Tic, tic, tic…

6 Novembre 2009 di Franz

orologedit

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Dopo aver dedicato diverse pagine all’Epopea della Cavallona, nella sua genesi: concepimento, gravidanza, nascita, battesimo, primi passi, e in attesa delle prime storie da raccontare che essa veicolerà, è ora di tornare ad innalzare lo sguardo su cose più generali ed anche un tantino più importanti, senza dubbio.

I temi che invitano all’approfondimento, alla consapevolezza e al coinvolgimento che si possono cogliere in rete sono più che mai ricchi, per varietà, significato ed urgenza; c’è solo l’imbarazzo della scelta.
E allora la mia scelta punta molto in alto, cioé a quello che probabilmente è il problema dei problemi, per la nostra e le future generazioni, al confronto del quale anche le tragedie sociali e politiche di casa nostra impallidiscono, sfumano.

Manca un mese e un giorno ad una data importante, forse epocale: il 7 dicembre 2009, che segnerà l’inizio della Conferenza di Copenaghen sui cambiamenti climatici.
Ad essa, e ai suoi esiti, è strettamente legato il futuro dell’abitabilità sul nostro pianeta; sembra fantascienza ma purtroppo è la realtà.
Ma, anche senza profetizzare scenari apocalittici, già nel breve periodo, i prossimi decenni, vi sono legate le sorti di molti milioni di esseri umani, la cui vita rischia di essere sconvolta dalle trasformazioni ambientali ben di più di quanto non lo sia oggi, la nostra, da un anziano corruttore senza scrupoli a capo del governo.

Ho già diffuso, in passato, l’appello di Greenpeace Italia, che traduceva un invito generico, quello ad una presa di coscienza sull’importanza dell’evento, in una semplice azione: sottoscrivere ed inviare una email (già predisposta) proprio a “lui”, invitandolo a recarsi alla conferenza di Copenaghen con un atteggiamento molto intransigente. Ovvio che i suoi veri ed unici interessi sono molto lontani da quelli in discussione, ma è altrettanto evidente la sua sensibilità al consenso e agli umori della gente, cosa che dà valore a una campagna di opinione di questo tipo.
Invito chi non l’abbia ancora fatto ad unire la propria voce alle quasi quindicimila di chi ha già spedito quella email: vedi qui.

Pessimismo e rassegnazione sono nemici della soluzione a qualsiasi problema, laddove un atteggiamento di coraggiosa speranza può fare i miracoli.
Leggere un articolo, come quello che voglio segnalare, a me ha dato speranza, e un po’ di gioia; si trova nella versione on line del quotidiano ‘Terra’, e ci racconta di un’iniziativa mondiale popolare di un’imponenza senza precedenti, in corso ed in continua espansione, denominata ‘TckTckTck campaign’, come a scandire il tempo che ci separa dall’appuntamento a Copenhagen.
Trascrivo di seguito alcuni passi di quella pagina, invitando comunque caldamente a leggerla per intero (clicca qui).

È un’ambiziosa iniziativa partecipativa. Un’azione per chiedere da ogni angolo del mondo, attraverso la Rete, un accordo globale sul clima. Viene supportata da oltre 2 milioni e 600mila persone e da una formidabile coalizione di Ong. (…)
Una campagna concepita secondo i criteri del bottom-up, di pressione politica dal basso, che viaggia sulle grandi arterie di comunicazione delle moderne tecnologie, attraverso i social network della Rete, come facebook, Twitter e mySpace, i motori YouTube e Google, spinta da orde di cittadini qualsiasi nelle forum communities, sui piccoli blog personali e persino con la rapidità del passaparola via sms. (…)
Tante sigle diverse per la prima volta riunite con lo scopo di chiedere ai leader del mondo un impegno concreto per costruire «un futuro che funzioni per tutti ».

