Missione mattutina

10 febbraio 2010 di Franz

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Primavera non bussa, lei entra sicura,
come il fumo lei penetra in ogni fessura;
ha le labbra di carne, i capelli di grano,
che paura, che voglia, che ti prenda per mano,
che paura, che voglia, che ti porti lontano.

(Fabrizio de André – Un chimico – da ‘Non al denaro, non all’amore né al cielo’, tratto, con Fernanda Pivano, dalla ‘Antologia di Spoon Rever’).

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La sveglia era puntata alle otto, ma qualche minuto prima l’ho bloccata e mi sono alzato, molte ore in anticipo rispetto al solito ma, sorprendentemente, abbastanza riposato.
Ho aperto le persiane su un paesaggio nebbioso e gelido, da rabbrividire; niente a che vedere con quel po’ di sole che nei giorni scorsi si è dimostrato, dopo lunghi mesi, ancora capace di illuminare e di riscaldare (almeno nelle prime ore del pomeriggio), e di instillare così quella sottile paura, quella sottile voglia, di primavera.

Colazione a base di acqua del rubinetto, tanta, più di un litro, come raccomandato in vista di una donazione di sangue. Indolore pure questo genere di ‘dieta’, che in fondo è quella ormai a me abituale e quotidiana, almeno per la prima ora o due dopo il risveglio. Rinuncio anche al succo di frutta, che sarebbe consentito prima del prelievo, che è in programma per me oggi, in accoppiata con uno scalo tecnico di un giorno e mezzo della Cavallona, nell’officina non lontano dal centro trasfusionale dell’AVIS.

In tangenziale la consueta coda fa la sua inevitabile comparsa all’altezza della fiera.
Il termometro segna un grado. Lascio le cronache locali, che parlano scandalizzate del commissariamento per tempi forse lunghissimi del governo della città, e mi sintonizzo sul ‘Ruggito del coniglio’ di Radio2, che almeno riesce sempre a comunicare un po’ di buon umore alle mie rarissime mattinate di attività.

C’è parecchia gente: mi tocca aspettare pazientemente il mio turno della breve visita medica, e poi quello in sala prelievi; sono un po’ preoccupato di fare tardi, dopo, all’officina dove ho appuntamento.
Chiamano un cognome che conosco, lo stesso di un collega di venticinque anni fa, con cui condivisi i tempi, e soprattutto le cene in piccoli o grandi gruppi, delle prime trasferte, nella magica atmosfera di Vicenza (ora tutto stranamente isolato, sospeso, nel ricordo…); ma non noto nessuno che gli assomigli.
Lo torneranno a chiamare di lì a poco, nome e cognome, e lo vedrò, imbolsito, invecchiato, quasi irriconoscibile, e quasi trasformato, curiosamente, nelle sembianze di uno dei miei capi del più recente periodo di Padova. L’ho schivata bella, penserò; avessi continuato con l’informatica ora magari sarei così anch’io.

La dottoressa ha modi particolarmente e piacevolmente dolci e gentili. Commenta un po’ sorpresa il mio peso leggero, ma, quel che mi fa più piacere, la bassa frequenza cardiaca, chiedendomi se faccio attività sportiva.

Semisdraiato su uno dei lettini nella grande sala prelievi, apro e chiudo ritmicamente il pugno, per aiutare il sangue a prendere la via della sacca; nel giro di dieci minuti quasi mezzo litro di ‘A+’ abbandona le mie vene.
Un’infermiera sostituisce l’ago con un batuffolo di cotone e mi dice di tener premuto.
Ancora un po’ d’attesa, prima della consueta colazione-premio, brioche e the al limone, bevanda che, come qualcuno ricorderà, mi dona i super-poteri.
E così, più veloce della luce, posso finalmente portare Jolanda la Cavalla nelle stesse scuderie da cui la feci uscire per la prima volta più di tre mesi fa.

Un autobus ora mi porta verso la stazione.
La città vive la sua consueta, meccanica, lieve frenesia di un grigio giorno di fine inverno; una città senza sindaco, in una nazione il cui primo ministro è nuovamente accusato di rapporti mafiosi, come titola a grandi lettere la copia de ‘La Repubblica’ in mano al mio anziano vicino di posto.
Ripenso alla voce e all’immagine di Massimo Ciancimino; c’è qualcosa che mi ha colpito a fondo, nel suo tranquillo e spavaldo dialogare in aula di giustizia, nel suo cercare la chiarezza delle espressioni più precise.
E c’è qualcosa di strano anche nelle sue attuali rivelazioni, e ancor più nei documenti clamorosi che sembra abbia deciso di consegnare, relativi a fatti peraltro del tutto noti a chi segue regolarmente il ‘Passaparola’ di Marco Travaglio.
Vorrei che davvero qualcosa tornasse a muoversi, nel panorama politico, come sembrava fino allo scorso autunno, prima che subentrasse questo nuovo senso di stagnazione, suggellato solo dalle continue, sistematiche, devastanti porcate legislative e comunicative del sultano e dei suoi servi di governo e di stampa.
Che paura, che voglia, di una primavera politica, che sembra ogni giorno più lontana…

La mensa dei ferrovieri, a mezzogiorno, è molto più movimentata, rispetto alle mie abituali frequentazioni serali.
Mi concedo un pranzo abbondante: fra l’altro, una fettina alla pizzaiola rappresenta una rarissima trasgressione alle mie consolidate abitudini vegetariane. In rapporto al sangue donato in realtà un po’ di carne non fa la minima differenza, ma si ha bisogno anche di simboli.

Hanno aumentato i treni per San Lazzaro; ce n’è uno giusto giusto ora al caso mio: cinque minuti di viaggio, al posto di una lunghissima traversata in autobus, ed eccomi fuori dalla città, nelle zone via via più spaziose e silenziose dove cerca di farsi largo la campagna, fra le rette parallele della via Emilia, della ferrovia, dell’autostrada, e della strada provinciale Colunga (i cosiddetti “Stradelli Guelfi”).
Meno di mezz’ora di camminata, mentre lo sguardo si apre intorno rasserenato, sulla luce incerta filtrata da uno strato di nubi, e l’animo finalmente soddisfatto dalla missione compiuta.

Entro in casa quasi come un estraneo, in punta di piedi, e quasi mi aspetto di ritrovare me stesso nelle consuete vesti della lenta carburazione dopo il risveglio.
Abbandonate quelle da super-eroe, in breve tempo posso abbandonarmi al riposo, al sonno, e ai sogni un po’ allucinati che regala spesso un fisico provato dopo poche ore dall’abituale, periodico, parziale e volontario dissanguamento.
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Immagine da: http://www.dire.it/avis_apre.php?menu=14&cont=25695&lingua=it

L’attesa, la luna, la notte

5 febbraio 2010 di Franz

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Una serata difficile, martedì scorso.
Così come, in certe altre occasioni, gli eventi in città si sommano per dar vita a straordinari movimenti di persone e a febbrili richieste di taxi, tutto sembrava invece congiurare per una vera e propria paralisi della vita cittadina.

Febbraio non ha portato via il gelo da questo lungo inverno, ma l’aria è cambiata: nevicate e vento l’hanno resa almeno più tersa; in questa notte di fine martedì le luci di una città spettrale sono vivide, quasi lancinanti, sotto un cielo nero in cui campeggia, chiara, nitida, una luna panciuta.
“Jazz a mezzanotte…” sussurra suadente una voce femminile da Radio Montecarlo, nell’ambito del programma di ‘Nick-the night fly’, notissimo raffinato conduttore musicale dall’inesorabile accento inglese.
Tutto sommato fin qui non è andata neanche troppo male: per tre volte di seguito mi sono piazzato nel posteggio ‘Due torri’, quello davanti al Roxy bar, tradizionalmente snobbato dai colleghi, e per tre volte ho caricato in tempi brevi. Ed ora sto correndo con irruenza verso la stazione, dove il terminale video, quanto a taxi presenti al momento, mi segnala un invitantissimo ‘zero’.
Un ultimo semaforo rosso, mentre già ho adocchiato l’area di posteggio, effettivamente vuota di taxi ma anche di passeggeri; nell’attesa del verde ripenso ad un paio di episodi e mi viene da sorridere.

Bisognerebbe bandire l’uso dei telefonini a bordo, quelli dei clienti, intendo, o quanto meno dotarli di un segnale sonoro di inizio chiamata.
Guidavo tranquillo e spedito, un paio d’ore fa, all’inizio di una corsa, quando ho di colpo irrigidito le braccia sul volante: “Eeeeeeeeeeh…”, una sorta di tagliente urlo di sfida, di allarme, di battaglia, da parte della mia passeggera. Dio mio cosa c’è, che diavolo le è venuto in mente, così, d’improvviso. Poi, …il seguito della conversazione, con un interlocutore che non so chi fosse ma comunque non ero io.
Neanche a farlo apposta, un’ora dopo, ancora una donna, giovane, carina; ho appena fatto fare alla docile Cavallona una curva di quelle da esperti, fra due vicoli molto stretti del centro cittadino, che: “Bravo !”, sento esclamare dal sedile posteriore.
“Eh, sa, si diventa bravi per forza, a guidare quotidianamente in città…” ho ribattuto modestamente, pavoneggiandomi un po’.
“Come dice ?”, mi ha detto a quel punto, con un tono di chi viene distratto d’improvviso da qualcosa d’altro.
“Ah no, scusi, credevo che parlasse con me”, ho dovuto ripiegare precipitosamente in difesa, mentre lei riprendeva la sua confidenziale chiacchierata telefonica, con un interlocutore che non so chi fosse ma purtroppo non ero io.

