell’incidente che pose fine alle corse della ‘Cometa’ (come avevo soprannominato il mio primo taxi). Di ritorno dalla solitaria cena ai ‘Laghetti di Castenaso’ rincasavo di buon passo per la stradina di campagna, deserta e già buia nell’incipiente notte d’estate, a fare i conti con la novità di trovarmi appiedato proprio nella settimana di Ferragosto.

Eccomi ora, nel ricordo, nel vasto e deserto spazio espositivo di una concessionaria Volkswagen, insieme all’amica che mi ci aveva accompagnato con la sua auto, seduto alla scrivania di un commerciale che avrà creduto di sognare nel concludere una vendita proprio nel periodo di lavoro più piatto dell’anno.
“Ci vorranno circa novanta giorni; magari qualcosa di meno”.
Un rapido conto unito ad un salto in avanti: metà agosto – metà novembre, mi diede l’impressione di entrare in un periodo lunghissimo.

Mi rivedo, di ritorno dal week-end ferragostano passato in montagna, scendere da un treno il lunedì successivo a metà pomeriggio, e sentirmi improvvisamente senza fiato, calato in una fornace ardente. Rivedo l’impiegata della Co.Ta.Bo., nel suo ufficio gelato dal condizionatore a tutto gas, darmi le chiavi dell’auto di scorta. Mi rivedo nel cortile battuto da un sole chiaro, obliquo e spietato, aprire per la prima volta la portiera della Multipla, da utilizzare per tutto il periodo di transizione.

Ma poi il tempo passa, oh se passa.
Metà settembre: un mese già bruciato, ne mancano due. Con l’auto sostitutiva, che si mangia una fetta degli incassi, e in previsione dell’importo da saldare per l’acquisto, non puoi mollare la presa, devi lavorare tutti i giorni in cui ti è permesso, costantemente, e sperare di non aver altri incidenti o accidenti di percorso. Sogno, medito, progetto una vacanza: una settimana in un posto tranquillo, possibilmente lontano dal freddo, da farsi quando sarà arrivata la Touran, a fine novembre o inizio dicembre, che mi permetterà anche di scappare per un po’ dall’interminabile ossessione del Natale cittadino.

Poi il tempo corre, oh se corre.
Venerdì scorso. E’ il nove di ottobre; siamo ormai a due terzi di un cammino fin qui senz’altro positivo.
Come sempre, il primo richiamo alla realtà a cui lentamente mi costringo quando in tarda mattinata mi sveglio, è l’accensione del telefonino, che ha riposato sul comodino accanto a me.
E come sempre spero non ci siano messaggi.
Invece ecco il segnale dell’sms ricevuto: si tratta dell’avviso di una chiamata da parte di un numero non presente in rubrica.
Mi guardo bene dal richiamare, vista la probabilità di noie in arrivo decisamente più alta rispetto alla vincita di un premio o a qualche altra bella notizia.

La cosa si ripete lunedì. Cerco il numero su Google, senza risultati.
A questo punto cedo e lo chiamo, anche perché mi si è affacciata una speranza: non sarà magari la concessionaria ?
Ma risulta spento. Cerco e trovo il biglietto da visita del venditore, su cui però è indicato solo il numero di telefono fisso.
Chiunque sia, richiamerà.

E un paio d’ore dopo richiama, ed è proprio lui.
L’auto è già arrivata, con un mese di anticipo; resto un po’ spiazzato ma ben felice dell’inattesa novità.
“Se vuole venire a vederla è qui; intanto per prima cosa dovrebbe prendere appuntamento per l’allestimento ad uso taxi”.

Non ci sono andato, non ho ancora visto la mia nuova compagna di lavoro e di viaggio; troppo da fare per permettermi di andare apposta fin là in orario d’ufficio.
Ma la conoscenza è solo rimandata a domattina alle nove, quando, con la targa di prova, il venditore la porterà in Co.Ta.Bo., dove ho avuto e dato l’appuntamento.

