L’anticonfessione

grata

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Nell’entrare nella basilica, ho ritrovato intatte le antiche sensazioni: l’immediato gradevole senso di fresco dell’aria, e poi la penombra, resa mistica dalla luce fioca delle vetrate colorate e dallo svettare di fiammelle raggruppate di candele accese, il loro antico profumo, e questo silenzio diffuso, scandito da poche risonanze. Il tempo liberato dai consueti ritmi della quotidianità, abbandonata, fuori dalla doppia porta di legno, insieme al traffico della città.
Mi sono diretto nell’abside, scegliendo, fra i diversi confessionali di legno scuro lavorato, l’unico chiaro, del colore delle bare quando muore un bambino, e ora sono inginocchiato ad aspettare, dalla grata perforata di colore turchese, il rumore dell’apertura dello sportello all’interno.
Non ho fatto l’esame di coscienza: questo non è un confessionale come gli altri, è un anticonfessionale, appena introdotto sperimentalmente da papa Francesco.

Un antico, inevitabile, piccolo tuffo al cuore accompagna l’atteso rumore sordo di legno, senza alcuno scricchiolio.
E subito la voce dell’anticonfessore: “Nel nome del creato, della comunità, e della nostra reciproca fede.”
“Amen!”.
“Da quanto tempo non esaminiamo la coscienza?”
“Non lo so, padre e fratello, un po’ lo faccio sempre, ma con la guida di un interlocutore attento forse è la prima volta in vita mia.”
“Bene. Cominciamo, allora, con molta calma.”
“Sì, cercherò di aprire il cuore.”
“Allora, uno sguardo generale. Come procede il cammino?”
“Sono uscito dal buio dell’inverno, e osservo il rinnovato miracolo del verde rigoglioso delle foglie, e delle spighe acerbe di grano che si trasformano. Le fioriture, quest’anno, sono come esplose tutte improvvisamente poche settimana fa, mentre perdura il consolante concerto diurno di cinguettii e gorgheggi.”
“Il rinnovato miracolo, sì. Eppure… c’è un fondo d’inquietudine e d’insoddisfazione da chiarire, direi.”
“Mh. Sì, credo di sì.”
“Come lo vogliamo definire? Quali sono i suoi connotati più veri?”
“Il lavoro, quello interiore voglio dire…”
“Non sembra dare i suoi frutti, figliolo e fratello, eppure continua in modo originale e quotidiano da tanto tempo, vero?”
“Sì, padre e fratello, sembra che sia un’infinita proiezione di brutte sequenze dai tanti film del mio passato.”
“Un lavoro necessario ma in apparenza fine a sè stesso.”
“Sì, e interminabile, mentre ogni giorno l’angustia del tempo a disposizione impone un severo autocontrollo sulle attività da svolgere e i sacrifici da affrontare.”
“Il significato sembra sfuggire, è chiaro. Dunque chiediamoci qual è, questo significato.”

Il silenzio antico della chiesa, il ritmo blando e autorevole dei pochi rumori che vi si frangono come placide onde sulla battigia, e l’oscurità, fanno da teatro alla profonda attività di scavo, di perforazione, che quella richiesta provoca in me, per lunghi attimi senza che io riprenda la parola.

“Il significato… Forse una riappropriazione. Forse, meglio, una taratura degli occhiali.
Forse, meglio ancora, una ginnastica per vivere, per imparare a respirare profondamente le brezze primaverili come mai ne ero stato capace.”
“E ti sembra di vederne qualche frutto?”
“Credo di sì, frutti nuovi, curiosi, interessanti, ma sempre troppo acerbi: sensazioni di benessere, e fuggevoli intuizioni di gioia, con il retrugusto di angoscia per il tempo che fugge, per la caducità della bellezza, e del tempo a disposizione, della vita che se ne va quasi prima ancora di essere vissuta.”

Questa volta è lui a tacere, e ad ascoltare insieme a me l’eco delle mie parole.
Poi, d’improvviso, ribatte: “Il successo. Che cos’è il successo?”
“Già. Mi trovo spesso a sognare, nella fondamentale solitudine della mia vita, l’affermazione, magari nella letteratura, o in politica, o nel giornalismo, e magari di avere un grande seguito sui social network e nel mio blog. E mi chiedo se è solo per vanagloria o per poter incidere davvero su una compagine umana affranta e a rischio d’estinzione. E mi immagino, con il successo, una vita più piena e significativa.”
“Ecco sei arrivato alla parola chiave: ‘significativa’. Non era la stessa da cui siamo partiti? E dunque non sarà che il successo vero sia precedente all’affermazione, e che quest’ultima segua strade non controllabili, e comunque meno importanti della riappropriazione che dicevi, della taratura degli occhiali, della rinnovata capacità di respirare…”
“Sì ma…”
“Ma hai fretta, hai paura, ti senti ancora e sempre inadatto, inadeguato. Come in tutti i ricordi penosi che continuano ad affiorare.”
“Già” affermo, con un senso di profondo dolore, improvviso ma noto.
Poi aggiungo: “L’altra sera, per radio, hanno trasmesso alcune canzoni degli anni settanta: Dalla e De Gregori, De André con la PFM, Ivan Graziani, Antonello Venditti… E’ stato strano: ho avvertito, tramite quelle antiche note musicali, una consonanza molto forte col passato, e di sapore diverso dalla solita angustia dei ricordi che riemergono. E’ come se fossero per una volta riapparsi i lieviti che hanno fatto crescere e sollevare la mia coscienza, i nutrimenti che l’hanno alimentata.”
“E’ un buon segno…” Immagino un sorriso al di là di questa grata color turchese: “Forse i primi segnali di terra dopo la lunga navigazione.”
“Mah. Sarebbe bello. Perché la vita è breve, troppo breve, per spenderla tutta in alto mare.”
“Non sottovalutare la bellezza dell’oceano, il colore intenso delle onde e della distesa infinita di acqua salata sotto il cielo.
Ed ora può bastare. Recitiamo l’atto di speranza.”
“Sì, grazie, padre e fratello.
Mia collettività, mi impegno e mi sforzo con tutto il cuore ad ascoltare e superare le mie piccolezze, perchè con quelle mi sono chiuso alla vita, e molto più perchè ho danneggiato voi, infinitamente bisognosi di essere amati sopra ogni cosa. Propongo, col vostro santo aiuto, di aprirmi sempre più, e di fuggire le distrazioni lontane dalla pienezza. Fratelli, misericordia, aiutatemi.”
“Ed ora io ti assolvo e sollevo, nel nome del creato, della comunità, e della nostra reciproca fede.”
“Amen!”
“Arrivederci, figliolo e fratello.”
“Arrivederci, padre e fratello.”
Lo sportello di legno si chiude con un piccolo tonfo sordo.
Mi rialzo, e ora il silenzio della basilica ha una nota più serena, e anche il rumore del traffico, là fuori, sembra meno stridente e ha addirittura qualcosa di simile a una nuova attrattiva.
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Immagine da http://www.immacolatine.it/roscelli/confessore.html

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Aprile

Bologna 21-4-1945

Aprile.