L’articolo poi prosegue presentando i ricchissimi contenuti del sito ufficiale della campagna, che “straripa di esempi, storie, articoli, opinioni autorevoli e parole di speranza“.
Ovviamente sono andato a curiosare un poco in quel sito; ed inutile dire che invito altrettanto caldamente a fare la stessa cosa (cliccando qui).
E’ in lingua inglese o, a scelta, in altre lingue, ma non in italiano.
Subito una piccola emozione viene suscitata dal numeratore, di quanti hanno dato la propria adesione alla campagna, aggiornato in tempo reale; il numero totale, rispetto a quello indicato dal citato articolo su ‘Terra’, è già aumentato, e mentre scrivo è molto vicino ai tre milioni.
‘C’ero anch’io !’; …ci puoi essere anche tu: l’adesione si fa in un paio di click (a partire dal ‘bottone’ con la dicitura ‘I am ready +‘); consiglio, fra l’altro, di rispondere sì all’unica richiesta che viene fatta insieme a quella del proprio nominativo e della nazione, cioè quella di iscriversi alla mailing-list ufficiale.
Senza aggiungere altro, posso dire che il sito “straripa” anche di vita, di voglia e di stimolo all’azione e alla partecipazione.

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tckedit
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Non mi sembra utile mettere altra carne al fuoco, ma almeno un accenno, a mo’ di ‘prossimamente su questi schermi’, voglio fare agli altri temi che mi sono appuntato, fra i tanti che, come dicevo all’inizio, “invitano all’approfondimento, alla consapevolezza e al coinvolgimento”:

La campagna per il Nobel a Gino Strada.
Due diversi appelli ecologici diffusi da due mie amiche blogger (Giraffa e Francesca).
Il secondo ‘No Cav Day’, previsto il 5 dicembre, cresce…
La campagna di Greenpeace contro la ‘bolletta nucleare’ (diffusa anche da un altro blog amico, a firma Duhangst).

…a presto !
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L’immagine iniziale è tratta da: http://ilgiardinoeden.splinder.com/
Quella finale da: http://tcktcktck.org/

Alla fine…

1 Novembre 2009 di Franz

cavallaedit

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Alla fine è andato tutto come doveva andare: la mia nuova Volkswagen Touran è dentro il garage, da ormai ventiquattr’ore, e che fatica entrarci, con le sue dimensioni complessive evidentemente maggiori della vecchia Opel Astra (l’indimenticata ‘Cometa’) e anche della Multipla di scorta dai larghi fianchi.
E’ in garage, e ho quasi paura ad andarla a trovare, che si rifiuti di accendere il motore, o di aprirmi le portiere.
Che non mi riconosca come suo unico padrone, che non abbia ricevuto il mio imprinting, e non mi risponda quando la chiamerò con il nome che, alla fine, ho scelto per lei e che, alla fine di questo post, rivelerò.

Sono giunto in anticipo, giovedì pomeriggio, un po’ in autobus un po’ a piedi, alla concessionaria Volkswagen dove avevo appuntamento.
“Stiamo montando la targa; è appena arrivata”, mi fa il giovane venditore. “L’ha fatta l’assicurazione ?, perchè altrimenti non posso farla uscire di qua”.
“No, telefono subito in Co.Ta.Bo., a vedere se me la fanno per telefono: nel caso, un fax è sufficiente ?”.
Mi dice di sì, per grazia ricevuta.
“Pronto, Barbara, sono dal concessionario con l’auto nuova; mi puoi fare l’assicurazione e poi mandarmela qui via fax ?”.
Mi risponde un po’ altezzosa, anche perchè mi dice che è impegnata con altre due persone, ma poi mi promette di richiamarmi nel giro di venti o trenta minuti.

Per non essere d’intralcio esco dall’ampio spazio espositivo.
Di fronte c’è un bel parco, verde, tranquillo, a cui si accede da un cancello con l’insegna di una bocciofila.
Il sole batte di sbieco sugli unici giocatori, tre pensionati, due uomini e una donna, che si contendono il pallino, bocciando o andando a punto, mentre un arbitro, loro coetaneo, con molta sicurezza cammina su e giù, e dice spesso la sua; parlano tutti in dialetto ed è un piacere ascoltarli, anche quando uno dei giocatori, alla terza bocciata a vuoto, maledice il sole che lo abbaglia, o quando uno spettatore fra i pochi presenti esclama che, per andarci più vicino, al boccino, bisognava andarci sopra.