Quando di notte chiudono le porte del piazzale Ovest della stazione, abbiamo l’abitudine di fare cominciare la fila dei taxi una trentina di metri più indietro del solito, in concomitanza con l’inizio, anzichè con la fine, del marciapiedi canalizzato per i pedoni.
Così faccio, piazzandomi anche un po’ di sbieco, nella fiducia di andarmene comunque presto da lì, con il nuovo cliente a bordo e la sua valigia nel bagagliaio.
E invece l’attesa sarà lunga, lunghissima, quasi infinita: il tempo sembrerà fermarsi, in questa notte fredda, nitida, dalle luci lancinanti, non fosse per la luna, di cui avvertirò chiaramente lo spostamento, lassù nel cielo oltre le bandiere illuminate di Trenitalia e sopra i tre alberghi di lusso là di fronte, dalle antiche facciate impreziosite da effetti luminosi, eppure spettrali anch’essi, questa notte, come castelli abbandonati.
E non fosse per alcuni eventi che scandiranno quell’attesa.
L’arrivo di un primo collega, uno di quelli nuovi, ‘prioritari’ per i disabili: mi si affiancherà, in quella mia posizione un po’ di sghimbescio, ma appena un po’ più indietro, in garbato segno di rispetto.
L’arrivo di altri taxi, uno, un altro, altri ancora, molti altri, fino a che non mi chiederanno di avanzare per agevolare gli ultimi della coda.
Il formarsi consueto di un crocchio di alcuni colleghi, incuranti del freddo.
Li osservo, sono tutti curiosamente simili di corporatura, con quella certa prominenza a livello addominale, e tutti, ancor più curiosamente, si muovono spostando il peso da una gamba all’altra, in una movenza di lenta danza tribale.
L’attesa di una possibile chiamata via radio, in quanto capofila, mi esonera dal partecipare a quella specie di rito, dove, peraltro, la mia magrezza sarebbe del tutto fuori luogo.

Silenzio, assenza di vita.
Lo spegnimento automatico di sicurezza dell’autoradio, non mi era mai successo, avviene delicatamente, quasi a ritmo con un brano musicale molto morbido proposto da ‘Nick-the night fly’.
Osservo le facciate degli alberghi, di cui cerco di ricordarmi che nome avevano quando ero piccolo, e mi capitava molto di rado di poterli scorgere in tutta la loro fascinosa severità notturna; qualcosa come “Hotel Milano Excelsior” e “Hotel Bologna”, mi sembra di ricordare le grandi insegne luminose colorate sopra i cornicioni.
La luna, accesa come un abat-jour, è limpida, gonfia oltre la sua propria metà.
Piano piano sta diventando freddo anche qui dentro.
Mi chiedo quanto bello possa essere, questo fermarsi del tempo, quanto sia possibile gustarselo nella sua inaspettata manifestazione, tanto in contrasto con la fretta, con i tempi sempre ristretti, i ritmi sempre serrati delle giornate mie e di tutta la rumorosa città; ma quello che prevale è solo una sottile depressione, un senso di vago abbandono e desolazione.
Anche perché ormai come orario sono in dirittura d’arrivo, e dunque sarebbe già tempo di chiudere ’sta serata di lavoro, e di rincasare.

Un abitante della notte attira la mia attenzione; un tipo un po’ losco, non gradirei mi si avvicinasse, men che meno volesse salire. Lo osservo mentre armeggia in maniera strana nei cestini della raccolta differenziata. Poi si accende una sigaretta; mi immagino che ora dia fuoco ai cestini, ma non lo fa. Quindi si incammina, per fortuna allontanandosi.

“Sappi…”, mi disse in un tardo pomeriggio di primavera, nei miei primi mesi da tassista, con aria da vecchio saggio incallito dall’esperienza, un collega anziano: “sappi…”, come per esprimere una verità sapienziale quasi esoterica, “sappi…”, mi disse dunque, eravamo fermi in ‘Bondi’, là in via Mazzini, “sappi che non c’è posteggio da cui prima o poi non si va via !”.
Una visione del mondo essenziale, minima, ma pur preziosa all’occasione, nella sua inconfutabile verità.

E’ già passata l’una quando quella profezia di Celestino, o di chi per lui, si avvera ancora una volta, nella fattispecie di un ragazzo, che spunta finalmente da dietro e si dirige verso di me con il suo zaino ed una borsa.
Scendo e mi faccio trovare con il bagagliaio già aperto.
Ha l’accento sardo: “Vado in via Paolo Costa, è quella subito fuori porta…”; lo interrompo: “Sì sì, la conosco bene, da bambino abitavo proprio nel palazzo di via Murri che fa angolo”.
Mostra un po’ di compiacente sorpresa alla mia confidenza.
Devo riprendermi dal torpore, e appena i semafori me lo permettono lancio la Cavallona veloce lungo i viali semideserti, e aumento il volume di Radio Montecarlo, che ora trasmette solo musica, dopo che ‘Nick-the night fly’ ha dato la buonanotte a tutti gli ascoltatori.
E’ difficile che attacchi discorso io per primo, ma ogni tanto succede, e questo ragazzo mi fa sentire a mio agio.
Così, quando passiamo davanti a due giovani prostitute che ingannano il tempo chiacchierando su quel marciapiede alla destra del viale, dico:
“Poco lavoro anche per le signorine, stanotte…”.
“Eh, certo, sono tutti già a casa; di giorno si lavora, che cos’é oggi, martedì ?”
“Sì è martedì”, rispondo con sicurezza, senza pensare che è già mercoledì da più di un’ora.

In pochi minuti siamo a destinazione.
Gli apro il bagagliaio e gli restituisco lo zaino; ci salutiamo con la tranquilla complicità di chi condivide i misteri della notte.
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Immagine da: http://condor.blog.rai.it/2009/03/27/la-luna-secondo-condor/

I dolori del giovane Franz

1 febbraio 2010 di Franz

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Sul video-terminale montato sul taxi compaiono spesso i messaggi di servizio diramati dalla centrale, il cui argomento più frequente è la ricerca di oggetti smarriti dai clienti, ma talvolta anche la preziosa, immediata informazione circa le difficoltà di circolazione, e comunque tutto ciò che è utile si sappia in tempo reale o quasi.
Ci si butta un occhio, e poi quasi automaticamente si cancella la videata.

Venerdì sera, tuttavia, ne è comparso uno che mi è giunto come un improvviso colpo basso: “Il termine per la presentazione degli articoli per il giornalino è domenica 31″.
“E bravi, accidenti, la prossima volta fatelo retroattivo, magari…”, mi sono detto accusando il colpo.
In un periodo in cui la dominante della mia vita sembra essere il rilassamento e il riposo, stavo già pregustando un intero fine settimana privo di impegni, se escludiamo la corsa podistica non competitiva della domenica mattina, e soprattutto avendo già quasi raggiunto l’obiettivo di incasso mensile che mi ero dato, dunque con la possibilità di non dover stare troppe ore alla guida. Insomma una situazione di lusso.
Poche idee per la testa, ne rimandavo da tempo la ricerca e l’elaborazione mentale alla comparsa di un avviso di quel tipo, di solito molto più anticipato rispetto alla scadenza. Ed ecco ora che mi tocca compiere l’opera praticamente da zero in un paio di giorni.
La rivista ha frequenza bimestrale, e da quando mi sono messo alla guida di un taxi, ormai sei anni fa, non sono mai venuto meno a quell’appuntamento, un po’ con un intento volontario solidaristico, nello spirito cooperativo che dovrebbe animare tutti i soci, ma anche un bel po’, qui posso confessarlo, per farmi conoscere ed apprezzare dai colleghi, che, vedendomi poco incline alle chiacchiere da posteggio, potrebbero scambiarmi per l’orso Yoghi, e darmene quella non gradita nomea; insomma come prevenzione anti-mobbing.
Rispetto a quelli che pubblico su questo blog, negli articoli che scrivo per la rivista sono ovviamente molto più abbottonato, a tutti i livelli, principalmente quello politico e sociale, ma anche quello ecologico, e, si può ben capire, quello intimistico.
Cerco comunque sempre di essere sincero, accurato nello stile, e magari, a volte più a volte meno, di veicolare contenuti di un qualche valore, anche perchè, lo devo ammettere, il pubblico di quegli articoli è sicuramente più esteso rispetto ai frequentatori di questo blog.

Poco dopo la nascita di questo mio diario telematico, e solo in un paio di altre occasioni, ho cercato di approfittare di quella rivista per dargli un po’ di visibilità, tramite una citazione e l’indicazione dell’indirizzo http, ma con risultati sorprendentemente scarsi, che attribuisco alla scarsa diffusione di internet presso la maggioranza dei colleghi, ma anche al loro poco tempo libero.
Fatto sta che, se mi capita di ricevere spesso qualche commento positivo circa i miei articoli sul giornalino, il numero di chi, fra di loro, presti attenzione anche a queste pagine telematiche, anche solo di tanto in tanto, ho l’impressione sia non troppo lontano dallo zero.
D’altra parte non ho riscontri possibili, se escludiamo un nuovo collega che mi riempie di complimenti ogni volta che ci incontriamo; e che addirittura mi riconobbe incredibilmente durante un rifornimento di metano quando ancora lui faceva un altro mestiere, dandomi per la prima ed unica volta nella mia vita la narcisistica impressione di essere un vero divo…

Comunque, come premio (o magari punizione…) per quei pochi colleghi che leggerano queste righe, ho voluto pubblicare in anteprima l’articolo che, sia pur con tempi di incubazione così ristretti, sono riuscito ancora una volta a scrivere ed inviare (clicca qui; ovviamente è gradito il ‘click’ anche da parte di chiunque altro passi di qua, abitualmente o casualmente).