Quello di sessantotto anni fa, la più straordinaria primavera che si possa immaginare.
Le truppe degli alleati polacchi, il 21 del mese, entrano a Bologna fra una folla esultante fissata per sempre dalle fotografie, con gli abbigliamenti, le capigliature, e quel bianco e nero, che sanno ormai di storia antica.
La rinascita nella gioia, dopo la gravidanza di una dittatura grottesca e le doglie del parto di una guerra atroce, ottenuta grazie al sacrificio dei tanti martiri della Resistenza, ragazzi, ragazze, che per la libertà dovettero offrire la loro vita, sacrificando, prima di ogni altra cosa, la possibilità di sperimentare anche loro quella straordinaria primavera.
E grazie anche, storicamente certo in maggior misura, all’intervento degli eserciti alleati, in massima parte quello americano.

L’avremmo poi pagato, da allora fino ai giorni nostri, quel grande regalo dei nostri amici d’oltreoceano: sarebbero diventati i segreti manovratori dei nostri destini politici, compresa l’epoca delle stragi, che lascerà nel 1980 proprio a Bologna la sua ferita più profonda. La giornalista Stefania Limiti, ieri, ha reso note nel blog di Beppe Grillo le attuali conclusioni del suo lavoro di ricercatrice storica su tali sistematiche ingerenze (vedi qui).
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Sabato 20 Aprile 2013.

Alla vigilia dell’anniversario della liberazione della mia città, una telefonata in tarda mattinata mi tira giù dal letto. Non rispondo, lascio che si inneschi la segreteria.
“Ciao, sono G., ti volevo chiedere se hai voglia di venire a correre. C’è qualche raggio di sole. Fammi sapere!”
Contrariato, me ne torno a letto, se non a riprendere sonno, almeno a organizzare mentalmente le prime mosse di questo mio sabato.
Decido di richiamarlo, non mi va di fare la primadonna che si nega, anche se non ho tempo né voglia di andare fin da lui (assai lontano da qui, nelle colline sopra Zola Predosa); gli spiegherò la verità, che sono andato a correre proprio ieri e oggi non me la sento.
Prima però accendo il computer, per aggiornarmi sull’evoluzione di quella specie di psicodramma che è l’elezione del nuovo capo di Stato.
Dopo le preghiere di Bersani, Monti e Berlusconi, Napolitano ha accettato la ricandidatura‘.
Accetto, da parte mia, la notizia come qualcosa di ineluttabile, senza neanche l’energia mentale necessaria a immaginare quanto ora sia cambiato lo scenario rispetto all’elezione di Romano Prodi, fallita ieri, e ancor di più rispetto a quella di Stefano Rodotà, lasciata costantemente naufragare.

La facondia dell’amico G. è sempre inarrestabile; per una telefonata con lui bisogna mettere in conto ogni volta una buona mezz’ora di tempo. Ma questa volta l’effetto dei suoi ragionamenti mi è del tutto balsamico.
“Guarda che è molto meglio! Che cosa ti puoi aspettare da un’alleanza di governo fra i Cinque Stelle e questo Pidì? Solo di essere invischiati ad affrontare situazioni impossibili, una crisi sempre più drammatica da gestire insieme a ‘sta gentaglia, che farà di tutto per scaricare le responsabilità e affossare il Movimento.
Lascia che se la vedano fra loro, cercheranno di fare fronte con Hollande per ottenere un regime più morbido dall’Europa, mentre i grillini faranno quello che sanno fare meglio, l’opposizione, senza bruciarsi inutilmente.”
“Ho capito” cerco di ribattere, “ma questi dei guai ne fanno, continueranno a farne sempre di più, mentre una personalità del calibro di Stefano Rodotà avrebbe segnato il cambiamento.”
“Rodotà è un grande, mi ricordo che lo leggevo sempre su Panorama, prima che fosse di Berlusconi, quando era ancora una rivista seria. Ma dai retta a me, è meglio così, lascia che siano loro a sporcarsi le mani.”
“Ho capito, ma il xxxxxxxxxx ce lo teniamo per sette anni.”
“Ma no, figurati! Farà come il papa, fra un anno dirà che non se la sente più…”

Quasi mi convince e la mia giornata, iniziata difficilmente, sembra già migliorata.

Più tardi, con qualche residua speranza che l’esercito dei franchi tiratori abbia fatto fuori anche Giorgio Napolitano, accendo il televisore su La 7, esattamente nel momento in cui Laura Boldrini legge l’esito della votazione, seguita dall’applauso fragoroso di tutti i ‘grandi elettori’, ad eccezione di quelli a Cinque Stelle.

Quella benefica telefonata ha neutralizzato in anticipo il sapore della sconfitta; accetto impassibile il verdetto, e continuo a meditare, abbastanza convinto, su quei ragionamenti, che immagino non estranei allo stesso zio Beppe.
E così mi sorprende non poco la sua reazione sanguigna, il tono da chiamata alle armi, in quel suo ormai famoso post, che leggo poco dopo la pubblicazione:
Ci sono momenti decisivi nella storia di una Nazione. Oggi, 20 aprile 2013, è uno di quelli. E’ in atto “un colpo di Stato”
E poi, a seguire, l’appello a recarsi davanti a Montecitorio, dove anche lui conta di giungere entro sera: ‘Rimarrò per tutto il tempo necessario. Dobbiamo essere milioni. Non lasciatemi solo o con quattro gatti. Di più non posso fare. Qui o si fa la democrazia o si muore come Paese.

E poi, su Facebook, l’ondata di rabbia e amarezza degli amici, quelli pensanti.
Mi sorprendo evidentemente condizionabile: la precedente atarassia (o imperturbabilità) mi abbandona gradualmente, sostituita dallo sdegno, quello collettivo.
Di decidere un viaggio immediato a Roma non mi sfiora nemmeno l’idea, ma non resto insensibile all’appello di un consigliere comunale grillino che, sempre su Facebook, invita a recarsi in Piazza Maggiore.
Non ho dubbi: ci andrò. Tarderò di un’oretta il mio turno di servizio, poco male oggi è sabato e ci sarà lavoro fino a tardi.

Nel prepararmi per uscire di casa rispolvero la spilla rotonda, con le Cinque Stelle gialle in campo bianco e la scritta ‘MoVimento’, che comprai a Roma, in Piazza San Giovanni, in quella gloriosa e già lontana serata, e me la applico sul maglione, a più riprese, finchè risulta bella dritta.
La serata, mentre percorro la strada che mi porta verso il centro, è livida, niente a che fare con le precedenti luminose e calde giornate di sole, che hanno prodotto dappertutto un’esplosione di fioriture, che il canto e il cinguettio di mille volatili osannava incessantemente.

Lascio la Cavallona nel posteggio di Via Indipendenza, e mi avvio verso la piazza, col cuore che mi spingerebbe a camminare molto veloce e la testa che frena.
Mi accade di rado di percorrere a piedi la cosiddetta area ‘T’, le tre grandi arterie centrali che nei fine settimana sono dedicate esclusivamente, e molto drasticamente, a pedoni e ciclisti, e al mugugno rabbioso di tutti gli altri. Camminare in mezzo a via Indipendenza, che tante volte solco ogni altra sera con la mia vettura, cercando di sobbalzare il meno possibile sul selciato storpiato dai pachidermici autobus, è piacevole. Non altrettanto l’aria, umida e ventosa, e quel cielo cupo e violaceo; e poi ho fretta, voglia di arrivare, di manifestare, cosa che già sta facendo, per chi vuole osservarla, quella spilla puntata sul mio petto.
Mi giungono all’orecchio delle note musicali. Ecco, penso fra me, stanno richiamando dalla piazza l’attenzione della gente. Ma devo ricredermi, mentre mi avvicino di buon passo a quel cantante che, con un’amplificazione da concerto, nel tratto della strada più vicino alla piazza sta esibendosi alla chitarra, con discrete doti, in una esecuzione molto urlata di ‘We are the world’.
Superato il folk-singer e giunto finalmente a destinazione, vedo solo un capannello di persone, un cerchio piuttosto largo, saranno una cinquantina,

