Sole, vento e fango

9 marzo 2010 di Franz

.
.

Sotto il cielo nero di una città solcata da folate di vento freddo, ragazze e donne di svariate fasce d’età, a piccoli gruppi, stanno vivendo nei vari locali la serata dedicata a loro, con tutta l’allegria e la complicità di cui sono capaci e che mi procurano sempre un certo incanto.
Molte di loro si muovono in taxi; sarebbe un lunedì di lavoro proficuo e piacevole, se non cadesse in un mio turno di riposo.
Se tutte le disgrazie sono queste, dice il saggio, che il Signore ce ne mandi tante; e una giornata di stacco dal lavoro giunge comunque gradita, in questo mio periodo in cui ho l’impressione di stare smaltendo le dodici fatiche di Ercole, tanta è la propensione a dolci, prolungate, profonde iniezioni di riposo.

Era già passata l’una del pomeriggio, quando il lungo conflitto fra il benessere del rimanere beatamente sotto le coperte e il richiamo alle attività di una nuova giornata si è concluso, come sempre, con una stentata vittoria di quest’ultimo.
Apro le persiane su un cielo luminoso, ma filtrato in qua e in là da strati nuvolosi mossi dal vento.
Le prime due ore della mia giornata se ne vanno occupate, oltre che dalla leggerissima colazione che faccio ogni volta che ho intenzione di andare a correre, da una serie di attività al computer: la consueta panoramica su posta, facebook, blog mio e degli amici, ma anche salvataggi in remoto (da quando ho scoperto le possibilità di Gmail.com).

Sono dunque le tre quando esco con il consueto abbigliamento invernale da corsa; solo il berretto è quello estivo, di cotone traforato, ma a scanso di equivoci ho in tasca la cuffia di lana nera, che per un certo tratto iniziale risulterà necessaria.
Luce. Tanta, sgarbata, fendente: il sole e quelle nuvole stratiformi biancastre che fanno da specchio.
Raffiche di vento gelido. Il costante grigiore di un lunghissimo inverno ha ceduto ad un marzo finalmente luminoso, ma tutt’altro che primaverile, gioioso e gradevole.

La sensazione di freddo se ne va pian piano, mentre percorro, correndo ma senza forzare l’andatura, il mio solito itinerario verso le zone campestri più armoniose nei pressi dei laghetti di Castenaso e dei campi da golf.
Il ricordo se ne va ad anni molto lontani, quando, invece di studiare per dare gli esami all’università, mi recavo a piedi quasi tutti i giorni all’amato parco dei Giardini Margherita, mosso da un’inderogabile esigenza di dare spazio alla mia vera interiorità fin allora soffocata, con l’imperiosa voglia di fare un po’ di chiarezza tramite l’introspezione. Mi mettevo sulle mie panchine preferite, come un pensionato, a scrivere lunghi brani di diario, o ’straordinarie’ poesie.
Come si può immaginare, vivevo molto accoratamente gli sbalzi climatici, che potevano agevolare od ostacolare in grande misura quella mia attività all’aria aperta, affrontata con tutto l’intransigente assolutismo dei vent’anni.
Terminò, quella fase: due, tre, quattro anni, chi si ricorda più; poi, avendo rinunciato agli studi per il lavoro, cominciò quella dell’ufficio e delle trasferte, una ‘breve’ parentesi di quasi altri venticinque anni, da cui infine uscii a riveder le stelle, e il sole di marzo, che aveva avuto la pazienza di aspettare il mio ritorno, benché ormai diventato incapace di scrivere poesie, e quasi anche, con grafia sufficientemente calma e ordinata, qualsiasi altra cosa con una penna su un foglio di carta.

Imboccata la stradina che si addentra fra i campi verso i laghetti, scorgo davanti a me la piccola signora anziana, quella che mi ispirò la favola delle palline da golf colorate; cammina ad andatura decisa, vestita, anzi tutta bardata, a tinte scure ma ricercate.
Dopo averla superata di qualche metro mi giro e le sorrido:
“Buongiorno, ha visto che freddo ?”
“C’è un vento che porta via !” e fa il gesto di coprirsi ancora di più il collo cinto da una sciarpa.
“E poi domani le previsioni dicono che nevica !”
“No, qui da noi?”
“Sì, domani forse, e mercoledì quasi di certo”.
“Oh Signore”, fa visibilmente contrariata.
“Ma vedrà che poi arriva, la primavera; è sempre arrivata…”
“Eh, sì”, e ci scambiamo un sorriso a distanza, prima di salutarci.

Ho deciso che sulla via del ritorno percorrerò una variante, inoltrandomi nella boscaglia che fiancheggia il fiume, e che dovrebbe ripararmi dal ventaccio, che comunque tende un po’ a calare.
Per un breve tratto riesco ad assaporare anche un po’ di tepore del sole sul viso; è davvero piacevole, anche se aumenta il desiderio inappagato di una primavera, che certo arriverà, ma dicono ancora molto lontana.

Doppiato il punto più distante, che è un tratto di una strada asfaltata e mediamente trafficata, imbocco la variante che mi ero prefissato.
Le acque limacciose del fiume scorrono alla mia destra con un certo impeto; poi la boscaglia mi impedisce di osservarle.
Un ostacolo imprevisto rallenta ora la mia andatura: una quantità di fango che sembra aumentare man mano che mi inoltro per il sentiero. Pozzanghere, fanghiglia alternata a chiazze di erba moribonda, strati di melma che catturano le scarpe e vorrebbero inglobarle, riuscendo comunque ad appiccicarsi come indesiderata zavorra.
Poi sempre peggio: vere e proprie piscine torbide, che mi costringono a deviare, e a cercare camminando dei varchi fra i roveti secchi e spinosi. Il fango mi aveva fatto slittare in più di un’occasione, ma a farmi toccare terra con le mani sono i rametti secchi di quelle siepi, che un paio di volte riescono a farmi lo sgambetto.
Il sentiero poi diventa irriconoscibile, anche perchè invaso da rami accatastati da evidenti lavori di parziale ripulitura del bosco.
E, neanche a dirlo, mi perdo.
Unico riferimento, la collina, lontana, sulla sinistra. Per il resto cerco i tragitti meno accidentati, finché, uscito dalla boscaglia, finisco lungo i bordi di alcuni campi arati.
Fiancheggiandone uno, raggiungo una villa che mi sembra di riconoscere, ma dal lato posteriore; è tutta recintata, e davanti all’unico varco possibile campeggia un cartello “Attenti al cane”; di lì a un attimo alla scritta si aggiunge il sonoro.
C’è una porta con un campanello, lungo il recinto; vinco la timidezza e suono, ma nessuno si fa vivo, mentre i due cani continuano a darmi il malvenuto.