Visto che siamo in argomento, per una volta transigo dalla mia scarsa propensione a parlare di queste cose, cioè del livello di popolarità, di diffusione, insomma del numero di accessi relativi ai miei post.
Inutile negarlo, si scrive per essere letti, quali che siano l’intento e i contenuti, più o meno validi e nobili, dei propri brani; ricevere dei commenti è un’insostituibile forma di incoraggiamento, come pure preziosi sono i complimenti che ricevo da altri amici che non amano manifestarsi pubblicamente ma che conosco bene; ed è un incoraggiamento vedere crescere il numero degli accessi, di cui ogni blogger ha solitamente a disposizione alcune statistiche in tempo reale.
Partendo dal trasferimento del Franz-blog sull’attuale piattaforma, poco meno di un anno fa, la tendenza all’aumento dei contatti è stata lieve ma costante, mese dopo mese.
Nelle ultime due settimane, vai a sapere perché, si è verificato un calo, forse fisiologico forse chissà. Non piango, state tranquilli, anche perché la vocazione di pura passione che ci metto è gratuita, e grazie al cielo non devo rendere conto a nessun editore o sponsor.
Però si scrive per essere letti, come dicevo, e quindi, saltuariamente, ho ingaggiato una mia piccola nuova campagna acquisti, seguendo la logica molto ben descritta in questo post di un’amica che si firma “Iolosoxchecero”, là dove dice:

Lasciare un commento è come lasciare un biglietto da visita di se stessi e del luogo dove, eventualmente, trovarci per approfondire la conoscenza. Un vero e proprio invito, a quella persona, a prendere un caffè con me. Quella persona può ignorarlo oppure può arrivare fino al “mio” bar-book e spiarmi dalla vetrina e decidere di non entrare (per mille motivi che non sto qui a discutere) oppure, incuriosita, entrare e sedersi al mio tavolino, cogliendo l’occasione per conoscermi, senza alcun impegno.

Il numero di voci presenti nella blogosfera sembra infinito e non c’è che l’imbarazzo della scelta, link via link, per ascoltarne e conoscerne delle nuove.
E così sto facendo, spargendo in qua e in là, soprattutto quando mi sembra di aver trovato una voce affine o comunque interessante, i miei ‘biglietti da visita’ in forma di commenti, che cerco di confezionare con tutta la cura del caso.
Se in passato questo procedimento, con il dovuto dispendio di tempo e di attenzione, mi ha regalato nuove interessanti conoscenze, amicizie e collaborazioni, la nuova campagna acquisti sembra decisamente disgraziata.
Pochissime persone hanno ricambiato la visita qui da me; in alcuni casi ho ottenuto, sullo stesso blog dell’autore, una risposta al commento, come mi sembra un doveroso atto di educazione, o quanto meno di gentilezza; a volte niente, nessuna risposta; in un caso particolarmente clamoroso, l’autore ha risposto a tutti meno che a me, come se avessi la peste bubonica.
In un altro caso, infine, il mio commento non è stato pubblicato e risulta ancora in attesa di moderazione, su un post ormai decisamente superato.
Ma non demordo, conoscendo per esperienza la ricchezza che può rappresentare la nascita di una nuova amicizia di tastiera, che vanifica di colpo tutti i tentativi goffamente andati male fino a quel momento.
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Immagine tratta da: www.giuntistore.it/customer/product.php?productid=11544&cat=311

Tanti anni dopo

26 gennaio 2010 di Franz

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Una nevicata leggera, oggi, in un altro pomeriggio che vorrebbe rosicchiare spazi di luce al buio di un lungo inverno.
Era prevista, dicevano forse mista a pioggia, dunque grigiastra e paludosa, non così bella e fiabesca, ed evocativa.
Mi incollavo alla finestra, da bambino nella casa di via Murri, nella camera condivisa con mio fratello, ad osservare dopo cena le volute magiche dei fiocchi illuminati nel buio dagli alti fanali stradali, o, alla luce del giorno, tergendo con la mano l’appannamento sul vetro della cucina, mentre la mamma stirava o preparava da mangiare.
Mi lasciavo rapire entusiasmato da quell’incanto.

Gli inverni, proprio come questo, che ora sembra eccezionalmente rigido, erano lunghi allora, e la neve era sempre fedele ai suoi appuntamenti a sorpresa, e per diverse volte scendeva dal cielo, tramutava il paesaggio in una favola, si accumulava e restava per giorni e giorni.

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Coppie passano strette lontano sui viali camminando sui mucchi di neve

scriveva Francesco Guccini, in un periodo presumibilmente non molto successivo a quegli stessi anni, in una splendida ballata che non trovò ospitalità in nessuno dei suoi primi trentatré giri, e che avrei poi ascoltato dal vivo, all’Osteria delle Dame, in quelli del mio liceo (clicca qui per il testo, clicca qui per il video musicale).

In una canzone più nota, che diede anche il titolo al suo secondo ‘long playing’, scriveva invece:

L’inverno ha steso le sue mani e nelle strade sfugge ciò che sento.
Son trine bianche e neri rami che cambiano contorno ogni momento.
E ancora non sai come potrai
trovare lungo i muri un’ esperienza;
sapere vorrai, ma ti troverai
due anni dopo al punto di partenza…

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Ora, non due ma quarant’anni dopo, e ormai da diverso tempo, piuttosto che al cercare lungo i muri un’esperienza, il nostro grande cantastorie ha preferito la quiete del suo Appennino tosco-emiliano, e mi piacerebbe chiedergli se ancora si sente un po’ al punto di partenza.
Se non mi è dato di farlo a lui, posso pur sempre rivolgere quella domanda a me stesso, dal momento che tutto quel tempo è passato anche sul mio cammino.

Ed è come una voragine, un abisso che ha ingoiato e cerca di centrifugare le migliaia di vite che mi sembrerebbero essersi già avvicendate tumultuosamente, in tutti quei lustri della mia unica vita per lasciarmi, attonito e ancora una volta, a quell’interrogativo: mi sento, sono, ancora al punto di partenza ?
E com’è possibile trovare ancora, lungo i muri, lungo le strade, un’esperienza, nuova.
Da poter raccontare, e fissare, qui sul mio diario telematico, regalando ad essa uno spessore, un gusto e una connotazione particolari, destinati a sovrapporsi a quanto ne resterebbe altrimenti come puro ricordo originario.

E’ difficile sentirsi ancora e sempre al punto di partenza, ancorché sia forse l’unico modo che ci è dato di vivere.
E’ difficile non sentirsi scossi, straniti, infastiditi, al pensiero di un nuovo campionato mondiale di calcio (ma non abbiamo collezionato già abbastanza emozioni, in tutte le edizioni passate, al netto dell’ormai subentrata nausea per quel mondo ?), o al pensiero di una nuova campagna elettorale, ora che il sindaco si è dimesso (ma non abbiamo già sopportato abbastanza gli enormi faccioni suadenti illuminati ad ogni curva ed angolo di strade, e le polemiche puerili con i colleghi ?), o al pensiero di nuove manifestazioni di piazza, nuovi concertoni del primo maggio, nuove stagioni delle foglie verdi…

E tornerà a cantare quel merlo che la scorsa primavera mi faceva compagnia dal mattino alla sera, sui rami di quest’albero, che ora sono trine bianche e nere che cambiano contorno ogni momento ?

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Una famosa canzone dei Negramaro, che non erano ancora nati al tempo di quei brani di Guccini, recita:

Non senti che
tremo mentre canto
è il segno
di un’estate che
vorrei potesse non finire mai

Ecco, parafrasando quei versi, vorrei che quest’inverno, potesse non finire mai, “in bilico”, secondo un’espressione ripetuta più volte nella stessa canzone…
In bilico fra le emozioni più primitive: la dolcezza delle coperte dopo lunghe ore di sonno, quella di una nutriente colazione, quella dell’intimità della casa silenziosa mentre fuori, adagio adagio, cade la neve, fascinosa, fiabesca, come un tempo.

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Le buone pratiche

21 gennaio 2010 di Franz

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Di che cosa si occupavano in quegli anni, indagherà forse uno storico in un drammatico futuro, il governo, la popolazione italiana ?
Di che cosa si discuteva sui giornali e nei dibattiti televisivi, si chiederà, quando ancora quella mondiale, di popolazione, non era stata decimata dalla guerra per l’acqua, mentre i superstiti, oltre che in perenne migrazione, si troveranno ormai a grave rischio di rapida estinzione per i dissesti ambientali, climatici e per la radioattività, diffusa in gran parte del globo dalle recenti esplosioni nucleari.
Quali personalità politiche decidevano le scelte governative, quali giornalisti orientavano l’opinione pubblica, ricercherà quello studioso nelle sue peraltro non lontane fonti.

E, prendendo a campione questo inizio degli anni dieci, dovrà riferire, nei suoi studi che forse non potranno conoscere molto a lungo dei lettori, che qui il pieno fervore del dibattito era su una legge, in corso di approvazione, che vanificava quasi tutti i procedimenti giudiziari, per evitare quelli pendenti sul tiranno, corruttore abituale di singoli uomini, e, nel pensiero e nella cultura, di tutta la sua popolazione.
Che quelle personalità avevano i mostruosi volti di Bondi, Belpietro, Minzolini, Fede, Tremonti, Feltri, Alfano, Vespa, Castelli, e di tanti altri.
E non riuscirà a trattenere le lacrime, in un pianto amarissimo, e disperato come la gente fin a quel momento scampata ai cataclismi.

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Come già altre volte ho fatto in passato, in questo post volevo ragionare sulle cosiddette ‘buone pratiche’ ecologiche, sul loro significato, efficacia, limiti, nell’attuale situazione di grave allarme ambientale, ma non ho potuto esimermi dall’affrontare il rumore di fondo della cronaca politica, tanto si è fatto assordante in questa fosca e fredda serata invernale.
Penso comunque che, anche volendo risparmiare altri allucinanti elenchi di bestie del nostro attuale zoo mediatico e governativo, ritroverò nel mio breve ragionamento il loro ambito.