sgabellino

e una figura nota che, con la sua stentorea voce dall’accento toscano, tiene banco, sopra il suo ormai famoso ‘sgabellino’, per dibattere animatamente coi presenti, come fa con appuntamenti fissi un paio di volte alla settimana, in un progetto di agorà, di incontro di persone e di idee, che continua ormai da vent’anni con alterne fortune.
Sta incitando alla ribellione non violenta, e riesce anche a strapparmi uno sparuto applauso, mentre qualche deficiente grida frasi sconnesse di significato contrario.
Ma non è quello che stavo cercando.
Mi guardo intorno alla vana ricerca di facce o segni del Movimento, o comunque di protesta organizzata; mi viene la tentazione di andare a controllare davanti alla prefettura, nella vicina Piazza Roosevelt, poi mi do per vinto e faccio dietro front.

La città sta celebrando il rito della passeggiata del sabato sera, una città estranea, sorda, confusa, e livida e fredda e umida come questo cielo; lontana da quel sussulto di urgente consapevolezza che vorrei.
Torno a passare davanti al cantante, e questa volta il suo accento americano mi dà un immenso fastidio. Mi sento abbandonato a me stesso, e vittima dell’oppressione di una cultura a senso unico, la stessa che ci ha portato fino a questi recenti e nauseabondi sviluppi politici.

Raggiungo la Cavallona mentre ci sono già un paio di persone in attesa che mi chiedono se sono libero, e che cosa ci fanno tre taxi fermi e vuoti in fondo a un’area di posteggio.
Pure noi ogni tanto ci fermiamo, spiego loro, ogni tanto andiamo a mangiare.
E poi affogo la delusione nel lavoro; anche la radio, di sabato, mi nega la consueta razione di trasmissioni giornalistiche e di relative voci del pubblico, che a volte mi confortano e più spesso m’infastidiscono. Forse stasera è meglio così.
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Lunedì 22 aprile 2013.

Ero curioso di conoscere gli esiti delle elezioni del Friuli-Venezia Giulia, galvanizzato dall’auspicio di zio Beppe di conquistare per la prima volta una regione.
E i primi risutati mi avviliscono: danno il Movimento di gran lunga staccato dalle altre due coalizioni, con Debora Serracchiani in testa e che sta perdendo gradualmente il suo vantaggio sul centro-destra, in un film già visto almeno un paio di volte. Le sezioni scrutinate aumentano e la situazione non cambia.
Clicco su uno dei siti che trasmettono il discorso di Giorgio Napolitano dopo il giuramento.
La nausea, il disappunto, il disgusto, sono come una marea crescente dentro me, mentre osservo quest’uomo calvo e anziano assumere, dopo un’intera vita di xxxxxxxxxxx con i poteri più xxxxxx e xxxxxxxxxxxxx, campione nell’arte di fare il xxxxx con i xxxxxx e il xxxxxx con i xxxxx, i toni dello statista sdegnato, che osa rampognare il Parlamento prostrato intorno a lui, e pronto a tributargli ovazioni, che hanno tanto il sapore della rivincita di chi ha visto minacciati per un attimo gli antichi privilegi e ora si sente di nuovo al sicuro. L’anziano xxxxxxxxx statista si commuove a più riprese, in uno spettacolo di buoni sentimenti che neanche Maria De Filippi, e relative standing ovation.

Alla fine, confortato ma non abbastanza dalla dignità del silenzio dei ‘miei’ rappresentanti in Parlamento, oggetto peraltro di scherno da parte della casta che si autocelebra per l’ennesima volta, mi sento avvilito e sconfitto.
E mi tornano in mente i versi di una vecchia canzone di Francesco De Gregori:

Io da qui vedo il cielo inchiodato alla terra,
e la terra attraversata da gente di malaffare,
e vedo i ladri vantarsi e gli innocenti tremare.

Io da qui vedo uomini caduti per terra
e nessuno fermarsi a guardare.
E gli innocenti contendersi e gli assassini ballare
e gli innocenti corrompersi e gli assassini brindare.

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Martedì 23 aprile 2013.

Oggi Facebook mi ha fatto due regali, che mi hanno rincuorato e ridato speranza.
Il primo è un articolo di Marco Travaglio che denuncia, sia pur omettendo molti altri particolari eloquenti, la carriera incline ai xxxxxxxx xxxxxxxxxxx dell’anziano neo-rieletto. (Vedi qui).
Il secondo è una riflessione sui risultati elettorali del Friuli-Venezia Giulia, unita a un recentissimo sondaggio che vede il Movimento 5 stelle in ascesa e primo partito della nazione (vedi qui) .

Fra due giorni sarà la festa d’aprile, quella della Resistenza, il ricordo e il rinnovo dello spirito di quei favolosi giorni di sessantotto anni fa.
E le nubi livide, sul cielo della mia città e del mio morale, ora sono state scacciate via dal vento di una nuova primavera che, comunque, avanza.
Ancora e sempre.
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Immagini da: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/25-aprile-a-milano/604/default.aspx
e da: http://www.youtube.com/watch?v=0pt5_e7aVVM

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Sogni di gloria (ma anche no)

sogni

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Fra poche ore ci sarà la prima votazione per il nuovo Presidente della Repubblica.
Probabilmente mai come questa volta le relative consultazioni alla vigilia sono state tanto convulse; agli occhi della popolazione consapevole e informata, il prossimo evento si configura come un drammatico bivio fra la possibilità di un profondo rinnovamento, fonte di nuova preziosa speranza, e una conferma del malaffare che da molti anni ha minato l’etica, la cultura, la solidità e la serenità del Paese, oltre ad averne fiaccato l’economia e la capacità progettuale.
Ancora una volta, in questi ultimissimi tempi, il dipanarsi degli eventi politici ha lo stesso pathos di quelli sportivi più importanti e universalmente seguiti.
Da parte mia cerco di pensare positivo, che è sempre un buon esercizio, ma nei momenti critici ancora di più, e prefiguro l’atmosfera primaverile che, di pari passo con la tanto attesa esplosione di fioriture avvenuta in questi giorni, insieme con l’arrivo dei primi rondoni (pochi ma resistenti), produrrebbe l’elezione di quel giovane spirito dell’ottantenne Stefano Rodotà. Ma mi preparo anche ad immaginare, in caso contrario, gli scenari positivi che, per istintiva e diffusa reazione, si svilupperebbero in tempi brevi anche alla cosiddetta e malaugurata ricerca delle più ampie alleanze, che significa accontentare per l’ennesima volta (e ahinoi con effetto settennale) il Mostro di Arcore.

In una giornata come questa non potevo esimermi dal trattare questo tema in prima battuta, sia pure in poche frasi; diverso, tuttavia, è l’argomento di questo post, che nella mia mente è pronto da diversi giorni ma non ha avuto tempo a disposizione per tradursi in uno scritto.
Si tratta di un mio piccolo segreto, di cui sono a conoscenza pochissime persone a me vicine, e che ora voglio confidare pubblicamente.