Da tempo non è più l’epoca, né l’età, delle emozioni, per novità di questo genere.
Ma lo è sempre quella della speranza.
Riposta, in questo caso, nell’inizio di un nuovo, lungo e prospero periodo di transizione, ricco di meravigliose avventure da raccontare a chi mi segue con curiosità ed affetto.
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L’immagine è tratta dal sito:
http://2012.splinder.com/tag/transizione+dimensionale

Un talk show indesiderato

9 Ottobre 2009 di Franz

taxiedit

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Da qualche mese sono state assegnate nuove licenze di taxi, proprio in un periodo in cui la crisi economica si fa sentire anche nel nostro lavoro.
Di conseguenza, è aumentato il tempo che passiamo fermi ai posteggi, anche nelle giornate di maggior attività, per le fiere o altri eventi: si lavora a ondate, sui picchi di richiesta, poi, d’improvviso e di frequente, l’attività collassa e nel giro di pochi minuti i posteggi si riempiono, qualche volta a dismisura, prima di un nuovo afflusso di utenti.

Non voglio però piangere miseria; in fondo personalmente avverto molto di più l’handicap economico legato al lungo e costoso utilizzo dell’auto di scorta, in attesa che mi arrivi la nuova ‘Touran’, e cionondimeno riesco abbastanza agevolmente a sbarcare il mio lunario da singolo risparmiatore.

Avverto maggiormente, di tanto in tanto, anche un altro handicap, di natura diciamo socio-psicologica: la mia scarsa propensione alla chiacchiera, a scendere dall’auto e fare capannello con i colleghi.
La mia timidezza di fondo si scontra con la difficoltà ad entrare in sintonia con persone che, come me, come tutti, hanno pregi e difetti, ma quasi sempre avverto molto distanti dal mio mondo, per interessi, tipo di sensibilità e cultura, senza per questo voler fare il superbo o l’aristocratico.

Una settimana fa, intruppato fra decine di auto bianche ferme in attesa in Piazza Maggiore, ho deciso di sgranchirmi un attimo le gambe, ed è stata una scelta infelice, perché sono stato vittima di una piccola imboscata.
Un collega dell’altra cooperativa di tassisti, che conta molto meno soci della nostra Co.Ta.Bo., un tipo che vedo di rado ma mi piace molto poco, per i suoi tratti che avverto poco franchi (per non usare termini più pesanti), nel vedermi esclama, rivolto ad un altro collega: “Oh, c’è anche il bolscevico”. Le chiacchiere girano e qualcuno che mi conosce meglio gli avrà detto qualcosa della mia posizione politica, di netta minoranza fra di noi.
“No, davvero sei un bolscevico ?”, mi fa l’altro, un tipo che vedo più spesso, molto posato e cortese nelle maniere, e che non nasconde, come appunto gran parte della categoria, le sue simpatie per la destra.
“Macchè bolscevico, essenzialmente sono un ecologista”.
Ma poi, sotto il tiro incrociato delle provocazioni, a un certo punto esco con decisione:
“Beh, se volete saperlo, sabato andrò a Roma per la manifestazione per la libertà di informazione”.
E così mi trovo protagonista di uno scambio di opinioni, molto corretto nelle maniere ma molto serrato, di una certa qual aggressività, nei contenuti, dapprima a tu per tu con quest’ultimo collega, poi pian piano con un piccolo drappello di altri, attirati dalla discussione.

Temo ed odio queste situazioni, che mi costringono sulla difensiva, e per questo mi impediscono di mantenere la calma e la lucidità per articolare discorsi approfonditi, ma semplici e convincenti, come sarebbe necessario.
E’ convinto, il mio interlocutore, ed attacca: siamo noi, quelli della sinistra, ad avere una percezione falsa, ghettizzata, della realtà.
Oltre al solito berlusconiano argomento della legittimazione popolare del governo, cita ‘La Repubblica’ e il ‘Corriere’ per dimostrare che l’informazione è in maggioranza ‘in mano nostra’, e poi attacca sul fronte degli scandali nel PD, evocando i nomi di Consorte, D’Alema e Fassino.
Lo spiazzo un po’ quando, su quest’ultimo punto, gli do ragione: è abituato ad un dualismo grezzo con interlocutori politici legati acriticamente al PD.
Poi interviene un altro collega, uno molto riflessivo: “Sono convinto anch’io che la situazione del conflitto d’interessi sia anomala, ma io non vedo delle alternative possibili a cui dare fiducia”.