Allo stesso modo, altre volte ho già raccontato la carica dirompente che ebbe nella mia vita la lettura di Maurizio Pallante, il più popolare divulgatore nazionale di quella teoria della ‘decrescita felice’ che conta all’estero altri benemeriti studiosi, e che conosce una diffusione e un dibattito costanti, nonché vari movimenti di opinione e di azione.
Pallante dà molta enfasi alle ‘buone pratiche’ come strumento singolare e collettivo della decrescita: ragionare sugli impatti ambientali di ogni nostro gesto, acquisto, decisione, e cercare di immaginare e praticare alternative amiche dell’ambiente, dall’efficienza energetica dell’abitazione al fai-da-te opposto all’acquisto di merci, dall’alimentazione con prodotti ‘a chilometri zero’ al risparmio di acqua calda e corrente elettrica, magari prodotta da fonti rinnovabili.

L’entusiasmo di quella lettura, tanto convincente nella narrazione delle storture e dell’infelicità a cui ci ha portati il modello di progresso economico fondato sulla crescita dei consumi, mi portò a sopravvalutare quella specie di rimedio individuale ai guai del mondo.
Preso da una sorta di iniziale sacro furore ecologico, feci mio da allora uno stile di vita rinnovato, dalle piccole alle grandi scelte ed abitudini, orientato ad un criterio di sobrietà ed attenzione costante e sistematica.
Per fortuna i furori hanno vita breve e lasciano il posto al ragionamento critico, un ragionamento abbastanza elementare relativo alle poste in gioco: alla fine della mia esistenza, per quanto bravo sia stato a rendere meno devastante il mio passaggio, su questo stressato palcoscenico che è la scena del mondo, avrò fatto comunque molto poco, da solo, per salvarlo.
Bisognerebbe che tutti ponessimo la stessa attenzione a modificare il nostro stile di vita; ma non ho la bacchetta magica per ottenere questo risultato, e anche avendola non sarebbe forse giusto usarla per prevaricare i comportamenti altrui.
Tuttavia posso cercare di diffondere questa nuova consapevolezza che tanto entusiasmo mi ha dato, e posso cercare di dare peso alle forze politiche più affini ad essa.
L’equazione è facile: se il mio comportamento virtuoso vale ‘x’, varrà ‘x alla seconda’ aver diffuso quella consapevolezza con il dialogo, con l’esempio, ovvero con la testimonianza qui in Rete; ma varrà, potenzialmente, ‘x alla quarta’ portare ad incarichi di governo, locale o nazionale, rappresentanti di quelle stesse istanze. Di più non posso fare (se non appoggiando organizzazioni internazionali come Greenpeace), nei confronti di chi avrebbe un potere ‘x alla decima’, ma, come si è visto a Copenhagen, non è capace di utilizzarlo come si deve.

L’ambito politico è dunque quello potenzialmente più efficace, per evitare che le mitologiche bestie che ci governano (visto che mi sono riagganciato al tema dello zoo ?), dedichino risorse a ‘grandi opere’ mostruose come loro e come solo loro possono concepire, vedi ponte sullo stretto, vedi linea ferroviaria veloce in Val di Susa (un autentico flagello, clicca qui), vedi nuove centrali nucleari, vedi sovvenzionamento quali fonti di energia rinnovabile di forni crematori che inceneriscono i rifiuti e, sembra accertato, diffondono il cancro.

Questa è la conclusione, per me tuttora valida, di quel ragionamento; si potrebbe pensare, a questo punto, che io abbia ridimensionato l’attenzione e l’abitudine verso le buone pratiche.
Non è così, perché intanto ho imparato una o due cose importanti.
Innanzi tutto che quasi sempre una buona pratica, a dispetto di una prima impressione di sacrificio, ha degli effetti collaterali positivi per la mia stessa vita.
E così, sembra elementare dirlo, se evito sprechi di calore, o di acqua, o di energia elettrica, ne avrò anche un beneficio economico. Allo stesso modo la frutta e la verdura proveniente da coltivazioni biologiche delle vicine campagne, che io riesca ad acquistare, ha un sapore e una salubrità molto superiori a quella dell’ipermercato.
E poi ancora, abbandonare la carne, a favore delle proteine vegetali contenute nei legumi, posso testimoniare che fa sentire e stare molto meglio in salute.

E si può continuare, fino ad argomenti più difficili da sostenere, poiché stridono con le abitudini profondamente inculcate nel nostro stile di vita, e tendono a dare un’immagine di duro ascetismo ed austera scelta francescana di povertà: alludo ad esempio alla scarsa propensione nei confronti di viaggi e vacanze, soprattutto in terre lontane.
In realtà posso vivere benissimo anche senza, dal momento in cui il solo fatto di scoprirmi affrancato dai condizionamenti inculcati costantemente in me da un modello socio-economico ormai giunto al capolinea, ancorchè in mancanza dell’imporsi od affacciarsi di nuovi modelli, personalmente mi fa sentire, anzi vivere, già molto più libero e felice.
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Immagini da: http://wildgretapolitics.wordpress.com/2008/09/19/ ; http://www.prolocolgiate.it/corsoOrto2009.

Una notte dopo le feste

16 gennaio 2010 di Franz

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Come una marea, il periodo che dedico al sonno sta invadendo ogni giorno di più quello della luce diurna; non si tratta di un ribaltamento fra la notte e il dì, ma di una vera e propria alluvione dormitoria, tempi infiniti, sempre più lunghi, a cui mi concedo senza scrupoli per i segnali di grande benessere che alla fine mi genera, e grazie ad una dolcissima assenza di impegni extralavorativi in queste tranquille e smorte settimane post-festive.

Inoltre il venerdì (come il sabato) si può cominciare a lavorare più tardi, evitando il traffico particolarmente caotico dell’ora di punta e sfruttando più a lungo quel po’ di animazione cittadina notturna, sempre superiore rispetto alle desolate notti precedenti.

Erano già passate le otto, ieri sera, quando ho cominciato.
E le strade della città già presentavano una strana atmosfera, come di vigile disarmo, data da tutte le luminarie spente ancora da togliere, ogni anno le montano prima e le smontano più tardi, e dallo scarso traffico veicolare, che lasciava però percepire i primi segni di quell’animazione da inizio week-end che dicevo.
Grande rilassamento nervoso, strade libere, discreta richiesta di servizio: le condizioni ideali per lavorare.

Viene presto l’ora della prima decisione: alle dieci chiuderà la mensa della ferrovia, mancano pochi minuti ma provo a raggiungerla lo stesso; l’appetito è poco, a causa del mio odierno casalingo ‘brunch’, cioè primo pasto, consumato in un orario più vicino a quello del the che a quello del caffelatte. Per i sei euro della nostra tariffa convenzionata vale la pena andarci anche solo per mangiare un’insalata e magari scegliere per secondo una mozzarella confezionata da portarsi a casa.

Sono proprio sul filo di lana; qualche inutile beffardo semaforo rosso di troppo mi fa cambiare idea, anche perchè entrare alle dieci meno cinque significherebbe subire il fiato sul collo del personale che ha fretta di chiudere dopo quattro ore di servizio continuativo.
La rinuncia ad affrettarmi mi dà un’altra iniezione di relax: mi abbandono ancora un po’, passivamente, al flusso di lavoro.

Che, come spesso succede, conosce di lì a non molto, intorno intorno alle dieci e mezza, un provvisorio calo.
E’ il momento buono per lo stacco. Provo a puntare su un bistrot di cui ho sentito la pubblicità per radio, che sembra specializzato in cucina biologica e vegetariana, Zenzero, si chiama, in via Fratelli Rosselli.
Miracolosamente parcheggio a due passi dalla ‘Salara’, locale notturno per gente alternativa ed eccentrica, alcune sere settimanali dedicato agli omosessuali; a quest’ora non c’è ancora nessuno in giro nei dintorni.
Cammino accanto all’antico magazzino del sale e al porto canale, di recente ristrutturati e ben illuminati; noto con una certa sorpresa il corso d’acqua del canale di Reno, che se ne sta interrato per quasi tutto il resto del suo itinerario cittadino; c’è spazio, tranquillità, quiete; anche il freddo sembra essersi uniformato a quel diffuso stato di vigile disarmo: quattro, cinque gradi, fastidioso ma non troppo.

Raggiungo lo Zenzero: non è grande né vistoso; tavolini abbastanza frequentati all’interno, un’atmosfera discretamente raffinata; guardo il menu con i prezzi, correttamente esposto sulla porta d’entrata. E scelgo di non entrare: troppo stanziale, troppo ristorante. Nel tornare verso la Cavallona parcheggiata, decido che punterò sulla ‘Clorofilla’, l’ormai storico pub vegetariano di Strada Maggiore, dove non metto piede da parecchio tempo, ma che stasera fa proprio al caso mio.

L’operazione di parcheggio questa volta è proibitiva; comincio a girare per strade e stradine come un insetto impazzito, poi esco da Porta Maggiore, lungo via Mazzini fino a trovare, finalmente, uno spazio un po’ di fortuna ma sufficiente.
Sotto il lungo portico degli Alemanni, illuminato da qualche tenue fanale e dalle vetrine dei negozi dalla saracinesca abbassata, non passa quasi nessuno; respiro ancora una volta la gradevole atmosfera vaga e stranita di questa serata prefestiva ma, direi soprattutto, antifestiva.
E, ancora una volta, cambio destinazione: il bar qui appena fuori porta Maggiore mi va più che bene.
E’ un posto che amo, uno dei pochi bar aperti fino a tarda notte, e per questo frequentato da personaggi un po’ di frontiera, come suol dirsi ‘border-line’, italiani e stranieri.