Da diversi anni mi sono abituato a ricevere, qui sul blog, i complimenti di numerosi commentatori più o meno abituali e affezionati, ogni qual volta pubblico i miei racconti (in gran parte piccole vicende autobiografiche di lavoro, in occasioni più rare storie fantastiche apparentemente autobiografiche); qualche volta ricevetti anche lo sprone a cercare di pubblicarli in un libro.

L’idea si fece strada pian piano dentro di me. Pubblicare una raccolta di racconti, cominciai a immaginare, significherebbe moltiplicare, per un fattore comunque importante, le possibilità di contatto personale e di incontro offerte dal blog, e dunque, in simbiosi con il blog stesso, anche il volume della mia voce, cioè la capacità d’intervento nel mondo.
E così, ormai un anno e mezzo fa, nell’autunno del 2011, mi misi all’opera, e cominciai, un po’ alla volta, a rileggere e selezionare tutto il materiale narrativo disseminato nel corso dei già molti anni di vita del mio diario telematico.
Fu un lavoro lungo, svolto con pazienza da amanuense, gradualmente, nelle notti al ritorno dal lavoro, senza smettere di alimentare il blog con la frequenza abituale, che era allora superiore a quella attuale.
Il lavoro si articolò in varie attività: la selezione dei racconti, la trascrizione su un unico documento in formato Word, la revisione e il ritocco ortografico e grammaticale (relativamente, in particolare e dopo una difficile ricerca sulla soluzione più corretta, all’uso della punteggiatura nei discorsi diretti), l’eliminazione dei riferimenti espliciti a persone esistenti, ma anche la revisione stilistica, con eliminazione e rifacimento di alcune frasi o intere parti.

Parallelamente cominciai a documentarmi sul mondo a me del tutto ignoto delle case editrici.
Da un paio di persone più esperte, così come dall’opinione prevalente espressa nei tanti forum letterari esistenti in Rete, ricevetti il consiglio di evitare di rivolgermi ad editori che chiedessero all’autore un compenso economico per la pubblicazione. Per una semplice ma convincente ragione: un editore che chieda soldi all’autore avrà vita abbastanza facile per garantirsi una fonte sufficiente di redditività, data la quantità enorme di esordienti in cerca, come me, del loro momento di gloria, senza bisogno di darsi da fare per la distribuzione capillare e la promozione delle opere stampate.

Trovai sul web una lunga lista (questa) di case editrici estranee a questo approccio, cioé disposte a esaminare manoscritti per una pubblicazione senza contributi. Riversai quella lista in un mio documento in formato Excel, che cominciai ad arricchire con le mie impressioni sulle singole case editrici, di cui, una per una, andavo visitando il sito internet.
Per quanto riguarda la loro disponibilità, il messaggio quasi standard era questo: “riceviamo quotidianamente moltissimi manoscritti; non ci impegniamo a comunicare l’esito del nostro esame; passato un periodo di sei mesi senza un contatto da parte nostra l’esito risulterà implicitamente negativo; non restituiamo il materiale ricevuto.
La maggior parte delle case editrici, scoprii inoltre, richiede o preferisce l’invio in forma cartacea, ma sono diverse anche quelle che si accontentano dell’invio telematico di un documento Word.

Il lunghissimo lavoro di messa a punto della mia ‘opera prima’ procedette con coinvolgimento crescente: inizialmente a rilento, con fatica, poi, man mano che la raccolta prendeva corpo, con sempre maggiore convinzione e dedizione.
Alla fine ne risultò un testo di una certa lunghezza, diviso in tre parti: la prima relativa ai racconti a bordo della mia precedente vettura, soprannominata la Cometa, la seconda con la Cavallona come comprimaria, e la terza, più breve, di soli racconti fantastici. Il totale di pagine del documento, con carattere ‘Times New Roman 12′ e interlinea semplice, superava abbondantemente le trecento pagine Word, e non certo a causa di quel margine destro, abbastanza ampio per le annotazioni, che mi era stato consigliato.
Era nato, faticosamente, anche il titolo del libro: ‘Posto di guida – Voci, luci, storie di un taxi notturno‘.
L’amica Milvia, esperta nel campo, si prestò con entusiasmo e generosità alla revisione del testo, che effettuò in tempi strabilianti, indicandomi alcuni errori e alcune sue segnalazioni e consigli di vario genere, fra cui quello di alleggerire e sfrondare l’opera, togliendo alcuni racconti a mia scelta. Recepii diversi dei suoi consigli, e solo in piccola parte anche quest’ultimo, così da portare il manoscritto, nella sua versione definitiva, alla dimensione di poco meno di trecento pagine Word.

Era maggio dell’anno scorso, quasi un anno fa, quando andai in copisteria a ordinare la stampa e la raccolta in un volume, con un foglio plasticato trasparente come copertina e uno di cartoncino in fondo, e la spiraletta di plastica a tenere unito il tutto. L’impressione visiva del neonato fu alquanto piacevole ed emozionante.
Senza perdere tempo acquistai una busta rinforzata abbastanza capiente, vi introdussi il volume e la lettera di presentazione, e andai in posta a spedirla alla casa editrice che avevo selezionato per il mio primo tentativo.
Si trattava di ‘Hacca’, che avevo scelto, fra le tante, sia per l’impressione positiva del gruppo di giovani donne marchigiane che ne costituiscono il motore redazionale, sia per la loro opzione ecologica di utilizzare solo carta certificata ‘amica delle foreste’.
I giorni seguenti ero così coinvolto che cercavo di immaginare il viaggio, il recapito e la presa in carico del plico da parte delle mie prime interlocutrici.

Poco più di un mese dopo ricevetti la risposta che, sia pure non dovuta, si premurarono di inviarmi. “Pur avendo apprezzato la sua capacità nel raccontare e descrivere incontri sempre diversi, siamo costretti a rifiutare il suo lavoro perché, tranne casi sporadici, non pubblichiamo raccolte di racconti.
Pazienza, lo sapevo ma avevo sperato di rientrare in quei ‘casi sporadici’.

Intanto non ero stato con le mani in mano: avevo spedito una copia elettronica del volume (certo un po’ ambiziosamente) a ‘Marcos y Marcos’.

In luglio, poi, tornai in copisteria, e mi feci stampare altri due volumi simili al primo, che non mi era stato rispedito dalle pur corrette e gentili giovani marchigiane.
E tornai all’attacco: invio in formato cartaceo alle case editrici ‘Fernandel’ e ‘Gingko’, e in formato elettronico a ‘Chinasky’, ‘Diamond’, ‘Edizioni della sera’.
Ricevetti una sola risposta quasi immediata, da parte di ‘Gingko’, che diceva, fra l’altro: “Nel caso di esito positivo, riceverà una comunicazione a mezzo email, o una telefonata da parte dell’Editore. Le verrà proposto un accordo di edizione. Nel caso di esito negativo, riceverà comunque una comunicazione a mezzo email, o mediante posta.
In agosto, infine, spedii il volume in formato elettronico a ‘Terre di mezzo’.

Da allora, nessuno degli editori contattati si è più fatto vivo, tranne Gingko, ma solo per chiedere ancora tempo a seguito di un mio sollecito, abbondantemente dopo i quattro-cinque mesi dichiarati nel sito.