Dietro-front; per fortuna non mi ci vorrà molto a trovare il bandolo della matassa per uscire da quel senso di clandestinità su una proprietà privata; nella fattispecie, una stradina che mi riporta sulla rete viaria pubblica.
Non distinguo però nessuna delle solite strade: sono finito lontanissimo, e ancora mi chiedo come ho potuto trovarmi nel paese di Villanova senza attraversare il fiume.
Ora riconosco le strade: sono quelle che percorro non a piedi ma in auto, passando dal centro commerciale, con la Cavallona, ma so che, per quanto lunghe, mi riporteranno a casa.
Cerco di mantenere l’andatura da mezza maratona, leggera ma efficiente, mentre il sole tende ad addolcire le tinte nella tipica luminosità del tardo pomeriggio; tutto sommato mi ritrovo stanco ma non sfinito all’arrivo, dopo un’ora e cinquanta di allenamento, e soli quattro o cinque chilometri più del previsto.

Il computer è acceso e ha finito di trasmettere dati in rete. Oltre al bagno e allo shampoo, mi aspetta lo sgradito compito di lavare le scarpe piene di fango.
Ma in ufficio, comunque, si stava peggio.
.
.
.
.

——-
Immagine da: http://forum.panorama.it/f37/raccontaci-il-tuo-ultimo-contatto-ravvicinato-con-la-natura-t3770/

Una serata magra

4 marzo 2010 di Franz

.
.

Senza alcun prevedibile criterio, serate di lavoro produttive e interessanti si alternano con altre assolutamente deprimenti.
Una lunga sosta al posteggio Righi, in via Indipendenza, con l’occhio e il dito costantemente vigili a controllare la situazione di quello di Piazza Maggiore, su questo dannato piccolo video touch-screen, che manco conserva la videata che hai richiesto e, dopo qualche secondo a suo piacimento, sistematicamente decide di cambiarla, con un’altra che non ti può interessare di meno.
A forza di ‘refresh’, decido che è il momento buono: solo un collega risulta in attesa nella vicina piazza principale; mi ci fiondo, abbandonando l’attuale postazione.
Nel mio caro e antico stracittadino scenario medievale, davanti a quel che resta del cinema Arcobaleno, la situazione dei colleghi in attesa non è però così incoraggiante, perché ce ne sono diversi dell’altra cooperativa (non censiti dal nostro sistema radio-taxi) e un paio di ‘cani sciolti’, quelli senza radio, e tutti questi hanno comunque la priorità sui clienti che si presenteranno di persona, che qui sono la maggioranza.
Aspettare ancora, con la sola compagnia della musica; il tono vitale è troppo basso anche solo per riprendere in mano il libro che sto leggendo, o magari per uscire dall’auto e sgranchirmi la schiena.
Serata magrissima; ripenso all’autentico colpo di grazia di circa un’ora fa, quando, dopo un’altra lunghissima attesa in Piazza Malpighi, dietro un paio di colleghi che a loro volta non si muovevano da lì, quando è venuto il mio turno sono ‘andato a vuoto’ su una chiamata da via S.Isaia, maledetto chi si diverte a fare ’sti scherzi.

Ma, come si diceva, tutto passa, ‘panta rei’, le stagioni, i governi, la vita intera, e per fortuna anche le attese più lunghe.
Finalmente, diventato capofila, sopraggiunge il mio nuovo equipaggio, un terzetto formato da una coppia sulla quarantina e da un loro coateneo, uno che parla con la classica sonorità sbandierata e un po’ sussiegosa tipica di molti omosessuali.
Sicuramente reduci da una serata più intensa della mia, dialogano fra loro, in maniera rilassata ma viva; da parte mia presto scarsissima attenzione a quello che dicono, ma avverto che almeno mi stanno trasmettendo un po’ di prezioso nuovo tono vitale.
La coppia si fa scaricare presso un vicino palazzo storico, quindi l’altro, dopo averli salutati, mi indica la nuova destinazione: a San Lazzaro, il mio comune di residenza; quanto meno una corsa abbastanza lunga e remunerativa.
Alzo il volume della musica, ma un po’ di disagio fa capolino, mentre sento che il mio ospite, forse soprapensiero, bisbiglia, o rimugina, o intona qualche frase molto sottovoce.
Un omosessuale, condividendo il funzionamento del cervello e della psiche proprio del tuo stesso genere, è evidentemente più attento a valutare ed apprezzare le sfumature del tuo comportamento, anche grazie alla spiccatissima sensibilità di cui spesso è dotato; e la cosa l’avverti chiaramente, e ti dà un po’ di imbarazzo. Fino ad interrogarti sul tuo stesso modo di comportarti alla guida, sulla più o meno ostentata sicurezza, come possibile tramite di una non voluta equivoca seduzione. O forse sono solo mie paturnie, mi chiedo fra me e me, chi può dirlo, magari tracce inconsce di un mio normale ‘conflitto di genere’ un po’ irrisolto.
Anche questo lieve disagio, tuttavia, col passare dei chilometri e dei minuti tende a scomparire. E, una volta giunti a destinazione, il commiato è all’insegna di una estrema ed autentica cortesia da ambo le parti.