Barbara mi richiama puntuale e per prima cosa mi chiede la targa. Non ho tempo di rendermi conto della contraddizione nell’iter burocratico, e, con una breve corsa fino davanti all’automobile, sono in grado di dettargliela.
Concordati i vari parametri, mi promette un fax nel giro di pochi minuti, ma si raccomanda di passare in giornata da lei con il certificato e il contrassegno dell’auto vecchia.
“Il certificato ce l’ho, ma il contrassegno chissà che fine ha fatto: l’auto era incidentata, ed è stata lì da voi finché il capoofficina è riuscito a venderla, da un giorno all’altro”.
“Allora bisogna che vai dai carabinieri a fare la denuncia di smarrimento ed entro domattina alle otto e mezza me la porti”.
“Okay, comunque, se riesco, faccio un salto da te già stasera finchè ci sei”.
E meno male che, anche senza i documenti necessari, in serata passo a trovarla, perchè questa volta mi accoglie con un bel sorriso e, dopo essersi informata meglio, mi dice che l’indomani (cioé ieri, venerdì), quando ritirerò l’auto dopo gli ultimi allestimenti dell’officina tecnica lì in Co.Ta.Bo., sarà sufficiente un’autocertificazione di smarrimento del contrassegno.

Come avevo previsto in un articolo precedente, ogni giornata è stata da inventare, in quest’ultimo periodo, allo scopo di affrontare con la dovuta razionalità e pazienza, e spirito di sacrificio, tutti i passaggi necessari per giungere in porto, cioè in garage, con il mio taxi nuovo.
Non mi aspettavo però questa specie di collasso nervoso che, alla fine, mi ha colpito, permettendomi, si parlava la volta scorsa di grandi dormite autunnali, un record degno della birra preferita dalle scimmie, la famosa ‘Guinness dei primati’.

Nei miei progetti c’era di assaggiare l’attività già ieri sera; di rivivere, dopo quasi sei anni, l’emozione dei primi clienti trasportati, per poi rilassarmi oggi, sabato, in concomitanza con il mio turno di riposo.
Ma verso l’ora di cena ero troppo stanco per affrontare le ultime sistemazioni al corredo della vettura, e fare una sua conoscenza sufficiente ad evitare figuracce nell’improvvisa necessità, che so, di azionare i tergicristalli, o di suonare il clacson, o di ribaltare un seggiolino posteriore per un carico ingombrante.
E così sono andato, a bordo della silenziosissima e docile vetturona bianca e splendente, all’Ipercoop di Villanova, e, insieme ai pedanini di gomma, ho comprato un ottimo stracchino ‘Nonno Nanni’ e verdure varie per una bella insalatona, che ho poi preparato e trangugiato a casa, accompagnandola con due bicchieri di vino rosso, ben cosciente di mettere fine così alla mia ultima giornata di questo periodo di transizione.
Stasera finalmente avrò la calma per concedermi di scrivere a Valerio, il grande amico ritrovato, mi sono detto; è già due volte che glielo prometto su Facebook e ormai mi vergogno del ritardo.
Ma prima, perchè no, ci può stare un’ora o due post-prandiale di sano torpore e tepore sotto le coperte.
Per farla breve ho dormito, con una sola interruzione di un paio d’ore intorno alla mezzanotte (in stato poco più che vegetativo), dalle nove di ieri sera all’una e mezza di pomeriggio di oggi.
Non sono mancati un paio di intensissimi sogni, ma, anziché d’oro, d’Argento, degni cioé dei più inquietanti film del regista che di nome fa Dario.

Posso testimoniare che da un’impresa di questo genere (parlo della dormita) si esce, nel fisico e soprattutto nel morale, come un pugile dopo una slavina di pugni.
E dunque anche oggi ho dovuto ridimensionare il programma, pur leggero, che mi ero prefissato.
Un sabato grigio, nelle poche ore di luce filtrata dalle finestre, a chiedermi segretamente dove vado a finire, continuando a dare corda a questo vortice di apatia che ultimamente sembra attrarmi a sé in un abbraccio mortale, nel farmi sentire potenzialmente sconfitto dalle incombenze quotidiane, come quei ‘gatti’ di polvere che si accumulano sotto il letto e sotto il tavolo, sempre in anticipo rispetto al mio passaggio di stracci ed aspirapolvere.