E da allora, in seguito all’insuccesso di tutti quei tentativi, si era modificato anche il mio atteggiamento nei confronti dell’opera, a cui pure avevo dedicato tanta cura.
Avevo cominciato ad avvertirla sempre più lontana dal mio mondo espressivo, come un frutto acerbo rispetto a possibilità ancora in parte latenti, e che forse un giorno, vicino o lontano, sarei stato in grado di tramutare in opere davvero valide.
Non avevo più nessuna voglia di fare nuovi tentativi, considerando sufficienti quelli effettuati: se davvero ci fosse un interesse editoriale, avevo ragionevolmente concluso, almeno una casa editrice mi avrebbe risposto.
Intanto, anche l’ultima porta ancora aperta si era dimostrata fallace, quando, in seguito a una mia ricerca più accurata, avevo letto le esperienze di diversi autori che, a dispetto di quanto dichiarato in quella famosa lista, si erano visti richiedere un forte contributo in denaro dalla casa editrice Gingko.

Sono passati così altri mesi, finchè, sul ‘Fatto quotidiano on line’ mi è capitato di leggere un articolo molto interessante a firma Enzo Di Frenna (vedi qui), che fra l’altro, in maniera per me rincuorante, scrive:
Quindi, se volete stampare un libro da soli, lasciate perdere le piccole e medie case editrici. Nella maggior parte dei casi rischiate l’inganno e vi fregano” e poi tratta a lungo il mondo dei siti di ‘autopubblicazione’, quelli cioè che permettono di pubblicare sia ebook che libri tradizionali senza passare attraverso la selezione e l’editing di una casa editrice, e, soprattutto, producendo solo copie ‘on demand’, cioè in base alle effettive richieste, senza produrre scorte …e scarti.

Come un seme piantato nel profondo, l’idea di sfruttare questo canale ci ha messo un po’ di tempo a germogliare, ma la cosa ora, proprio insieme alle inebrianti spettacolari fioriture primaverili di questi giorni, è avvenuta finalmente con decisione.
E ho ritrovato gradualmente anche un po’ dell’antico coinvolgimento, e di nuovo interesse, nei confronti della mia raccolta, che mi sembra nuovamente meritevole di diffusione.

Mi sono dunque rimesso in azione, seguendo i consigli contenuti in quell’articolo, e andando puntualmente a sbattere contro nuove difficoltà.
Il sito Narcissus.me promette un preventivo per la realizzazione di un documento in formato ‘pdf’ a partire da un testo Word, che è il primo passo da fare in un percorso per l’autopubblicazione. Alla mia richiesta di tale preventivo, mi è arrivata l’indicazione di inoltrarla a un altro indirizzo più specifico (non potevano farlo loro? mah!), cosa che ho fatto immediatamente senza poi ricevere alcuna risposta.
Poco male, credo di essere in grado di fare da solo questa operazione tecnica: è solo questione di trovare un po’ di tempo libero. L’importante è aver ritrovato la convinzione.

Naturalmente vi aggiornerò sugli sviluppi di questa ormai lunga avventura.
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Immagine da: http://www.fantacalciopvo.com/2012_03_23_archive.html

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Calma odissea

soverini.
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Occorre quasi un’ora e mezza, in parte a piedi in parte con due autobus, nel tragitto fra casa e l’officina principale della Volkswagen, a cui il mio valido meccanico Marino mi dirotta per i problemi di alimentazione a gas metano. Nei percorsi inversi, notturni, dopo aver lasciato la Cavallona davanti all’officina, il tratto finale a piedi è ancora più lungo, perchè mi tocca scendere dal diciannove nel centro di San Lazzaro, e da lì cominciare un itinerario via via più isolato e buio verso la campagna.
Proprio come in settembre, marzo mi ha visto dedicare un periodo di diverse giornate alla migrazione quotidiana, a volte in un solo senso di marcia, a volte in entrambi, a inizio e fine del turno di lavoro, e questo grazie al fatto che per fortuna il malfunzionamento non mi ha impedito di lavorare.
Una spedizione se ne va per la diagnosi, un’altra per l’intervento, poi si scopre che l’intervento non ha avuto successo, e si ricomincia da capo. E’ la norma, alla faccia della qualità su cui punta tanto il marchio tedesco.

Una notte di questa lunga sequela di giornate piovigginava e faceva freddo; c’era poco lavoro.
Avvertivo come una grande conquista la calma, con cui stavo affrontando il nuovo calvario come non fosse un’emergenza, e, in virtù di quella calma, avevo già raggiunto l’officina, presso una grande rotonda all’inizio di un’estesissima zona artigianale, con largo anticipo sull’orario dell’ultimo autobus, lasciando il terminale radio acceso per eventuali chiamate in zona. E poco prima di chiudere la vettura e avviarmi alla fermata non lontana, la chiamata era arrivata, una chiamata buona, una di quelle dei ferrovieri che dal deposito San Donato vanno in stazione. Bene, si arrotonda sensibilmente un incasso magro.
Andata e ritorno, facendo galoppare la Cavalla nei rettilinei e poi fra un semaforo e l’altro; e dopo tre quarti d’ora sono nuovamente lì.
Mi avvicino con la vettura alla fermata dell’autobus per verificare che l’orario dell’ultima corsa, mezzanotte e undici, sia corretto. Poi, anche in base all’esperienza di qualche notte prima, sfrutto il servizio satellitare via sms per conoscere l’effettivo orario previsto. Risposta quasi immediata: ‘ore zero e ventidue’.
Posso raggiungere senza fretta l’officina e aspettare l’orario, riparato dentro la fedele vetturona, con la compagnia dei colloqui notturni fra i due vivaci conduttori di Radio Deejay e gli ascoltatori che raccontano al telefono le loro strane storie. La loro voce copre l’ululato sinistro che proviene lassù, da quegli stendardi rigidi della Volkswagen battuti dal vento freddo e umido.
A mezzanotte e undici lo vedo, beffardo, impaziente, veloce: l’autobus quattordici passa puntualissimo dalla fermata e sfreccia via.
A questo punto non mi resta che chiedere aiuto a un collega. In questi casi, quasi senza pensarci, il primo che mi viene in mente è sempre A. ed è strano, a ben pensarci: lontano da me per età (molto più giovane), interessi (molto, molto materiali), livello di cultura, di consapevolezza sociale, di attenzione alla salute (molto, molto bassi), stazza fisica (pancia e tutto il corpo debordante spaventosamente di grasso), e via dicendo. Ma il senso dell’amicizia, evidentemente, travalica tutti quei parametri e travalica, anche, l’ormai lontana esperienza di alcune cene con lui segnate da un lascito di forte disagio, per la mancanza di argomenti interessanti e soprattutto per l’aggressività di tante sue espressioni.

“Dimmi zio!”
“Ciao, mi passi a prendere, come quell’altra volta? Sono sempre da Soverini in via Larga.”
“Sei fortunato, sono in via Mazzini.”
“Okay, vieni subito? Questa volta però voglio pagarti, ti do venti euro.”
“Cinquanta euro!” ribatte scherzando, “arrivo, zio!”

Estraggo il borsello blu dal ripiano nascosto, chiudo la Cavalla e mi metto ad aspettare sotto la pioggia che tende a smorzarsi, nella notte troppo fredda per essere di fine marzo.
E dopo pochi minuti vedo i fari della Opel di A. avvicinarsi e poi puntare contro di me; sollevo l’ombrello in segno di riconoscimento e di saluto.
L’interno della sua vettura è sempre molto pulito. Non mi chiede niente del guasto, io invece gli racconto di come ho perso l’ultimo autobus.
Stenta a capire come sia possibile sobbarcarsi tragitti simili senza chiedere aiuto, lui che evita sempre di fare anche solo pochi metri a piedi.
“E poi dove ti lascia l’autobus?”
Mento: “Alla stazione di San Lazzaro, poi ho un quarto d’ora di passeggiata.”
“Te sei fuori, una passeggiata, ma chi te lo fa fare?”
“E’ che mi piace essere autonomo e non dipendere da nessuno”.