E’ passata da poco la mezzanotte; l’incasso della serata è decisamente scarso, ma la voglia di tornare in centro ancora più scarsa.
Scelgo un sano compromesso: mi dirigo verso il vicino posteggio di San Lazzaro, quello un po’ defilato rispetto alla centrale Piazza Bracci, con la chiesa e il comune, e in un minuto o due lo raggiungo e spengo il motore.
La quiete è intensa, austera; la mancanza di movimento è resa più irreale ma più sopportabile dalle luci della vicina piazza, e qui, fra gli alberini del posteggio dimenticato da Dio e dagli uomini, c’è quasi un senso di nicchia, di riparo, di nido da cui contemplare la notte, la vita.

Ma non troppo a lungo, perchè subentra un piccolo ma insidioso ricorrente problema, non esattamente di genere filosofico: devo trovare un posto per fare pipì, e al più presto.
Il parco della Resistenza non è lontano, e a quest’ora potrò ‘agire’ del tutto indisturbato.
Quando abitavo in centro venivo spesso fin qui in macchina per i miei allenamenti di corsa podistica, tanto mi piaceva questo immenso poligono irregolare leggermente in declivio, quasi tutto occupato da un unico grande pratone, che in primavera si riempie di una miriade di margheritine.
Ho nostalgia, dovrei tornarci a correre, ogni tanto, se non fosse così comodo, ora, uscire da casa e trovare ben presto la campagna.
Strana, la nostalgia; di tutte le centinaia di strade, angoli, locali della città a cui sono legati i ricordi disseminati dalle più svariate età del mio passato, solo pochi posti e situazioni evocano questo desiderio, questo senso di mancanza.
Solitamente sono situazioni di grande quiete, tranquillità, solitudine, quasi ad indicarmi che tale è la mia vera ed unica strada.
Chissà.

La mia strada, ora, però è un’altra: con anticipo rispetto ai miei soliti orari, dichiaro chiusa senza rimpianti la serata e imbocco quella che, nel giro di pochi minuti, mi riporterà a casa.
.
.
.
.

——-
Immagine da: http://metroguida.iobloggo.com/archive.php?m=07&y=2005

Quelli fra palco e realtà

28 febbraio 2010 di Franz

.
.

Dunque ieri non sono andato alla manifestazione romana del ‘Popolo viola’, in quella piazza illuminata da un bel cielo sereno, da alcuni splendidi ospiti e da una buona presenza di folla, anche se ovviamente non confrontabile con quella oceanica del ‘No B.-day’ dello scorso dicembre.
Anche da casa, tuttavia, ho avuto il mio bel da fare, per cercare sia di seguirla in streaming-TV, sia anche di agevolare, nei miei limiti, chi altri avesse voluto farlo.

Oggi, il giorno dopo, mi piace riferire proprio di questo traffico parallelo avvenuto qui in Rete, ancor più rispetto ai contenuti dei numerosi interventi dal palco di Piazza del Popolo (comunque quasi tutti di grande intensità ed efficacia), o delle immagini di ‘quel’ popolo.

Fin dalla notte precedente avevo pubblicato qui sul blog un post, a carattere temporaneo, con i link ai siti che mi risultava garantissero la diretta, cioè RAI-News24 e Repubblica-tv.
Durante il pomeriggio, poi, l’ho modificato diverse volte, in particolare per togliere l’indicazione di Repubblica-tv, rivelatasi errata, e per aggiungerne un’altra, presa da Facebook, che poi si è dimostrata il vero asso nella manica: quella di un ulteriore collegamento in diretta video, realizzato da un certo Maurizio di Roma con un semplice ma efficace ‘iPhone’ che trasmetteva in UMTS sul sito ‘ustream.tv’.

Il suo servizio, sia pur da appassionato dilettante, si rivela insostituibile, man mano che appare chiaro, per contrasto, il taglio dato dall’emittente ufficiale, che, memore di quella dicitura ‘RAI’ (leggi: regime) prima di ‘News-24′, annacqua gran parte della diretta con continui tagli, soprattutto interviste preconfezionate ritenute evidentemente molto meno dannose e pericolose per la pubblica opinione e per l’ordine costituito (…e corrotto).

Certo, gli ospiti sul palco quasi non si vedono, ma si sentono bene, mentre l’effetto-presenza è amplificato da qualche breve esclamazione, o talvolta qualche sonora risata, dell’intrepido operatore.
Intanto, sulla ‘bacheca’ Facebook del Popolo Viola, si susseguono messaggi di vario genere: chi si limita a dire “vorrei essere là con voi”, chi a commentare gli interventi provenienti da quel palcoscenico, chi, come me, a cercare di agevolare con un po’ di tam-tam la fruizione dell’unica diretta davvero interessante, quella appunto di Maurizio.
Il quale, a più riprese, prende la parola durante la trasmissione proprio per chiederne la diffusione del link su Facebook.

Qualcuno riesce a duplicare il segnale su un altro sito, e ne dà l’indicazione, mentre i commenti di critica allo pseudoservizio di RAI-News24 si moltiplicano.
In basso, sulla videata della trasmissione in streaming, c’è il contatore on-line degli utenti collegati, che piano piano, gradualmente, crescono, dai meno di cento delle fasi iniziali, fino a toccare circa quota cinquecento.
Poco prima delle sei e mezza, Maurizio dice a più riprese che dovrà chiudere il collegamento e andarsene, non solo per la stanchezza accumulata.
Finché si decide a salutare: ringrazia tutti e si dichiara decisamente soddisfatto della sua personale Auditel, cioè di noi cinquecento spettatori.

Non resta che seguire l’epilogo della manifestazione sull’emittente ufficiale, che alla fine regala un’altra perla.
Con fare molto sussiegoso, il giovane giornalista in studio, bontà sua, dice che lascerà ancora qualche minuto la voce al palcoscenico, proprio mentre viene chiamato un nutrito gruppo di organizzatori per un congedo piuttosto particolare: su una base musicale, tutti uniti nello scandire un testo rap il cui ritornello suona: “Legittimo, legittimo, legittimo un cazzo !”, alludendo naturalmente al ‘legittimo impedimento’ a farsi processare, da parte del nostro comune amico, Mister B.
Pochi secondi, poi il giornalista pensa bene di riprendere la linea, cercando di giustificare quegli ‘eccessi verbali’, o qualcosa del genere, e per un commiato ancora più disgustoso, in cui dice, quasi con tono di scusa, che il compito dell’emittente è di documentare anche manifestazioni come questa.