Trattenendo per gli ultimi momenti lo stimolo imperioso della pipì, entro.
C’è la solita signora di stampo felliniano, con scollatura regolarmente aperta sull’immenso seno; un paio di ragazzi forse romeni, forse albanesi, un po’ defilati rispetto al banco, nei pressi dei giochi elettronici.
Do un occhiata alla vetrinetta: “Non ci sono quelle pastine secche con le mandorle?”
“No, finite”.
Do un’altra occhiata, e finisco per ordinare un calzone agli spinaci, che emana grasso (più o meno idrogenato) solo a guardarlo.
Non faccio in tempo a chiederlo che già me lo porge. Allora le chiedo di scaldarmelo e di prepararmi un the al limone, poi finalmente posso correre al gabinetto.

Quando torno al banco il the è già pronto.
Mentre schiaccio la fettina di limone con il cucchiaino, ascolto il dialogo fra due tipi sulla mezza età, dall’accento e dall’aspetto iper-cittadino, nel frattempo piovuti qui chissà da dove, forse dal non lontano Ospedale Sant’Orsola.
Raccontano di un ritardo nella chiamata al 118: quando è arrivata l’ambulanza il tipo se ne era già andato a miglior vita.
Sfornato dal microonde il calzone sembra ancora più unto: lo addento con trasgressiva voluttà, e che il dio della digestione mi assista.

Presto la mia sosta ha termine e vado ad affrontare le nuove più o meno gradite avventure che mi offrirà la notte di lavoro.
Due ragazze, graziose, educate, profumate ma non troppo, chiedono di andare al Ruvido, la discoteca dei più giovani.
Fanno cenno di gradire molto la canzone che trasmette la radio in quel momento, poi noto che una delle due, caschetto e capelli lisci sul viso affusolato, cerca di studiarmi attraverso lo specchietto, per decidere se sono interessante o no. Chissà; meglio che non sappia la mia età, con tutta probabilità superiore a quella dei suoi genitori.

Poi avrò il piacere di battibeccare con un collega per il mio arrivo un po’ garibaldino dentro un posteggio, subito prima che ci si fiondasse lui, con guida da polizia americana, e, a ruota, da un altro che lo tallonava. Ho cercato di mostrargli la mia buona fede, gli ho anche detto che gli cedevo il posto, ma ha conservato la sua patetica grinta rabbiosa. E allora senza dire niente, quasi sgommando, ho mollato la presa, e li ho lasciati entrambi in quell’angolo della città, augurando in cuor mio al grinta di passare lì, fermo, tutta la notte.

Poi alcune corse con clienti anonimi, quelli che “non vedi più neanche con gli occhiali”, citando la famosa canzone d’origine francese ‘Albergo a ore‘.

Fino a quella inesorabilmente lunga, complessa, fastidiosa, alla fine sottopagata, a tappe, e con relativi periodi di attesa del mio cliente, fra pizzerie in chiusura, trafficanti di cocaina, campi nomadi.
Loquace, accento strano, accetterò di chiacchierare, e così apprenderò che la cocaina è spacciata da Marocchini, mentre l’eroina da Tunisini.
A differenza della moretta di prima, lui mi chiederà l’età, e quasi si offenderà quando gliela dico, pregandomi di non prenderlo in giro.
Poi si metterà quasi a piangere, dicendo che è schiavo della droga, e, platealmente, che si vergogna nei confronti di suo figlio di pochi mesi.
Alla mia domanda se non ci sono comunità di recupero in città, che no, che anzi quando è stato in carcere per qualche mese gli hanno chiesto se si faceva anche di eroina e lui no mai, e se fumasse spinelli, no solo dieci anni fa, e che erano stati capaci solo di proporgli trenta grammi di metadone, quelli là.
Dopo l’acquisto nella solita ‘centrale’ di via della Manifattura, e una volta ripartiti, esaminerà la merce, e poi si metterà ad inveire contro quei bastardi che gli hanno rifilato dello zucchero.
E poi ancora a piagnucolare, che solo Gesù può aiutarlo a smettere.

Ho pensato anch’io la stessa cosa, circa quella lunghissima corsa a tappe. E Gesù alla fine mi ha ascoltato, anche se mi sono dovuto accontentare dei soli venti euro che mi aveva dato, tranquillizzandomi alquanto, come acconto prima della prima sosta.

Ma la libertà di potermene tornare a casa, a quel punto, non aveva prezzo.
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Immagine tratta da: http://commons.wikimedia.org/wiki/Bologna?uselang=fr

Le scatole cinesi del plagio

11 gennaio 2010 di Franz

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Credo di aver terminato il mio 2009 con una buona azione: ho suggerito alla mia cara ‘amica di tastiera’ Francesca, che aveva annunciato con un post la definitiva chiusura del suo blog ‘Un’altra Europa’, alcune considerazioni, che hanno poi contribuito a farle cambiare idea, tanto che lei stessa le ha pubblicate come incipit ad un nuovo anno di vita della sua creatura telematica.

Si tratta di un blog particolare, anzi senza esitazioni dico eccezionale, per la quantità di contenuti e la ricchezza di stimoli culturali e di riflessione di cui con grande frequenza ne fa veicolo Francesca, una persona di grande curiosità intellettuale e di una capacità autenticamente mostruosa di divorare libri e siti internet scritti in un sacco di lingue, ma dotata anche di un approccio etico ed umano, e dunque giustamente preoccupata ed inquietata ed indignata, nei confronti dell’attuale realtà, sia a livello mondiale sia a livello italiano, benché da diversi anni abbia deciso di vivere all’estero.
E’ un blog ostico, sia perché di frequente i suoi post sono molto lunghi, complessi, pieni di link, sia anche perché lo stile di impaginazione spietatamente, scontrosamente grezzo non ha nulla di accattivante.

Nel lasciare l’Italia dopo le sue vacanze di fine d’anno, tuttavia, la nostra amica ha scritto una sintesi sulla realtà nazionale molto breve e chiara; sono poche righe, a mio parere del tutto condivisibili, che fotografano il livello di molteplice degrado e corruzione in cui il Paese versa, e che si concludono con la considerazione del punto di assuefazione raggiunto, nel dibattito politico come nella società civile, entrambi evidentemente incapaci di formulare una reazione commisurata alla situazione:

I problemi non sono nuovi, ma è nuovo – mi pare di percepire –  l’atteggiamento per cui tutto questo è progressivamente entrato nella normalità delle cose ed è entrato a far parte del paesaggio naturale del Paese. Come la nebbia in val Padana. Altrimenti Napolitano, Bersani, ecc. e quella che un tempo si chiamava opposizione e che Barbara Spinelli giustamente suggerisce di chiamare “quelli che non governano” troverebbero altre parole e avrebbero altre reazioni e quella che un tempo si chiamava società civile reagirebbe nonostante quelli che governano e quelli che non governano, mi pare.

Anche mio fratello Davide scrive spesso dei post di difficile approccio, per la sua formazione filosofica ma direi soprattutto per il suo amore verso la disquisizione analitica spinta all’estremo.
Lo fa nel Forum “Viva i bidelli“  di cui è l’amministratore, ma anche il principale animatore.
E anche lui ragiona in questi giorni sul tema dell’assuefazione, con un vero e proprio trattato che sta pubblicando a puntate, in risposta (con firma: Admin) ad un intervento filo-berlusconiano.
Tanto è l’impegno che sta impiegando in questa sua dissertazione, che ha chiesto aiuto anche a me, perché gli segnalassi le mie abituali fonti di informazione politica ’sana’, promettendomi poi (o minacciandomi, secondo i punti di vista…) di trascrivere e citare il mio contributo in una delle prossime puntate in corso di pubblicazione.
Ma lascio brevemente la parola a lui:

Ma quale politico può essere così coglione da dire a chi lo ascolta: “tu non sei responsabile delle tue scelte politiche, tu sei plagiato, manipolato, sei diventato un automa. Tu sei un pupo ed il puparo che ti muove è Silvio Berlusconi”. Un discorso di questo tipo è repellente, ed offensivo per chi se lo sente rivolgere. Anche se espresso in maniera più dolce, con toni molto umani e garbati (ma addolcire troppo non si può, se no si puzza di ipocrisia lontano un miglio e si perde l’effetto-shock, che è l’unica speranza di svegliare chi sta dormendo il sonno della ragione) questo messaggio rimane repellente, non genera consenso ma spinge il destinatario, per reazione, tra le braccia dell’avversario politico.

Nel rileggere queste frasi mi è tornato in mente, non senza amarezza, quella specie di dibattito pubblico a cui fui costretto fra i colleghi, durante un’attesa ad un posteggio una sera dello scorso autunno, e che raccontai in questo post.
Il mio interlocutore, senza perdere il suo modo di esprimersi pacato e fin troppo garbato, denunciava come ideologica ed avulsa dalla realtà la mia percezione e posizione socio-politica, e mi chiedeva retoricamente se vedessi in lui un soggetto plagiato da un ipotetico tiranno.
Non potei rispondergli di sì, e fui costretto ad arrampicarmi su qualche specchio. Un dialogo fra sordi, fondamentalmente.
Un po’ come quando da ragazzini si discuteva su fronti contrapposti: “Scommettiamo che ho ragione io ?” “Ci sto !”.
Ma quando il mio convincimento era vero, profondo ed evidente, erano scommesse vinte in partenza, solo questione di tempo.

Mi chiedo quando sia avvenuto il salto di qualità, il passaggio storico da una situazione con alcuni aspetti di corruzione ad un vero e proprio regime della menzogna; quando sia finito, nel mio personale sentire, il senso della normalità; quando la foschia si sia fatta nebbia.
A un certo punto è avvenuto, se è vero che, per contrasto, mi sono sorpreso, ragionando in occasione dell’anniversario di Piazza Fontana, nel ritrovare un unico filo conduttore, di stampo principalmente mafioso (ma non solo), di tutta la storia italiana dal dopoguerra ad oggi.