Passiamo sotto il nuovo imponente e incombente grattacielo.
“Hai visto quella nuova scritta luminosa Unipol? Ormai sono loro i padroni della città.”
“Ma come avranno fatto” fa lui, “a fissare quelle lettere quasi in cima al grattacielo?”
“Avranno preso degli alpinisti, un po’ come quelli che puliscono le finestre dei grattacieli in America.”
“Mi viene il voltastomaco solo a pensarci. Ho visto una foto con una squadra di persone che mangiano un panino sospesi a duecento metri d’altezza.”
“Sì sì, l’ho vista anch’io.”
“Non so come facciano, a me vengono le vertigini anche dal primo piano…”

“Prendi questa stradina qua, si fa prima.”
“Va bene. Ah sì, passiamo davanti alla casa del mio amico che abita qui dalle tue parti, ecco dev’essere quella gialla. Non lo vedo più, ho litigato anche con lui, com’è che litigo con tutti?”
“Hai un carattere di merda, solo lo zio è capace di sopportarti…”
Senza bisogno che gliela indichi, entra nell’area di parcheggio illuminata comune al mio edificio e ad altri tre.
“Ecco ti do venti euro.”
“No, massimo dieci! Dammene due da cinque se le hai.”
“Va bene, eccole.”
“E’ tutta sciupata, non ne hai una più sana?”
“Okay, tieni questa. Ti saluto, grazie carissimo, lavori ancora molto?”
“Se ci riesco faccio una gita o due poi vado a casa, stasera non c’è un cazzo.”
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Di traversata in traversata viene il venerdì prima di Pasqua, e poco prima della chiusura alle sei e mezza di sera ho raggiunto ancora una volta l’officina.
La mia intelocutrice abituale, S., di cui scrissi già lo scorso settembre, è una giovane alta, un po’ larga di fianchi, un bel viso semplice; è molto laboriosa, è molto dolce e fa piacere avere a che fare con lei. Lo scorso 8 marzo, dopo una delle ormai numerose visite forzate, nel salutarla, le avevo chiesto se si accingesse a uscire con le amiche per la giornata delle donne, e mi aveva risposto che aveva troppo da fare con la bambina, mettendo così a tacere definitivamente la voce che mi imponeva di tentare con lei una qualche intesa. “Una giornata fra donne a casa, allora” le avevo risposto, e ci eravamo salutati con un sorriso.
Ora è al telefono, come al solito. L’altro giorno, quando avevo riportato qui la vettura spiegando che il problema si era tornato a verificare, poi, imponendomi la massima calma e determinazione, avevo estratto la fattura precedente e le avevo detto: “Questa è la fattura dello scorso intervento; mi aspetto che l’importo mi sia rimborsato” per la prima volta l’avevo vista irrigidirsi vistosamente.
“Bisogna fare una nuova diagnosi per capire cos’è successo” aveva ribattuto, poi era andata a verificare quanto tempo avevo lasciato passare dalla consegna precedente.
E’ ancora al telefono, ora, quando mi guarda e mi bisbiglia: “Ho fatto un guaio…”
Attendiamoci il peggio, cerco di preparare lo spirito a nuove brutte vicende, anziché alla guarigione definitiva della Cavalla.
“Ho fatto un guaio” mi dice nuovamente teminata la telefonata: “Stamattina mi sono dimenticata di portare la sua macchina dentro l’officina, poi con la Pasqua abbiamo avuto un sacco di lavoro e mi è venuta in mente solo nel pomeriggio, e non hanno fatto in tempo a guardarci.”
“Pazienza. Lo sai che ci metto un’ora e mezza ogni volta per venire qui, dalla Borgatella di San Lazzaro…”
“Mi dispiace davvero, ma se vuole domattina siamo aperti.”
“Ah va bene, allora la lascio qui davanti anche stanotte. Ma a che ora chiudete, poi?”
“Alle dodici e mezza.”
“Ahia, non ce la faccio.”
“Possiamo fare così, gliela lascio fuori, così la ritira quando vuole nel pomeriggio, e poi le mando un sms per dirle qualcosa.”
“Va bene. Nel caso, poi, se c’è ancora bisogno lunedì sera la torno a lasciare qui davanti.”
Accordo raggiunto. Mi saluta con un sorriso che non le avevo mai visto prima, che associo senza alcun dubbio alla volta precedente, ad aver saputo fare, con calma, la voce grossa per quella fattura.

Con calma, e con i primi dubbi sulla sincerità di S. nell’essersi presa la colpa, esco dall’ufficio accettazione e vedo là fuori la Cavalla malata, rimasta tutto il giorno ad aspettarmi, sotto un cielo molto nuvoloso, e che mi accompagnerà per le strade di una nuova serata di lavoro.
Serata che terminerà ancora una volta, poco dopo mezzanotte, sempre qui davanti, presso una grande rotonda all’inizio di un’estesissima zona artigianale.
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Immagine da: http://www.soverini-auto.it/

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Quasi in presa diretta

Carosio

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Mi pesa vedere i giorni passare senza la voglia di pubblicare un nuovo scritto, e senza neanche sentirne maturare interiormente i temi conduttori, che è la premessa necessaria a ottenere un soddisfacente livello di intensità, e dunque di interesse.
Mi pesa, sì, come il venir meno a un dialogo, fatto di fiducia reciproca, con il gruppo di amici che mi leggono più o meno regolarmente, e con quelli che regolarmente contribuiscono al dibattito tramite i commenti.
E così, in questa domenica sera di libertà dal lavoro, e di ritrovata quiete domestica dopo un giorno in compagnia di vecchi amici che mi sono venuti a trovare, qui nel silenzio di questa stanza, rotto solo dal ronzio della ventola del computer, cerco di convogliare in un insieme ordinato di frasi i miei pensieri, quasi in presa diretta, comunque allo stato di maturazione espressiva in cui si trovano.

Vi assicuro non cerco alibi, e nemmeno scuse non richieste, sarebbe davvero stupido, e se dunque comincio a parlare delle difficoltà di questo mese di marzo che, a sorpresa, me ne ha regalate in serie, lo faccio solo per il conforto di tornare sui toni del diario.
Dopo un inverno pesante per il sovraccarico di lavoro, la sospirata primavera non è arrivata; al suo posto un’interminabile sequela di piogge, instabilità, giornate fredde, che le previsioni annunciano protrarsi ancora per settimane; anzi, peggio, prima vaticinano a medio termine (un paio di settimane) un campo di alta pressione stabile, che alimenta i sogni più straordinari, poi, come la ministra Fornero con le pensioni, spostano sempre più avanti tale previsione. Il morale non ne gode.
E l’inattaccabile salute, campo che rappresenta una recente conquista da sbandierare con orgoglio, conosce degli inattesi cedimenti: dapprima una forma influenzale con mal di gola e tosse che dura quasi una settimana, poi, pochi giorni fa, una bruttissima colica, certamente aiutata da alcune mie corbellerie (leggi: ceci bolliti mal conservati).
E intanto, in maniera simmetrica con quanto avvenne all’altro capo di questo lungo periodo, cioè lo scorso settembre, i cedimenti di salute della mia compagna di lavoro, la Cavallona, e gli interventi a ripetizione, non risolutivi, dell’unica officina Volkswagen della città abilitata ai motori a metano. Di punto in bianco, senza preavviso, vedo la lancetta della benzina calare e quella del gas restare ferma, e poi, a coronamento di tutto ciò, accendersi una spia gialla già ben nota dall’epoca di quegli altri acciacchi all’alimentazione.
E riprende l’odissea della transumanza, sia in orari pomeridiani come nel pieno della notte, fra casa e officina, lunghi spostamenti in autobus e a piedi, e ore di tempo libero, e soldi, immolati al nulla.
Dopo l’ultima ricomparsa degli stessi sintomi ho deciso che darò battaglia, e scriverò una lettera di reclamo, raccontando anche gli arretrati di settembre, compreso quando chiesi di parlare col capo-officina e dopo venti minuti l’impiegata mi disse che avevano sistemato la vettura, e non mi fu concesso l’onore di conoscere l’autorità in questione.