Probabilmente il popolo della Piazza è tornato a casa ricaricato e con qualche nuova speranza in più.
L’impressione di noi cinquecento fruitori dell’unica diretta degna di questo nome (una ventina di clic anche dal mio link su questo blog) credo sia decisamente diversa, almeno per me. Carboneria. Società segrete. Radio Londra. Clandestinità.
E la tentazione di un senso di debolezza, di terribile pochezza, nei confronti dell’oceano di corruzione, mafia, menzogna di regime che sembra sommergerci ogni giorno di più.

Poi si ragiona, si capisce che i fermenti di rinnovamento ci sono, per difficile che sia quantificarli; che magari, chissà, servirebbe un leader capace di convogliare in un’unica direzione politica questo patrimonio; e che comunque la realtà si muove, evolve, a dispetto del claustrofobico regime politico e informativo in cui siamo finiti..


.

Poi si torna a sperare.
Che i tanti appassionati volontari che si danno da fare, soprattutto nell’ambito della comunicazione, ma anche i tanti personaggi di spicco dell’informazione e della cultura, come tutti i volti puliti di quella piazza, abbiano prima o poi il conforto di nuova luce, di una società e di una politica miracolosamente guarite dall’attuale stato di malattia terminale.

.

Proprio come la primavera, che sto invocando spesso da queste pagine, e che prima o poi farà il suo corso, a dispetto del girigiore tornato oggi a dominare il cielo e tutto il paesaggio.
.
.
.
.

——-
Attenzione: l’intera citata trasmissione in streaming è stata scaricata in quattro parti, ed è consultabile cliccando qui.
.
.
.
.
.

——–
L’immagine finale è tratta da: http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/

Aspettando il disgelo

23 febbraio 2010 di Franz

.
.

Qualcosa di mezzo fra una segretaria importante e una responsabile di progetto: mi si fa incontro proprio mentre mi stavo alzando senza aver sistemato il disordine di alcuni oggetti, carte e documenti sul mio piccolo banco in fòrmica verde chiaro, in un’aula con altri banchi, sì, qualcosa di simile alle scuole dei miei ricordi.
“Allora, mi hanno detto che qualcosa non gira per il verso giusto…”, mi interroga con tono gentile ma decisamente autorevole, di chi ascolta per controllare e forse anche per raddrizzare.
“No no,” cerco immediatamente di rassicurarla, “c’era qualche problema, come dire, un bubbone, ma siamo riusciti a isolarlo stamattina. Restano solo le classifiche da fare, e non è semplice perché gli incontri con quelle due squadre straniere sono andati come sono andati, con quella valanga di goal, diciannove, venti, chi può dirlo ormai.”
Mi ascolta attentamente, mentre procediamo affiancati, a passo lento, lungo un bordo dell’aula.
“Ecco,” aggiungo, “un’idea potrebbe essere quella di fare una ‘classifica avulsa’ con i soli incontri avvenuti fra noi.”
Un paio di colleghi mi guardano storto dai loro banchi, esprimendo col viso tutto il loro disaccordo.
Più tardi sono nuovamente seduto al mio banco, verso il fondo dell’aula; sul piccolo ripiano di fòrmica il disordine è immutato. Alla cattedra c’è l’ingegnere, quello con la i maiuscola, l’amministratore delegato della ditta, viso affilato, capelli neri. E improvvisamente fa una cosa che nessuno si sarebbe mai aspettato: si mette a cantare una romanza, con una voce di una potenza formidabile, come un disco a tutto volume.

Mi sveglio con un forte senso di disagio, di difficoltà, accumulato in quello strano sogno.
Avevo stentato a lungo a dormire: nausea, troppo condimento di aglio olio e peperoncino in quella pastasciutta che mi ero fatto ieri sera, dopo una giornata sigillato dentro casa grazie al turno di riposo.
Poi piano piano era passata e avevo preso sonno, ormai all’alba, e mi ero successivamente svegliato un paio di volte con la coscienza di poter comunque recuperare il riposo, senza limiti di orario per alzarmi.
Come spesso succede, in uno di quei risvegli avevo sentito il mio vicino del piano di sotto, singolo anche lui, fare una delle sue telefonate con la voce squillante e la sua forzata e urlata risatona a singhiozzo; è da più di tre anni che abito qui e non ho ancora capito che mestiere faccia: nelle assemblee condominiali dice di essere sempre in giro per lavoro, mentre in realtà è quasi più casalingo di quanto non sia io in questo periodo.
Mi devo spesso ripetere che una famiglia con dei bimbi piccoli sarebbe sicuramente peggio, e poi comunque da un po’ di tempo ha smesso di ascoltare i suoi brani musicali proprio sotto la camera dove dormo, brevi ma a volume sufficiente a svegliarmi. Probabilmente fu efficace la mia reazione quando, appena destato dalle note del “Bel Danubio blu”, mi misi a cantarci sopra, con quanta voce e quanta rabbia avevo in corpo: “Che rom-pi-co-gliòn, co-gliòn, co-gliòn! che rom-pi-mar-ròn, mar-ròn, mar-ròn!”, eccetera; a un ipotetico osservatore nascosto dietro la porta sarebbe stata indubbiamente una bella scena.