Ripenso alla nascita del mio blog; era l’estate 2006, tre anni e mezzo fa; era molto recente quella pazzesca notte degli spogli (e forse dei brogli, beninteso da parte dell’attuale tiranno), che aveva decretato la seconda risicatissima rivincita di Prodi e del centrosinistra.
Gli intenti etici, di quel mio affacciarmi sull’affollata ribalta della blogosfera, erano limitati (per così dire!) alla crisi ambientale, a diffondere consapevolezza su una situazione di crisi planetaria a cui non corrispondeva (e men che mai corrisponde oggi) una risposta adeguata a scongiurare la catastrofe, e dunque erano diretti a risvegliare le coscienze da un senso di normalità imposto dal modello capitalistico giunto ormai al suo definitivo capolinea.
C’è qualcosa di molto simile fra quell’atteggiamento iniziale e l’altro, quello di critica al regime berlusconiano, che si è poi aggiunto necessariamente, ma dopo, all’interno dell’anima ‘impegnata’ di queste pagine.

Dunque la nebbia è calata di recente; anche se non è successo certamente da un giorno all’altro, penso tuttavia si possa con buona approssimazione far corrispondere il fenomeno con l’inizio di quest’ultimo governo della Jena Ridens, e cioè il 7 maggio 2008.
Come in un gioco di scatole cinesi, ora la maggioranza della popolazione italiana non solo è in gran parte cieca all’emergenza planetaria che sta vivendo la nostra generazione, unica nella storia dell’umanità, ma lo è diventata anche nei confronti di un orizzonte più domestico e più immediato, cioé l’organizzazione politica dittatoriale, incapace nell’amministrazione, violenta nella cultura, distruttiva delle regole costituzionali, che si è instaurata, con tutto l’interesse delle mafie, per salvaguardare un ridicolo imperatore da sempre nei guai con la giustizia.

Ci sarebbe da essere disperati, se non fosse, oltre che inutile, sbagliato.
Perchè esiste almeno una valida ragione per continuare a sperare, ad impegnarsi e all’occorrenza a combattere; un possibile, potente antidoto capace di scoperchiare quella doppia scatola cinese che soffoca le coscienze.
Si tratta della Rete, che sembra teoricamente in grado di modificare addirittura le modalità di sviluppo del pensiero dell’uomo, in un modello di elaborazione collettiva mai sperimentato prima, e ribelle ad ogni logica coercitiva o censoria da parte del potere costituito.
D’altra parte, la nascita stessa della Rete fu ad opera di una somma di intelligenze (non esiste un ‘inventore di Internet’), quelle, se ben ricordo, di un gruppo di ingegneri che decisero autonomamente di derogare dalle finalità militari del progetto che conducevano, e in questo modo furono in grado di offrire questo meraviglioso regalo all’umanità.

La bella giornata romana del ‘No B-day’, più volte presa ad esempio anche nel lungo scritto di Davide, è una prima dimostrazione tangibile, qui da noi, di ciò che può succedere quando la realtà virtuale, raccontata, pubblicata nella Rete, decide di interporsi alla realtà fisica, e lo fa con le gambe, le bandiere, i cuori, di migliaia di persone vive e vere.

Mi sembra che questo stesso pensiero, e questa stessa ragione di speranza, siano contenuti in un altro post del già citato forum, questa volta a firma Emma, che ho letto un po’ di sfuggita ma che varrebbe la pena approfondire.

Non lo faccio ora, però, dal momento che mi sono già dilungato fin troppo, sull’esempio dei miei ‘cattivi maestri’, Francesca e Davide.
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L’immagine è presa da: http://www.facebook.com/note.php?note_id=130476271005

Robe da matti

6 gennaio 2010 di Franz

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Un diario come questo dà enorme risalto agli eventi ciclici a cadenza annuale di cui, come avviene più o meno per qualsiasi persona, è disseminato il cammino di chi quel diario gestisce, e, di conseguenza, attribuisce a quegli eventi una connotazione particolarmente rituale, oltre che di pietra miliare lungo il procedere dell’anno e degli anni.
Si finisce per raccontare sempre le stesse cose, e se la prima volta lo si fa cercando di trasmettere l’entusiasmo di un neofita, le volte successive subentra il timore di ripetere il già detto, di confidare il già vissuto.
Comunque, almeno per quanto riguarda la corsa podistica non competitiva della mattina di Capodanno, il tempo meteorologico sembrerebbe voler dare una mano a diversificare ogni volta l’esperienza.
E così, dopo la versione con il ghiaccio, quella con le luci e i contrasti di colore di un nitidissimo sole, quella con il grigio chiaro e la temperatura mite, questa è stata la volta della pioggia, una pioggerella insistente che smetterà solo dopo l’arrivo.

Sono appena le otto e un quarto e mi trovo già, con circa un’ora di anticipo, alla base di partenza, sotto il portico di Piazza della Pace di fronte allo stadio: l’intenzione è di percorrere la variante che porta alla basilica di San Luca (il punto di arrivo), attraverso la via di Casaglia, anzichè quella ripidissima e, podisticamente parlando, brevissima, che risale direttamente lungo il portico e la strada contigua.
In una città quasi completamente paralizzata, nel silenzio che segue la notte più rumorosa e movimentata dell’anno, la zona è già discretamente animata di uomini e donne scalpitanti in tuta, una razza di matti da legare a cui credo di appartenere a buon diritto, e c’è già anche il tavolino dell’organizzazione, che raccoglie le offerte libere, quest’anno destinate all’associazione cittadina “Il cucciolo”, che aiuta le famiglie dei bambini nati prematuramente.

L’anticipo, benché superiore alle intenzioni, si rivelerà estremamente prezioso, per affrontare la salita sotto la pioggia a passo molto tranquillo, e giungere in tempo per cambiarmi ed indossare la maglietta, il maglione e il pile che porto con me annodati, aggrovigliati in cintura e fin sotto l’elastico della pantacalza, nonché per usufruire del ristoro prima dell’arrivo del plotone ufficiale, e infine per partecipare al consueto brindisi tutti insieme.

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Ma percorrere la variante significa anche abbondonare provvisoriamente quel poco di calore umano già presente alla base, e avventurarmi da solo sotto la pioggia per le strade deserte.
‘Tendenza nel corso della giornata ad esaurimento dei fenomeni’, avevano sentenziato le previsioni.
Fenomeno io, che non ho voluto prendere niente di impermeabile; ma ho buone sensazioni, sia circa la possibilità di non inzupparmi troppo di pioggia (con il compenso aggiuntivo di non farlo per il sudore da condensa), sia circa la fatica del tutto sopportabile concessami dal mio passo di leggero trotto.

Ma ecco il primo evento di festa, quella che vengo a cercare e a trovare quassù tutti gli anni.

Sento avvicinarsi, nel silenzio, un podista più veloce di me, che mi raggiunge, e nel superarmi, secondo tradizione ormai consolidata, mi fa sorridendo gli auguri di buon anno.

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Aspetto che sia a debita distanza, poi provo ad immortalarlo, sfidando i goccioloni che puntano dritti sull’obiettivo della fotocamera.

Nell’avvicinarmi alla meta ne incrocerò altri due o tre, che per qualche misterioso motivo, oltre al fatto fondamentale di essere noi tutti quanti dei matti da legare, stanno correndo in direzione contraria. E ancora sorrisi ed auguri, e carica di euforia amplificata dal fiato sempre più corto.

Bar Pizzeria Vito: eccomi ormai arrivato, dopo un’ora e passa dalla partenza; vedo il tavolino del ristoro già in piena efficienza, ma prima raggiungo gli archi di portico che fiancheggiano la scalinata della basilica, per cambiarmi almeno al riparo dalla pioggia.
Ci sono altre persone, chi in tuta sportiva e chi in borghese, e tutti hanno voglia di scambiarsi battute scherzose.

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Un paio di bicchieri di the caldo e una fetta di ‘panspzièl’, il tradizionale panone scuro ai canditi e alle mandorle, insieme al panettone gentilmente elargiti dai volontari dell’organizzazione, di certo matti pure loro, ma, a differenza di noi, visibilmente infreddoliti.

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Sono gli ombrelli di chi si è fatto trovare già qui, a dare le note di colore di gran lunga più vivaci.

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Secondo i miei calcoli, il gruppo ufficiale dovrebbe essere ormai vicino, e decido di andargli incontro, per confondermi con loro nella dirittura d’arrivo, e scattare qualche immagine.

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Il vero e proprio crescendo di festoso contatto umano trova il suo acuto finale nel brindisi, come sempre sulla scalinata prospicente la basilica, davanti all’occhio della mia piccola macchina fotografica, ma anche del TG3 regionale, che come sempre trasmetterà un breve servizio sulla corsa nell’edizione serale.
Prima che vengano stappate le bottiglie di spumante, la rappresentante del “Cucciolo” prende un attimo la parola, amplificata molto artigianalmente dal megafono degli organizzatori.
Sicuramente lei non si è inerpicata di corsa ’su per le Orfanelle’, come viene chiamata la nostra amata strada con il portico settecentesco di Carlo Francesco Dotti, ma ha ugualmente il batticuore e confida, con la voce davvero un po’ rotta dall’emozione, di essere commossa dalla generosa partecipazione.

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Il ‘rompete le righe’ avviene gradualmente, tanto che nel quarto d’ora di folle discesa a rotta di collo sotto il portico, già frequentato dai primi pellegrini e camminatori, continuo a superare e a farmi superare da altri partecipanti alla corsa. E sono ancora sorrisi ed auguri.