In notevole controtendenza, su questo ripetersi di una piccola privata stupida infelice odissea, l’improvviso e stabile incremento dell’attività lavorativa, straordinario rispetto alla bonaccia da crisi di gennaio e febbraio. Una corsa dietro l’altra, e incassi giornalieri eccezionali a parità di impegno, tempo ed energie. Certo, è il mese di importanti fiere, ma l’impressione di sognare stenta a lasciarmi.

Ricevere degli amici, anche se qui in casa si passerà con loro poco tempo, significa affrontare quel genere di pulizie che, in mancanza per scelta di una collaboratrice domestica, tende a rimandare sempre un single che, seppure abbastanza ordinato, deve rendere conto solo a sè stesso.
Togliere quelle piccole ragnatele che si diffondono lassù in tutti gli angoli; togliere la polvere che si intrufola su mobili, sedie e porte come una nemica instancabile; liquido anticalcare, paglietta metallica e olio di gomito per ridonare al water un aspetto luminoso e igienico, lo stesso dicasi per il lavello della cucina; lustrare la grande specchiera del bagno senza lasciare aloni; passata generale di aspirapolvere, e poi di straccio bagnato con qualche goccia di detergente dove non c’è il parquet.
In fondo, alla fine, è proprio un bene che qualcuno venga a trovarmi, ma la vigilia, soprattutto dopo un giorno sdraiato in stile Marco Pannella, cioè senza mangiare e senza bere, si presenta come un ostacolo piuttosto impegnativo.

E poi, sullo sfondo e non solo, l’evolversi della situazione politica, che continuo a seguire come preso da qualcosa che sta fra una lunga insolita passione e una lunga insolita febbre.
Il martellare quotidiano, sulla sfera della conoscenza e della coscienza critica, di piccoli eventi e decine di opinioni molto varie al proposito, di cui non mi stanco di alimentarmi, fin quasi a farmi male.
Come chi, dopo lungo fidanzamento, ha sposato una causa, e ora freme per i destini della sua consorte, che vede quanto meno sospesi, in bilico, su una lama di rasoio ogni giorno più sottile e pericolosa.
E cerca, e crede di capirli, quei destini, quelle linee di condotta, e nello stesso tempo non può soffocare la voce interiore che desidererebbe esiti differenti, e ancora di più quella di critica nei confronti delle esasperazioni propagandistiche, e di tifo da stadio, che tende troppo spesso ad assumere, da qualsiasi parte, il dibattito accesosi dopo la storica tornata elettorale.
E sarebbe da tifoso, a mia volta, non ammetterlo: il desiderio che il Movimento Cinque Stelle sfruttasse la sua enorme rendita di posizione per costringere Pierluigi Bersani a fare poche ma ben chiare cose per il bene della nazione, anzichè restare fuori dalla mischia fino ad assecondare i peggio inciuci, oppure un nuovo clima elettorale di cui mi nausea solo l’idea, è un dato che non posso nascondere.
Poi rifletto, e questo silenzio e questo ronzio della ventola del computer mi aiutano a farlo. Non ho sposato proprio nessuno, e non devo assecondare eccessi di senso di responsabilità: anche ammettendo che i tifosi della squadra avversaria non vedessero l’ora di dimostrarmi la fragilità delle mie posizioni precedenti, e di dirmi visto che era tutto sbagliato, mi posso e mi devo chiamar fuori da questo stupido gioco al massacro, e, senza rinnegare proprio niente, riprendere a osservare l’evolversi della realtà, e il formarsi delle mie come delle altrui opinioni, solo come un gioco appassionante, che, nel bene e nel male, ha solo qualche ricaduta (non esattamente marginale…) sulla vita del nostro Paese.
Non solo, ma non devo neanche permettere a niente e nessuno di soffocare la virtù della speranza, che ha qualcosa di fortemente legato all’interpretazione razionale dei fatti, eppure nello stesso tempo qualcosa di aereo, intangibile, irrazionalmente creativo, e a maggior ragione prezioso.

Siamo uno strano impasto di coscienza e sogno, e guai a chi calpesterà una sola delle due parti.
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Immagine da: http://www.inabruzzo.com/?p=144291

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Accendere i fari e mantenere le distanze

Fari

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Un paio di mattine di sole interrompono una sequenza di giornate piovose che sembra non finire mai, impressione che trova demoralizzanti conferme nelle previsioni del tempo per tutto questo penitenziale mese di marzo. E’ come una sola occhiata, che ha il sapore dello spasimo di desiderio, alla stagione che evolve senza concedersi; è come una breve interruzione in una lunghissima e opprimente galleria autostradale.

E la situazione politica non è da meno. Terminavo il mio articolo scritto poco prima del voto, prefigurando la gioia di Piazza San Giovanni, di un popolo unanime e festoso, e poi l’emozione palpitante dei risultati elettorali per chi, come me, aveva vissuto con crescente entusiasmo l’affermarsi di una nuova straordinaria speranza. E prefiguravo anche il clima di guerra che un atto rivoluzionario, benché operato con il democratico strumento del voto, avrebbe portato.
Non mi sbagliavo: nulla è più come prima, il banco è stato sbaragliato, molte posizioni di comodo e connivenza smascherate, la stabilità subdolamente devastante delle ultime stagioni politiche sostituita da un’incertezza inquieta e lacerante, foriera di divisione, scontro e paura.

Nel mio scritto dopo il voto (cioè l’ultimo prima di questo), raccontavo poi le mie altalenanti emozioni all’inizio di quello stesso tunnel di incertezza che stiamo giorno dopo giorno percorrendo; e, fra i motivi di conforto, citavo un filmato relativo ad alcuni neo-eletti a Cinque Stelle, conforto poi amplificato dall’ormai famosa sequenza di autopresentazione di tutti loro, a cui alludevo nei commenti allo stesso post.
Senza dubbio, la coscienza dell’ingresso in Parlamento, tramite i centosessantatré eletti, di una nuova cultura, attenta alle problematiche dell’ambiente, dei beni comuni, della legalità, della decrescita, è un dato certo che continua ad alimentare una fortissima speranza, ma intanto, proprio dallo stesso fronte, sono giunti segnali tutt’altro che incoraggianti. La scellerata rivalutazione degli esordi storici del fascismo espressa (in un suo post scritto nel recente passato) proprio dalla neo-capogruppo alla Camera; la stupida idea (poi smentita) di una piccola marcia collettiva per le vie di Roma in occasione dell’insediamento previsto ormai a giorni; ma soprattutto il cedimento, dichiarato da alcuni, rispetto alla linea intransigente nei confronti dell’appoggio a un governo del centro-sinistra, stanno complicando un quadro già fin troppo contrastato.
E zio Beppe, sulla falsariga di Gianroberto Casaleggio, è dovuto già ricorrere, ben pochi giorni dopo lo strepitoso successo, alla prima ‘mozione di fiducia’: “Se in futuro fossi smentito da un voto di fiducia dei gruppi parlamentari del M5S a chi ha distrutto l’Italia, allora, pacatamente, serenamente, mi ritirerò dalla politica.
Ha fatto bene, ha stroncato sul nascere un’ipotesi che mi appare sempre più negativa nel merito, ma soprattutto deleteria nel creare una frattura insanabile fra un leader illuminato e una pattuglia di giovani volonterosi. E ha dimostrato quanto dicevo (e scusate l’ennesima autocitazione) sulla fragilità di un modello che, per quanto straordinariamente ricco di propulsione, si basa su una fondamentale contraddizione: teorica democrazia diretta e reale verticismo.