C’è una costante che accomuna i lontani tempi della scuola, evocati dai piccoli banchi di quel sogno, e questo presente; si tratta del mio difficile rapporto con il mese di febbraio. Il maledetto febbraio, non esitavo a definirlo nei miei diari e nelle mie poesie adolescenziali, il mese in cui la coda dell’inverno sembra non voler finire più, a dispetto del lentissimo progressivo allungarsi dei pomeriggi.
Non lo chiamo più maledetto, ora: il passare degli anni insegna a fare tesoro di tutto il tempo e le stagioni a propria disposizione, che si rivelano molto meno illimitati di quanto non sembri da ragazzo e da giovane; ma evidentemente il ciclo del mio bioritmo annuale non è cambiato, e come allora accuso in questo periodo un evidente calo di tono vitale.
Se non altro, la grande libertà di orari del mio lavoro, come pure del mio stato di singolo, mi permettono di arginare il problema, di difendermi, di simulare il più possibile a lungo il protrarsi del letargo dentro la tana. Talora mi sembra di anelare unicamente al benessere del riposo.
Ho avuto notizia di diversi eventi interessanti in calendario nella mia regione; ogni volta mi interrogo e mi dico no, non mi giova, non mi piace (come la lingua latina esprimeva con un’unica parola) quanto starmene il più possibile quieto, profilo basso, sotto coperta, sotto le coperte.
Il concerto di Naïf Herin, emergente straordinaria cantautrice rock valdostana di cui sono un autentico fan? No grazie; peccato, è un evento più unico che raro.
L’incontro con Marco Travaglio, e magari l’occasione per rivedermi con gli amici modenesi ? No, magari un’altra volta.
Il concerto del coro multietnico Mikrokosmos, di cui ebbi modo di scrivere con entusiasmo prima di Natale ? No, ci sarà un’altra occasione.

La manifestazione romana del ‘popolo viola’ a tema “La legge è uguale per tutti”, sabato prossimo ? No, questa volta non ci andrò.

.

Ed ero anche un po’ dubbioso, sull’utilità di una nuova manifestazione non così distante da quel luminoso ‘No B.-day’ di dicembre.
Come l’altra volta mi dicevo: è una scommessa, e la maggiore o minore partecipazione ne decreterà la vittoria; ma mi sembrava prevalere il senso di una dispersione di forze, ben lontani dalla possibilità di bissare quel clamoroso evento.
Poi l’adesione di moltissime personalità, come ho appreso via via su Facebook, mi ha dato speranza di un nuovo successo: l’elenco è fittissimo ed imponente (vedi qui).
E allora, se non altro, ho contribuito un po’ alle spese, con un bonifico on-line di venti euro (in alternativa si può usare il metodo Paypal, l’importo è comunque libero), raccogliendo l’appello degli organizzatori, che ritengo abbastanza onesti ed affidabili.
E che hanno indetto proprio per oggi, martedì, fino alle ore ventiquattro, una campagna straordinaria di sottoscrizioni (clicca qui).

Il difficile tempo di febbraio intanto scorre; i pomeriggi, giorno dopo giorno, lentamente, progressivamente si allungano.
Prima o poi il sapore di un nuovo vento tiepido, e l’ascolto di mille nuovi cinguettii festosi, ci doneranno nuove sensazioni, e nuove parole, di primavera, di cambiamento, di speranza, di vita, di libertà.
.
.
.
.

——
Immagine tratta da: http://www.religiocando.it/AngoloAntonella/autunno.html

Il giovedì del villaggio

19 febbraio 2010 di Franz

.
.

Deve avere radici antichissime questo mio struggente senso di ringraziamento al sole che, a poco più di un mese dal prossimo equinozio, oggi è tornato a splendere, in un cielo fin qui in balìa di uno dei periodi invernali più freddi e grigi che si ricordino da queste parti.
Come diceva il filosofo Eraclito, “panta rei”, tutto scorre, affermazione forse non particolarmente rivoluzionaria o geniale, ma tangibilmente vera, come allora, come prima ancora di lui, e da e per sempre. Nel bene e nel male, come un fiume lungo il suo corso la realtà si trasforma, con i suoi cicli stagionali e storici, e guai a lasciarsi ingannare dai momenti di staticità, dalle ’soste ai posteggi’ più lunghe del previsto.
Ed ora, terminato il tempo di carnevale dalle ormai remote valenze propiziatorie, siamo quasi alla vigilia della lunga stagione luminosa, che verrà a ridarci e riproporci vita, nel suo calendario di pagine più piene di significato e sapore. Ho detto ‘quasi’, perché ancora stento a collocarmi in quella felice incantata atmosfera da ’sabato del villaggio’ che precede la festa, di leopardiana memoria; potremmo dare a questo giorno, che (con altra citazione leopardiana) “omai cede la sera”, la definizione di ‘venerdì’, anzi, per aderire alla realtà del calendario, di ‘giovedì del villaggio’.

Tutto scorre, tutto passa, anche nella società, anche in politica; Guido Bertolaso, fino a ieri portato a braccetto del Berlusca quale  populistica icona del soccorrere, del fare, dello strafare, travolto da un’ondata di scandali la cui effettiva portata viene paragonata da alcuni giornalisti a quella di Tangentopoli. E lui, il mostruoso sultano di Arcore, colpito nella sua linfa vitale: i sondaggi di popolarità, che lo danno, fosse davvero la volta buona, in sensibile calo, e dunque costretto a studiare immediate contromosse, vedi i paradossali odierni proclami di giustizialismo e, possiamo starne certi, anche un suo nuovo classico colpo di teatro (anzi …di televisione), a tempo debito, per recuperare consensi alle elezioni regionali.
Corsi e ricorsi storici; che ci siano o meno i presupposti di una nuova Tangentopoli è l’oggetto di questa interessante intervista al giudice Piercamillo Davigo proposta da Marco Travaglio.
“Oggi mi pare che i partiti continuino a difendere i propri uomini che finiscono nei guai,” afferma Davigo, “o almeno il sistema nel suo complesso. La casta fa ancora quadrato, nessuno viene scaricato.
E poi ragiona sull’entità e le modalità di diffusione della nostra corruzione, sollecitato dalle cifre che Travaglio gli suggerisce, quelle delle ultime dichiarazioni della Corte dei conti, secondo cui il fenomeno ci costa sessanta miliardi di euro l’anno.