Al senso di lieve euforia si sovrappone, nella quiete e nel riposo casalingo del primo pomeriggio dell’anno nuovo, quello di grande benessere fisico.
Ci saranno sicuramente altri modi più canonici per cominciare bene l’anno; il problema è che sono per lo più indicati soltanto …alla gente sana di mente.

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Sogno di una notte di mezzo inverno

1 gennaio 2010 di Franz

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Lunedì 28 dicembre, dopo l’ora di cena, la città, battuta da una pioggia fredda e intermittente, fu vittima di una specie di collasso cardio-circolatorio, causato con tutta probabilità dall’overdose di movimento febbrile e convulso che l’aveva animata, sempre più con l’avvicinarsi del Natale, e poi durante i tre giorni festivi consecutivi appena terminati.
L’aspetto fiabesco, incantato, che inoltre le aveva dato la neve fino a pochi giorni prima, si era sciolto molto in fretta, proprio come il ghiaccio, che aveva lasciato il posto a un altro tipo di gelo, quello di un inverno ritrovato in tutta la sua capacità di mortificare, di avvilire, di rattristare l’effigie ora spettrale di una città che le luminarie accese non facevano che amplificare, con il loro effetto quasi provocatorio di meccanico straniamento, di disumana alterità.

Sembra un destino, o forse sono io che me lo vado a cercare, ma quando le condizioni di lavoro sono così proibitive, finisco sempre per infossarmi nel posteggio di Piazza Malpighi, che pure di solito è uno dei più generosi, quanto a occasioni di nuove corse.
Da un’infinità di minuti ero lì, davanti, un solo taxi di un collega dietro di me, i fanali e le luci dell’abitacolo spente, chiuse anche le pagine del libro che svogliatamente leggo di tanto in tanto, molto a rilento.
Mogio, intorpidito, curvo, triste, stanco, mentre la pioggia sul parabrezza rendeva ancor più irreale e irraggiungibile il mondo circostante.
Una specie di torpore, forse benefico o forse malefico, sembrava volersi impossessare dei miei pensieri.

“Francesco !”
Mi riscuoto.
“Francesco !”, e mi fa segno, con decisione, di abbassare il finestrino.
Un’altra auto bianca mi è inaspettatamente a fianco ed è una collega, una giovane donna che non mi sembra di aver mai visto prima, a chiamarmi per nome, evento quanto mai imprevedibile.
Con la faccia che tradisce un misto di sorpresa e diffidenza, eseguo il comando, poi la guardo qualche secondo e non trovo di meglio che dirle, a mezza voce, “Ciao”.
“Francesco, lo so che non ti ricordi di me, non ci si vede mai. Ma dammi retta. Parcheggia.”
“Come parcheggia, sono qui da oltre mezz’ora”.
“Dammi retta, fidati”, e stringe gli occhi in un mezzo sorriso, su un volto quasi da bambina, i capelli chiari tirati su in una strana pettinatura da ragazza alternativa-a-tutti-i-costi. Mi immagino il suo corpo bersagliato da tatuaggi e piercing come, in questa notte di fine dicembre, il tetto della Cavallona dalla fredda pioggia intermittente.
“Ma devo spostarmi in fondo, per parcheggiare, e lasciare la pole position al collega”.
“Si capisce, le regole le conosco anch’io, bello mio”.
Anche un po’ sfottente, la ragazza; non c’è più rispetto a questo mondo.
Ma, per strano che possa sembrare a ripensarci, eseguo anche questo suo secondo imperioso comando.

Durante la manovra di sorpasso a rovescio nei confronti del collega dietro, che scorgo ancora più sorpreso di me, vedo arretrare pure lei, la giovane taxi driver punk, con la sua vettura, che resta così affiancata alla mia.
La guardo, con le dita mi fa il segno di girare la chiavetta e spegnere il motore.
E poi di salire da lei.
Mi sento fastidiosamente quasi in sua balia; capisco che se non mi avesse trovato così intorpidito avrei mostrato un po’ più di carattere. Ma ormai sono in ballo, e salgo, e mi accomodo accanto a lei.
Torna a fare quel sorrisetto, e mi prende delicatamente le mani fra le sue, sono gradevolmente tiepide. Ed è calda anche la sua espressione, un po’ divertita, che lascia finalmente intravvedere un po’ di dolcezza.

“Mi chiamo Christine, lo so che non lo sai”.
“Ciao Christine”, la guardo un po’ stravolto, lasciando che mi tenga ancora le mani, in quel piacevole contatto più sorprendente che provocante.
Poi le stacca, per orientare il nostro video terminale, il cosiddetto ‘Go-box’, un po’ anche verso di me.
“Qual è il tuo codice ?”, mi fa.
“Duecentonovanta”, rispondo ormai del tutto succube.
La vedo digitare con cura, sul video ‘touch-screen’, zero, due, nove, zero.
“Cosa vuoi fare, lavorare al posto mio ?”.
“Ma no, cosa dici. E’ che voglio mostrarti una cosa che ho scoperto, una funzionalità strana di questi maledetti aggeggi”.
In qualche modo fa comparire una videata che chiede data e ora.
E senza che io le dica niente, vedo che digita: “1 gennaio 2000″ nella data, e lascia tutti zero nelle ore e minuti.
Mi guarda un attimo, come una bambina al culmine del divertimento, gira decisamente il video verso di me, mi fa: “Buona visione!”, e poi appoggia la punta dell’indice sul tasto OK.

La videata scompare.
“Non si vede niente”.
“Hai ragione, aspetta che aumento la luminosità, dev’essere un interno”.
Effettuata l’operazione, torna a girare il video verso di me, e ad osservarmi divertita.
Trasalgo, un tuffo al cuore.
“Siamo nel duemilaaa !” rivedo e risento Simona Ventura gridare forte dal video della mia tv nel soggiorno della vecchia casa.
E mi rivedo, seduto su una poltroncina a due metri dalla tv, completamente da solo, mentre la luce del teleschermo fa brillare due lacrime di commozione che solcano il mio viso, a quell’annuncio dirompente, epocale, definitivo, eppure gioioso.
“Mio Dio !”, esclamo senza fiato.
Vorrei vedere meglio quel mio volto, scorgere quanti capelli grigi e quante piccole rughe in meno lo connotavano dieci anni fa, prima che cambiassi lavoro, che ritornassi a vivere nella mia città, che cambiassi casa, che vedessi nascere e morire due volte il rapporto di coppia più impegnativo della mia vita, e prima che cominciassi anche a dedicare tante e tante ore al mio diario telematico, …giusto per sintetizzare alcuni ‘piccoli’ aspetti di questo mio ultimo decennio.
“Avevi la lacrima facile già allora”, sussurra irriverente Christine.
Poi gira imperiosamente il video verso di sé: “Vediamo se ti commuoverai anche fra tre notti”.
Richiama la videata precedente, e modifica solo una cifra, da 2000 a 2010, e digita OK.
“Uhm, sembri un po’ assorto questa volta, ma sempre da solo, neh. Sembra che non cerchi altro dalla vita, tu”.
“Forse. Ma fa vedere”.
“Caspita, la conosco la luce di quel monitor: è il computer in camera a cui sto attaccato ore e ore tutti i giorni.
E quello sono io, e manco devo essermi accorto che è scoccata la mezzanotte di Capodanno, intento come sono a digitare. Che impressione, mio Dio.
E adesso cosa sto facendo ?”.
Mi osservo abbandonare la tastiera, afferrare il telefonino, leggere un sms, sorridere, poi digitare ed inviare una risposta.
Non si riesce a interpretare, sul minuscolo video dell’apparecchio telefonico, chi mi ha mandato gli auguri poco dopo la mezzanotte: “Scommetto che sono stati, anzi che saranno, Luisa e Giancarlo. Altri amici devono averlo già fatto, altri lo faranno durante la giornata: beh, non manca poi molto a scoprire se ho indovinato”.
“Eh, proprio no”, mi fa Christine, felice come una pasqua.
Poi, sempre più impetuosa, mi strappa letteralmente i comandi, cioè gira a sé il video.

Ho un improvviso presentimento, riguardo alla sua prossima mossa, che mi riempie di spavento, ma non faccio in tempo a fermarla che quel presentimento si fa realtà: vedo l’anno della videata da 2010 diventare 2020.
Un’onda di angoscia mi invade improvvisamente, all’eventualità che appaia ora una lapide nel cimitero deserto della Certosa, con un lumino che rischiara in una fredda notte la mia fotografia.
Ma grazie al cielo non è così.
“Sembri da solo anche questa volta, ma che noia !”, fa Christine divertita.
“Fa vedere, accidenti !” e abbranco il video per orientarlo verso di me meglio che posso.

Quello sono certo io, ma c’è pochissima luce, proveniente da un’unica fonte, un grandissimo schermo all’interno di una camera che dà direttamente su un cortile, dove sono seduto ad osservare il cielo stellato sopra la linea delle colline circostanti e buie.
Sembro estremamente calmo e rilassato.
Poi, d’improvviso, mi avvio come se fossi chiamato da dentro.
Riesco a scorgere, in quel luminoso schermo gigante che copre mezza parete della stanza, un bellissimo volto di donna dai capelli neri, lisci, non troppo lunghi. Ha l’espressione rilassata anche lei, e un po’ scherzosa.
Osservo la scena col fiato sospeso.

Quand’ecco che all’improvviso, proprio sul più bello, sento echeggiare da quello stesso piccolo video terminale ‘Go-box’, un suono molto noto, e anziché l’immagine di quel mio suggestivo futuro, vedo comparire l’avviso di una nuova corsa: “Via San Felice, 11″.
Mi guardo intorno: sono seduto come sempre all’interno della Cavallona; di Christine neppure una minima traccia.
Col cuore molto turbato digito “4 minuti”.
Aziono i fari, i tergicristalli, e accendo il motore.