Clima di guerra, dicevo, o, se vogliamo smorzare i toni, comunque di aspro scontro. I poteri che si sentono fortemente minacciati, a partire da quelli della finanza internazionale, e che si irradiano, tramite un’ormai collaudata rete, in quelli più nostrani, rappresentanti dalla vecchia cricca politico-informativa, hanno cominciato a sparare le loro potenti munizioni. Una campagna d’opinione di portata massiccia sta veicolando con impressionante insistenza un messaggio unico: ‘Se il Movimento Cinque Stelle rifiuta l’accordo con Bersani, si rende colpevole di una pericolosa ingovernabilità’.
Ce lo dicono tutti i giorni, a tutte le ore del giorno, i principali quotidiani, i principali talk-show, gruppi di saggi e miopi intellettuali, schiere di infiltrati nei social-network; e trovano terreno fertile, nel fondamentale italico amore (con frequenti connotazioni accidiose) per il quieto vivere; nel senso di rivalsa dei milioni di elettori di centro-sinistra umiliati dal risultato elettorale e dagli schiaffi ricevuti da zio Beppe; nell’oggettiva fatica di immaginare un diverso percorso, tutto da costruire, per il reale bene collettivo.
Così facendo, cercano di dividere al suo interno, e indebolire nell’immagine, il piccolo grande esercito che hanno visto crescere dal nulla e ora insidiare dannatamente le antiche posizioni di comodo; e lo fanno amplificando la radicalizzazione del dibattito, propria dei toni battaglieri che tanto seguito hanno concesso a Beppe Grillo, e che ora tende a dividere pericolosamente, ma per alcuni vantaggiosamente, l’intera popolazione.

Cercherò di anticipare la critica che qui immagino, da parte di chi si è schierato a favore di quella voce di apparente buon senso: la critica, cioè, di assecondare una spinta esclusivamente distruttiva.
Il programma del Movimento Cinque Stelle, e più in generale il pensiero di Beppe Grillo, sono propositivi: almeno questa cosa, negata per gran parte della campagna elettorale, è ormai diventata di dominio pubblico. La strategia per realizzarlo non può passare però attraverso accordi con chi quei punti di programma ha evitato di affrontare, e in pratica osteggiato, almeno negli ultimi vent’anni. Intanto però la situazione del Paese è critica, e rischia di sfociare addirittura nel panico, se solo a qualcuno faccia comodo che ciò avvenga.
Inoltre nessuno ha voglia del salto nel buio di nuove consultazioni elettorali a brevissimo termine, tanto più con l’attuale sistema di voto (e sono abbastanza convinto che alla fine questa volontà collettiva prevalga). Grillo prefigura un successo plebiscitario, che gli permetterebbe infine di governare, ma penso sia troppo intelligente per non avvertire quanto invece sia potenzialmente volatile il successo conseguito.
A questo punto, il progetto più logico sembrerebbe quello di ottenere, per il Movimento, un incarico di governo già ora, una volta fallito il mandato esplorativo di Pierluigi Bersani; magari un governo composto da personalità di alto livello e reputazione, che non mancano di certo, e finalizzato a pochi punti di programma, fra cui riforma elettorale e conflitto d’interessi. Il centro-sinistra sarebbe messo alle corde con il suo stesso tema della scelta di responsabilità, e si potrebbe realisticamente sperare in un esito positivo.
Il resto del programma penso sia troppo in rotta di collisione con gli attuali assetti di potere, per essere attuato senza un suffragio ancora più vasto, che potrebbe essere ottenuto dopo un anno di alcuni evidenti risultati molto positivi.
Purtroppo il nostro ineffabile Capo dello Stato sembra essersi messo già di traverso a un’ipotesi di questo genere, affermando che, dopo quello a Bersani, non darà altri mandati di governo. Ma le cose possono cambiare, e potranno comunque realizzarsi dopo la nomina di un nuovo Presidente, speriamo, questa volta, più degno di questo nome.
Ma anche i neo-eletti mi sembra che si stiano involontariamente mettendo di traverso a quest’unica ipotesi davvero realistica e positiva, quando affermano che chiederanno un mandato di governo sui venti punti del programma, e senza proporre alcun candidato premier.

Le giornate sembrano scorrere lente, e mi chiedo se è un bene, se è il presupposto a soluzioni ponderate, bisognose di maturazione.

Intanto, all’orizzonte ci sono due eventi che potrebbero modificare fortemente il panorama.
Marco Travaglio, proprio in queste ore dalle pagine (cartacee e telematiche) del ‘Fatto quotidiano’, sta dando il giusto rilievo al primo di questi eventi, che già da qualche giorno sta circolando in Rete.
Si tratta dell’ineleggibilità di Silvio Berlusconi sulla base di una legge del 1957 tuttora in vigore, ma mai applicata nei suoi confronti, che dichiara non eleggibili “coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per (…) concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica“.
La giunta parlamentare chiamata a convalidare ogni singolo eletto è la prima a cominciare i lavori, dopo la relativa formazione, del tutto indipendentemente dagli accordi per il governo; e, come immaginavo, il Movimento Cinque Stelle ha già dichiarato che voterà contro l’eleggibilità del Mostro di Arcore, oltre che, nel caso di richiesta, a favore di autorizzazione a procedere all’arresto del pluricondannato.
Una campagna di firme indetta da Micromega, per sostenere l’ineleggibilità, ha già avuto diverse sottoscrizioni illustri, ed ha già superato quota centosettantatremilacinquecento (vedi qui).
Sembra dunque molto probabile, a breve, l’inizio di un nuovo imperdibile spettacolo.

Poco più avanti nel tempo il secondo evento potenzialmente tellurico: il 4 aprile il TAR del Lazio, dopo aver già accettato un ricorso al proposito, deciderà se l’attuale sistema elettorale può considerarsi in conflitto con la Costituzione; in caso positivo sarà poi la Corte Costituzionale a dover dire l’ultima parola (vedi qui).

Franco Battiato, in una delle sue più belle canzoni, concludeva: “La primavera intanto tarda ad arrivare”.
Manteniamoci vivi, coltiviamo la speranza, anche costretti a un’opprimente e pericolosa guida in galleria: là fuori qualcosa sta cambiando, e la primavera può certo tardare all’appuntamento, ma in realtà non ne ha mai mancato uno.
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Immagine da: http://it.opel.ch/gamme/gamma-opel/auto/new-astra-sports-tourer/caratteristiche/sicurezza.html

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