Sono gli stessi dati che hanno offerto lo spunto all’edizione del ‘Microfono aperto’ di ieri sera sul network nazionale di Radio Popolare.
Erano le otto, quando le note della lunga sigla musicale accompagnavano la fine di una mia corsa, dalla stazione fino all’Hotel Zola dell’omonimo paese nei dintorni della città; a bordo, una signora di mezza età dall’accento genericamente settentrionale, che mi aveva chiesto qualche consiglio circa un buon ristorante cittadino da proporre ai suoi colleghi. Mi ero mostrato volentieri collaborativo con lei, anche perché mi aveva domandato a inizio corsa se accettassi i pagamenti con carta di credito, ed era la prima volta effettiva che mi accingevo a farlo, dopo quella in cui, visto quel certo clima familiare che si era creato, avevo confessato inopportunamente che stavo per effettuare la prima transazione di quel genere, e, come per incanto, guarda caso erano comparsi i soldoni sonanti…
Comunque questa volta tutto ha funzionato come si deve, e abbastanza semplicemente, e così ho rotto il ghiaccio anche con questa forma di pagamento.
Poi, dopo un paio di minuti che avevo ripreso la via del centro, uno dei colpi di fortuna più spudorati degli ultimi tempi: la chiamata da parte dell’altro hotel di Zola, il Continental, che mi avrebbe permesso di fare fruttare anche il viaggio di ritorno.

Con grande immagine di efficienza raggiungo immediatamente l’albergo, da cui vedo uscire, di lì a poco, una sorridente giovane signora dai tratti del viso evidentemente orientali. Aiutata da un biglietto stampato del locale ove è diretta, si sforza di pronunciarne l’indirizzo in italiano; e mi confesserà, fra le poche battute che ci scambieremo, di aver lavorato un paio d’anni a Milano.
Ma gran parte di quegli oltre dieci chilometri di tragitto sono dominati dalle voci che escono dalla radio, storie di ordinaria e straordinaria corruzione raccontate dai protagonisti, dalle vittime. Come quel gestore di un’importante stazione di servizio di carburante, gradualmente costretto a cambiare attività per non essersi sottomesso al ricatto di un dirigente della casa madre, e che in un paio di passaggi della sua testimonianza stenta a trattenere le lacrime. E come lui tanti altri, a raccontare un’Italia dominata dal malaffare, dalla soggezione verso l’arroganza sistematica di prepotenti regolarmente impuniti.
Ho quasi un pudore di carattere patriottico nei confronti della mia ospite straniera, nel lasciare campo ad un coro di voci così unanimi e disperate, che disegnano un quadro di degrado morale tanto diffuso, implacabile, vincente.
Poi mi dico che la verità non ha mai offeso nessuno, e che, se non altro, sto dando testimonianza anche di una rara fonte di informazione libera.
Cerco di non fare commenti, ma la mia partecipazione a quelle orrende storie dev’essere tangibile, mentre da parte sua la mia misurata passeggera si lascia scappare, in una sola occasione, un piccolo cenno di amaro sarcasmo.

Ma, ormai in vista dell’arrivo, è lei stessa a stemperare con grande sensibilità l’atmosfera, accennandomi al suo apprezzamento per la cucina italiana, di cui cita, stranamente, un dolce, la coppa di mascarpone, facendo involontariamente centro anche nelle mie più segrete libidini, e rendendo così tutto più facile nei riti conclusivi: fermata, pagamento e saluti.

Riavvio la Cavallona per le strade di questa mia città d’Italia, preso da vane ricorrenti tentazioni di immaginare vie di fuga, che restano poi sempre confinate alla sola dimensione del sogno e della vaga fantasia.
Come sempre mi riprendo: il mio presente è qui ed ora, mi dico, e mai avvilirsi e spaventarsi: in fondo anche la peggiore delle realtà sociali, come tutto, scorre.
.
.
.
.

——
Scritto giovedì 18 febbraio,
pubblicato venerdì 19.

Mi scaldo di più

15 febbraio 2010 di Franz

.
.
Il giorno dopo, dunque, nel pomeriggio, tragitto speculare per andare a recuperare la Cavalla dopo la notte passata dai suoi.
Decisamente più avventuroso.
Sotto un’autentica tormenta di neve, pioggia e vento mi sono incamminato verso la stazione di San Lazzaro, con la sensazione crescente ad ogni passo di non essermi abbastanza equipaggiato alla bisogna; finalmente arrivato alla piccola stazione, un bel po’ fradicio e congelato, ho dovuto aspettare fermo in piedi il treno, il cui ritardo veniva annunciato, con sadico stillicidio, in aumento di cinque minuti in cinque minuti, per quattro volte.
Nella sgradevole attesa ho finito per socializzare con un paio di altre persone, un uomo e una donna, due tipi interessanti, malgrado il tema assai scontato della conversazione: i disservizi e il degrado, mentre guardavo continuamente ed avidamente l’orologio, con l’urgente desiderio del calore all’interno del treno, almeno per i pochi minuti del viaggio.
La carrozza dove ci siamo seduti era fredda; non so le altre: forse, senza stupidi obblighi di cortesia nei confronti dei miei due improvvisati compagni di sventura, almeno sarei andato a verificare.
Appena un poco di tepore mi è stato concesso invece dall’autobus, soprattutto quando mi son seduto al posto di un ragazzone il cui sederone aveva appena compiuto un pregevole lavoro termico sul relativo seggiolino; ma ad ogni fermata arrivavano spifferi d’aria gelida.
Ho dovuto guidare lunghi minuti a zonzo, lungo le strade buie di campagna fra Borgo Panigale e Zola Predosa, con il riscaldamento al massimo, prima di sentirmi in grado di accendere il terminale radio e la cosiddetta ‘civetta’, con la scritta TAXI, sul tetto della Jolanda.
Morale: come ai tempi del grande portiere Dino Zoff, l’indomani, verso sera, ho dovuto constatare la fine del mio record di imbattibilità nei confronti del raffreddore, giunto implacabile come un autogoal, anche se, a posteriori, posso dire meno punitivo che in passato: è quasi bastato a smaltirlo una notte con la compagnia, tristemente nota, del naso congestionato e della dolorosa sinusite.
A seguire, un giorno di immobilità casalinga, neanche a farlo apposta in un turno di riposo.