Il dibattito procede, cito i legami mafiosi del capo del governo, il sostanziale silenzio di tutta la stampa per lunghi anni su questi rapporti pericolosi, cito il rimbambimento culturale operato negli anni dalle tv, ma mi accorgo di essere sempre di più impacciato e in difesa, nei confronti di chi continua imperterrito a manifestare la mia posizione come avulsa dalla realtà.

Quando lavoravo nel campo dell’informatica applicata, a parte i dirigenti, la cultura politica era fra noi molto condivisa; ricordo il tifo da stadio ai tempi dei processi di tangentopoli.
Ora mi rifugio quotidianamente nel fatato mondo di internet, dove c’è spazio per tutti, ma dove l’accesso ai fatti veri, alle informazioni vere, alle opinioni vere, ha finito da tempo per fare prevalere nelle tante voci presenti una certa fondamentale, e corale, connotazione di opposizione, decisamente di sinistra, di una sinistra illuminata e critica.
La realtà della strada è assai diversa; me ne accorgo ascoltando ed osservando i clienti, che me ne danno un quadro molto contrastato, nei loro personali molteplici diversi approcci.
Ma, come dicevo, assume connotazioni addirittura del tutto opposte fra la maggioranza dei colleghi.

Da una parte si può capire: la sinistra, negli ultimi anni, si è accanita contro la nostra categoria, in modo quasi sempre demagogico e non abbastanza informato sulla grande complessità dei problemi del trasporto pubblico. Nomi come Rutelli, Veltroni, e soprattutto Bersani, hanno comprensibilmente generato odio nei confronti della parte politica da loro così indegnamente rappresentata.
Aggiungiamo un livello culturale medio non elevato, che comporta scarsi strumenti di pensiero critico.
Aggiungiamo la scarsissima diffusione di internet, dovuta anche all’enorme numero di ore che devono lavorare quelli che tengono famiglia, o magari le rate del mutuo per estinguere il pagamento della licenza.

La soluzione, a situazioni scottanti come quella in cui mi ritrovo invischiato, è sempre e solo una: gli utenti che, pian piano, a volte ad ondate, smaltiscono la fila dei tassisti sfaccendati obbligandoli alla guida.
E finalmente è anche il mio turno.

Sale una coppia di Americani, un po’ attempati.
Lui sembra di buon unore e un tantino brillo.
“Buona-sewa”, mi fa, poi, dopo avermi indicato la destinazione, intona: “Buona-sewa, sino-wina, buona-sewa…”.
Mi piace la gente allegra, se posso mi allineo immediatamente al loro tono scanzonato.

Poi, dopo un po’ che andiamo, mi rivoge una domanda, di cui capisco solo le parole “Why” e “put”.
Gli dico, scusandomi, che non capisco, che il mio inglese è “so and so”.
Zittisce per qualche secondo.
Poi torna alla carica e questa volta ha la voce molto seccata, mentre con la mano mi batte odiosamente sulla schiena, indicando il tassametro.
Ora capisco, si sta lamentando della cifra di inizio corsa.
Cerco di spiegargli che sono le tariffe automatiche e concordate, ma non ne vuole sapere.
Allora gli dico di guardare, di lato, l’adesivo che illustra il tariffario, anche in inglese, per controllare.
“No, I don’t look anything”, non guardo niente io, mi risponde sempre più arrabbiato.
E poi mi dice che ha preso un altro taxi in giornata e l’importo iniziale era più basso.

Sfinito dal mio precedente personale “Porta a porta” in Piazza Maggiore, non ho la pazienza e la lucidità di spiegargli che dopo le dieci di sera interviene la tariffa notturna, ma non ne ho neanche il tempo, perchè mi ordina di fermarmi all’istante.
Lo accontento, ma mentre scende e fa scendere la moglie gli dico:
“Five euros, please”: almeno cinque euro, per non dargliela vinta.
“No !, nothing !”
Un chiaro “Vaffanculo !” mi esce spontaneo, quasi involontario, ma deciso.
Per fortuna non ribatte e se ne va.

Proprio una serataccia…
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Immagine tratta da:
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