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Immagine iniziale tratta da: http://www.bedo.it/fotogirando/page2/&thisy=&thism=&thisd=
Immagine finale tratta da: http://holafebbre.wordpress.com/2009/03/20/fuochi-dartificio/

Pranzo di Natale

26 dicembre 2009 di Franz

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Se, come mi sembra di ricordare, la tradizione del pranzo natalizio al ristorante a tu per tu con mio fratello Davide risale all’anno in cui anche nostro padre ci lasciò, quella di ieri dovrebbe essere stata la venticinquesima edizione, insomma quella d’argento.
Ci sono altre occasioni d’incontro, con frequenza variabile nel corso dell’anno e degli anni, ma quella natalizia resta convenzionalmente quella cardinale per un nostro scambio di opinioni, catalizzato dalla quieta sacralità della circostanza, e che spazia, per parafrasare il sottotitolo di questo blog, ‘fra l’intimista e il filosofico’.
Da Vilma, alla Borgatella, a due passi da casa mia, abbiamo poi trovato negli ultimi anni il nostro ambiente ideale, per qualità della cucina, raffinatezza discreta ma senza troppe pretese del locale, e prezzo.

Ormai quasi completamente convertito all’alimentazione vegetariana, addento con trasgressiva voluttà l’antipasto di ottimi affettati già presenti sul nostro tavolino.
E, prima ancora di assaggiare gli irrinunciabili tortellini in brodo, la conversazione è già decollata, sullo spunto di una mia confidenza:
“Ho riallacciato i rapporti, tramite email,” gli racconto, “con Leonardo, un mio vecchio collega informatico padovano, al ritmo di una sola lettera all’anno, in occasione delle feste.
E’ un seguace della meditazione, e mi dice che attinge saggezza sia dalla cultura vedica, indiana, che dalla pratica taoista, cinese.
E nella mail dell’anno scorso mi aveva inviato una frase, scritta da un saggio indiano in un volumetto, che non ho ancora comprato ma prima o poi lo farò, che ha rappresentato per me una vera e propria stella polare nei primi mesi di quest’anno, sai quanto difficili siano stati per me.
Proprio nei giorni in cui mi sembrava di navigare a vista, senza riuscire a intravvedere una razionale via d’uscita dalla situazione in cui mi ritrovavo, mi sono aggrappato forte e lasciato sostenere da quella breve frase”.
Davide mi ascolta con pieno interesse, e io cerco di riferirgliene il senso, se non le precise parole, cosa che invece posso fare ora, quanto meno trascrivendo la versione che me ne diede Leonardo in quella mail:

In conclusione ha ragione Deepak Chopra quando, nel suo meraviglioso volumetto “Le sette leggi spirituali del successo”, dice che cio’ che accade a chi si pone in armonia con le leggi della natura (io pratico la meditazione dal 1976) e’ sempre positivo e utile per lo sviluppo spirituale e il benessere materiale.

A questo punto una premessa, del tutto superflua nella conversazione con mio fratello, si rende qui necessaria.
Nè io nè lui abbiamo mai praticato la meditazione, infatti, eppure sentiamo del tutto nostra e condivisibile quella posizione di ‘armonia con le leggi della natura’.
Ciò non deriva da una vaga posizione ideologica o filosofica, ma dal particolare cammino psicologico che in anni ormai molto remoti entrambi intraprendemmo grazie alla conoscenza, che per lui fu anche amicizia e stretto rapporto, con un altro saggio, nostrano, veneto per la precisione, un piccolo grande saggio sconosciuto ai più, che curiosamente di cognome fa proprio Saggin, e di nome Mario.
Conservo ancora un suo manualetto dattiloscritto, intitolato “Io e la realtà”, che vidi nascere: ne ascoltai dei passi appena scritti che lui ci lesse in un incontro per verificarne l’efficacia; e che non credo sia mai stato pubblicato.

Ci vorrebbero molti post, se non la lettura integrale di quel manualetto, per spiegarne il contenuto; ma anzi neanche quello potrebbe servire appieno, perché non è un trattato filosofico o psicologico in senso stretto, ma il racconto di alcune intuizioni, e di un metodo abbastanza semplice da lui sviluppato per riacquistare, ristabilire, un equilibrio interiore e delle innate capacità profonde generalmente sopite o soffocate, così che il racconto del cammino effettuato assume echi di straordinaria veridicità solo a chi a sua volta faccia sue quelle intuizioni e intraprenda quel cammino.

Tuttavia, per non sembrare troppo esoterico, per non mostrare l’altezzosità insopportabile di un iniziato, farò un piccolo sforzo di sintesi per spiegare meglio in poche frasi quelle intuizioni.
Ciascuno di noi, dunque, è dotato di un nucleo di personalità profondo, di un motore innato destinato a fare crescere e germogliare in un modo del tutto specifico, tramite l’interazione con l’ambiente, quell’unico esemplare di creatura che siamo programmati, quasi geneticamente, ad essere.
Questo nucleo si esprime continuamente, ma sottovoce, sovrastato dalla parte cosciente e controllata dell’io, oltre che dalle abitudini automatiche.
Imparare ad ascoltarlo, e a ristabilire un colloquio produttivo fra l’io ‘cosciente’ e questo io ‘profondo’, comporta un certo esercizio, e anche un certo prezzo di dolore, perchè, nel farlo, emergono aspetti della propria personalità, e ricordi, soffocati perché vissuti come pericolosi, ma che sono parte integrante, imprescindibile della nostra personalità e di come si è fin qui sviluppata.
Una volta ristabilita la capacità di ascoltare la parte più profonda del nostro io, avremo a disposizione una guida non certo infallibile, ma estremamente più ricca e capace di quello che non potrebbe fare da sola la nostra coscienza.

Ecco, tornando ai nostri tortellini, che Davide trova buoni ma non abbastanza bollenti, e alla nostra conversazione, questi concetti sono fra noi un patrimonio comune che basta un semplice accenno per rievocare.

“Nella mail che mi ha scritto qualche giorno fa,” soggiungo, “Leonardo cerca di mettere nuova carne al fuoco, come per stimolarmi a compiere nuovi passi sulla via della conoscenza.
Cita alcune frasi non facilissime, ma che mi sembra spostino il piano del discorso, da quello per noi abituale della realizzazione, dello sviluppo personale tramite l’interazione con l’ambiente, a quello dell’intreccio del nostro piano esistenziale con quello della casualità, della rete degli eventi, che dunque non sarebbe neutra, ma in qualche modo plasmabile, in vista di un’armoniosa e corretta realizzazione della nostra esistenza. Per cui, alla fine, nulla può avvenire di negativo per chi riesce a porsi in questo stato di armonia con la realtà”.
“Dunque un approccio metafisico”, sintetizza abilmente mio fratello.
“Credo di sì, comunque, se ti fa piacere, ti trascriverò ed invierò quelle frasi, così magari mi darai una mano a decifrarle”.
“Certo, molto volentieri”.

Ecco, ho pensato oggi di pubblicarle sul blog, qui di seguito, al termine di quanto raccontato fin qui del nostro pranzo natalizio, sperando che possano essere un utile stimolo di riflessione, se non di cammino, non solo a noi due.
Trascrivo dunque le frasi in oggetto da quella mail:

Deepak Chopra: Tutto ciò che esiste intorno a noi e la nostra stessa esistenza è il frutto di una fitta e complessa rete di coincidenze. Ma la verità è che nessuna di queste coincidenze è puro caso. Niente è isolato o indipendente e la sincronicità degli eventi, la loro orchestrazione è il risultato di una consapevolezza non locale. Quando riusciamo a stare attenti al significato reale degli eventi, riusciamo allora a muoverci nei livelli più alti della consapevolezza. Coltivare la sincronicità vuol dire essere cosciente di quanto la nostra intenzione possa contribuire all’attivazione degli archetipi, ossia al SincroDestino. Con archetipi intendo delle concentrazioni di energia fisica che esistono potenzialmente fino a quando non vengono attivati da una situazione esterna o nella vita mentale, conscia o inconscia, di una persona. L’intenzione consapevole può attivare gli archetipi e generare forze a catena che intervengono sugli eventi spazio-temporali, sul nostro corpo, sulle relazioni e le circostanze.

Ti potra’ sembrare stravagante! Chopra non inventa nulla, lui e’ un grandissimo interprete e divulgatore della scienza vedica. Mi assumo la responsabilita’ di affermare che, a conferma questi concetti, ho sperimentato che cio’ che io desidero veramente, si realizza, naturalmente con i tempi che la natura impone. In altre parole posso affermare che, da anni, le mie scelte sono “giuste” e le conseguenze di queste scelte lo dimostrano.

Mentre il cameriere ci porta a raffica i secondi di carne, fettine di vitello al tartufo, morbidissimo guanciale di maiale, cotechino con puré, e fra un bicchiere e l’altro di ottimo Sangiovese, ci guardiamo intorno.
Alle spalle di Davide c’è un nutrito gruppo di uomini e donne e bambini di colore, dall’accento francese, un po’ chiassosi, vestiti all’occidentale con molta eleganza; il solo capotavola ha la pelle bianchissima e parla con un accento indecifrabile.
Accanto a noi, invece, una lunga tavolata di un gruppo familiare allargato, di origine certamente nostrana.
Li osserviamo; nessuna particolare allegria o piacere della condivisione e della festa traspare dal loro atteggiamento.
Ringraziamo il cielo di essere da soli, a parlare indisturbati delle cose che più ci stanno a cuore.
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Immagine tratta da http://www.lospicchiodaglio.it/index.php?sez=ricette&azione=scheda&elemento=224