Ed era un giorno un po’ speciale, quello di “M’illumino di meno”, alla sua sesta edizione.
Per i pochi che non lo sapessero, si tratta di un’invenzione della luminosa banda di ‘Caterpillar’, la trasmissione di Radio2 (per ora risparmiata dalla furia nazional-volgare del nuovo direttore di rete Mucciante, ma non so fino a quando e a che prezzo); una giornata di buone pratiche collettive, e di riflessione, sul tema del risparmio energetico.
Come mi è già capitato di accennare su altri blog amici, l’evento che per me ha rappresentato una delle simboliche pietre miliari, a scandire il consueto avvicendarsi delle stagioni in questi ultimi anni, per la prima volta non mi ha coinvolto nè mobilitato.
Non so dire con precisione per quali motivi; forse la concomitanza con un’innegabile diffusione del tema a livello di coscienza pubblica, rispetto alle edizioni precedenti, ancora poca cosa, ma sufficiente a spegnere in me quel certo spirito pionieristico.
Forse il ripensamento, già affrontato di recente anche qui sul blog , sui limiti delle ‘buone pratiche’ rispetto all’urgenza di modifiche ben più sostanziali, culturali, sociali, economiche, politiche.
O forse ho semplicemente captato e interpretato un possibile segreto calo di tensione da parte degli organizzatori, che gli altri anni si erano spinti fino ad esportare all’estero l’iniziativa, ottenendo ‘clamorosi spegnimenti’ simbolici, come quello della Tour Eiffel o del Prater di Vienna.

.
.

.

Per questa edizione hanno comunque scelto la piazza, invitando gli ascoltatori a Roma, ai Mercati di Traiano, ciascuno con la sua piccola torcia ad energia cinetica o comunque rinnovabile.

Se non ho potuto partecipare alle numerose iniziative concomitanti nel centro di Bologna, come ero d’accordo con un caro amico, almeno la giornata di clausura mi ha permesso di ascoltare molto bene per radio le due ore e mezza di trasmissione in diretta dalla capitale, una Roma che i presentatori Massimo Cirri e Filippo Solibello, i loro ospiti, e i numerosi coraggiosi accorsi da tutt’Italia, raccontavano fredda e limpida dopo l’eccezionale nevicata mattutina.
Complice la convalescenza, sentivo freddo anche in casa, e così, in decisa controtendenza, ho aumentato senza troppi scrupoli la temperatura di riscaldamento regolata dal termostato. Mi sono soltanto chiesto in quanti milioni di anni si fosse generato il gas metano che, per scaldarmi di più, stavo consumando per sempre.

Un po’ di calore, tuttavia, mi è giunto anche dalla trasmissione: le due voci, per me ormai amiche di vecchia data, non perdono la loro capacità di trascinare, divertire ed affabulare.
E mi sembra vagamente di ricordare di aver abbandonato per qualche attimo di sogno la consueta diffidenza, se non vogliamo chiamarla realismo; mi sembra vagamente di aver fantasticato uno straordinario contagio di rinnovamento culturale, mentale, nella gente del mondo, guidato unicamente da una grande, incrollabile fede di pochi precursori di buona volontà.
Quello che invece ricordo con più precisione è il conforto che mi ha dato ascoltare un paio di brani eseguiti in diretta dall’ospite musicale, Adriano Bono (la voce del gruppo ‘Radici nel cemento’, accompagnato nell’occasione da un’altra band, i ‘Torpedo Sound Machine’), in particolare un “No al nucleare”, scandito, spiegato, conclamato a ritmo fra il rap e il raggae, così come un inno alla Decrescita felice. Ed era il servizio pubblico di stato, la RAI, proprio la stessa che manda in onda le oscenità di Bruno Vespa e di Scodinzolini.

E poi ancora, a trasmissione conclusa, e dopo un improvvisato piattone di riso bollito insaporito con olio ed erbette (…di supermercato, sia ben chiaro), ho avuto qualche altro buon motivo di calore per il fisico e soprattutto per la coscienza, collegandomi alla Rete e rendendomi conto una volta di più che, comunque, tutto si sta muovendo, a dispetto di un fallace senso di invasione definitiva della politica e della coscienza collettiva, da parte dei delinquenti al nostro governo e all’informazione di regime.
Come nel comporsi di un grande mosaico, mi sono accorto di quanto la verità degli intrecci fra mafia e stato stia clamorosamente ed inesorabilmente emergendo.
E poi ho letto il programma della seconda conferenza internazionale sulla Decrescita, a Barcellona alla fine di marzo.
E infine ho scoperto quasi per caso, tornando sui nostri temi nazionali, una novità che ha qualcosa di straordinario, il cui serio e motivato richiamo a nuove forme di impegno e mobilitazione mi ha quasi turbato.

Ma per ora non voglio turbare nessuno a mia volta: …ne riparleremo più avanti.
.
.
.
.

——-
Le immagini del raduno romano sono tratte da: http://caterpillar.blog.rai.it/

Missione mattutina

10 febbraio 2010 di Franz

..

Primavera non bussa, lei entra sicura,
come il fumo lei penetra in ogni fessura;
ha le labbra di carne, i capelli di grano,
che paura, che voglia, che ti prenda per mano,
che paura, che voglia, che ti porti lontano.

(Fabrizio de André – Un chimico – da ‘Non al denaro, non all’amore né al cielo’, tratto, con Fernanda Pivano, dalla ‘Antologia di Spoon Rever’).

.

.

.

La sveglia era puntata alle otto, ma qualche minuto prima l’ho bloccata e mi sono alzato, molte ore in anticipo rispetto al solito ma, sorprendentemente, abbastanza riposato.
Ho aperto le persiane su un paesaggio nebbioso e gelido, da rabbrividire; niente a che vedere con quel po’ di sole che nei giorni scorsi si è dimostrato, dopo lunghi mesi, ancora capace di illuminare e di riscaldare (almeno nelle prime ore del pomeriggio), e di instillare così quella sottile paura, quella sottile voglia, di primavera.

Colazione a base di acqua del rubinetto, tanta, più di un litro, come raccomandato in vista di una donazione di sangue. Indolore pure questo genere di ‘dieta’, che in fondo è quella ormai a me abituale e quotidiana, almeno per la prima ora o due dopo il risveglio. Rinuncio anche al succo di frutta, che sarebbe consentito prima del prelievo, che è in programma per me oggi, in accoppiata con uno scalo tecnico di un giorno e mezzo della Cavallona, nell’officina non lontano dal centro trasfusionale dell’AVIS.

In tangenziale la consueta coda fa la sua inevitabile comparsa all’altezza della fiera.
Il termometro segna un grado. Lascio le cronache locali, che parlano scandalizzate del commissariamento per tempi forse lunghissimi del governo della città, e mi sintonizzo sul ‘Ruggito del coniglio’ di Radio2, che almeno riesce sempre a comunicare un po’ di buon umore alle mie rarissime mattinate di attività.

C’è parecchia gente: mi tocca aspettare pazientemente il mio turno della breve visita medica, e poi quello in sala prelievi; sono un po’ preoccupato di fare tardi, dopo, all’officina dove ho appuntamento.
Chiamano un cognome che conosco, lo stesso di un collega di venticinque anni fa, con cui condivisi i tempi, e soprattutto le cene in piccoli o grandi gruppi, delle prime trasferte, nella magica atmosfera di Vicenza (ora tutto stranamente isolato, sospeso, nel ricordo…); ma non noto nessuno che gli assomigli.
Lo torneranno a chiamare di lì a poco, nome e cognome, e lo vedrò, imbolsito, invecchiato, quasi irriconoscibile, e quasi trasformato, curiosamente, nelle sembianze di uno dei miei capi del più recente periodo di Padova. L’ho schivata bella, penserò; avessi continuato con l’informatica ora magari sarei così anch’io.

La dottoressa ha modi particolarmente e piacevolmente dolci e gentili. Commenta un po’ sorpresa il mio peso leggero, ma, quel che mi fa più piacere, la bassa frequenza cardiaca, chiedendomi se faccio attività sportiva.

Semisdraiato su uno dei lettini nella grande sala prelievi, apro e chiudo ritmicamente il pugno, per aiutare il sangue a prendere la via della sacca; nel giro di dieci minuti quasi mezzo litro di ‘A+’ abbandona le mie vene.
Un’infermiera sostituisce l’ago con un batuffolo di cotone e mi dice di tener premuto.
Ancora un po’ d’attesa, prima della consueta colazione-premio, brioche e the al limone, bevanda che, come qualcuno ricorderà, mi dona i super-poteri.
E così, più veloce della luce, posso finalmente portare Jolanda la Cavalla nelle stesse scuderie da cui la feci uscire per la prima volta più di tre mesi fa.

Un autobus ora mi porta verso la stazione.
La città vive la sua consueta, meccanica, lieve frenesia di un grigio giorno di fine inverno; una città senza sindaco, in una nazione il cui primo ministro è nuovamente accusato di rapporti mafiosi, come titola a grandi lettere la copia de ‘La Repubblica’ in mano al mio anziano vicino di posto.
Ripenso alla voce e all’immagine di Massimo Ciancimino; c’è qualcosa che mi ha colpito a fondo, nel suo tranquillo e spavaldo dialogare in aula di giustizia, nel suo cercare la chiarezza delle espressioni più precise.
E c’è qualcosa di strano anche nelle sue attuali rivelazioni, e ancor più nei documenti clamorosi che sembra abbia deciso di consegnare, relativi a fatti peraltro del tutto noti a chi segue regolarmente il ‘Passaparola’ di Marco Travaglio.
Vorrei che davvero qualcosa tornasse a muoversi, nel panorama politico, come sembrava fino allo scorso autunno, prima che subentrasse questo nuovo senso di stagnazione, suggellato solo dalle continue, sistematiche, devastanti porcate legislative e comunicative del sultano e dei suoi servi di governo e di stampa.
Che paura, che voglia, di una primavera politica, che sembra ogni giorno più lontana…

La mensa dei ferrovieri, a mezzogiorno, è molto più movimentata, rispetto alle mie abituali frequentazioni serali.
Mi concedo un pranzo abbondante: fra l’altro, una fettina alla pizzaiola rappresenta una rarissima trasgressione alle mie consolidate abitudini vegetariane. In rapporto al sangue donato in realtà un po’ di carne non fa la minima differenza, ma si ha bisogno anche di simboli.

Hanno aumentato i treni per San Lazzaro; ce n’è uno giusto giusto ora al caso mio: cinque minuti di viaggio, al posto di una lunghissima traversata in autobus, ed eccomi fuori dalla città, nelle zone via via più spaziose e silenziose dove cerca di farsi largo la campagna, fra le rette parallele della via Emilia, della ferrovia, dell’autostrada, e della strada provinciale Colunga (i cosiddetti “Stradelli Guelfi”).
Meno di mezz’ora di camminata, mentre lo sguardo si apre intorno rasserenato, sulla luce incerta filtrata da uno strato di nubi, e l’animo finalmente soddisfatto dalla missione compiuta.

Entro in casa quasi come un estraneo, in punta di piedi, e quasi mi aspetto di ritrovare me stesso nelle consuete vesti della lenta carburazione dopo il risveglio.
Abbandonate quelle da super-eroe, in breve tempo posso concedermi al riposo, al sonno profondo e ai sogni un po’ allucinati che regala spesso un fisico provato dopo poche ore dall’abituale, periodico, parziale e volontario dissanguamento.
.
.
.
.

——-
Immagine da: http://www.dire.it/avis_apre.php?menu=14&cont=25695&lingua=it