Poi, senza farmi fretta o violenza, alla fine, ho ritrovato un po’ di serenità, e la voglia di raccontare, e, come avevo promesso, di svelare il nome di battaglia della nuova vettura.
E’ un nome maturato qui sul blog, cosicché ne sarà particolarmente partecipe chi segue abitualmente queste mie confessioni.
Avevo scritto in un post di averla vista, durante gli ultimi tempi, sempre ferma nel cortile della Co.Ta.Bo., con qualsiasi clima, come un cavallo del maneggio dove passo nei miei allenamenti podistici.
E poi l’amico Alanford, nei suoi commenti, mi paragona sempre ad un cavaliere in groppa al suo destriero bianco.
Insomma, l’ho chiamata affettuosamente ‘Cavallona’, anche in considerazione dell’aspetto un po’ robusto, e della potenza dinamica (centocinquanta …cavalli), straordinaria per un motore a metano, grazie alle nuove tecnologie e alla doppia turbina.
Ma all’anagrafe virtuale, dove bisogna essere più abbottonati, l’ho chiamata ‘Jolanda Cavalla’, accogliendo parzialmente così anche l’azzeccato consiglio espresso in un commento dall’altro caro amico Filippo (che, vista l’etimologia del suo nome, non potrà che apprezzare…).
Ed, alla fine, visto che un’altra cara amica di blog, Silvana, è una fan di Roberto Vecchioni, non mi resta che concludere parafrasando alcuni famosi versi del cantautore milanese:

Non è poi così lontana Samarcanda,
corri Cavalla, corri di là…
ho cantato insieme a te tutta la notte:
corri come il vento che ci arriverà !

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foto tratta da:
http://www.flickr.com/photos/alex_alexandrovna/3050037837/

Grandi dormite e piccoli affanni

26 Ottobre 2009 di Franz

orsoedit

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Sto andando in letargo, non c’è altra spiegazione: se di qui a primavera non dovessi dare segni di vita su questo blog e su quelli amici nessuno si preoccupi, starò solo dormendo…
Proprio come l’anno scorso, ricordo; la notte in cui si vince l’abbuono di un’ora, per il ritorno all’orario invernale, sembrerebbe più corta anziché più lunga, a giudicare dalla prima occhiata all’orologio dopo l’ultimo risveglio: divorato l’abbuono, con gli interessi.
Ed ora, mentre scrivo, non sono passate molte ore e il sole sta già tramontando; dev’essere stata una giornata tiepida e serena dalle tinte dolci ed intense, per chi ha messo il naso fuori casa: io ne ho intravvisto solo le tracce attraverso le finestre.

Ieri l’altro, venerdì, era il mio turno di riposo.
Forse mai avevo interpretato così alla lettera tale espressione; barricato in casa, con il minimo programmato di provviste per colazione e cena (i miei due pasti standard), aiutato nell’abbandono all’ozio e al sonno dalla temporanea indisponibilità dell’auto di scorta, e soprattutto da una giornata molto buia di pioggia, che sentivo a tratti cadere sopra il tetto, con un rumore continuo, tenue, intimo.
Una sola telefonata ricevuta: un’amica che usa spesso il taxi preoccupata dallo sciopero dei mezzi pubblici.
Qualche boccata d’aria, intendo di socialità ed amicizia, solo qui nella blogosfera, grazie ai commenti, e relative risposte, inviati e ricevuti.

Poi, dopo le dieci di sera, grande lusso: divano e tv, e, lusso ancor più grande, un paio di trasmissioni interessanti: ‘Niente di personale’ su La7, che scavava sulla figura controversa di Antonio Di Pietro, e che mi ha fatto scoprire l’esistenza di un altro mostro partorito dal potere berlusconiano (tale Filippo Facci: ci dev’essere aria buona, di questi tempi nel sottobosco dell’informazione, per i funghi velenosi); poi ‘Linea Notte’ su RAI3, con la nuova direttrice del TG3 Bianca Berlinguer, ieratica ed emanante, nel trucco e nell’abbigliamento, tutta l’emozione che deve evidentemente provare per il nuovo prestigioso incarico.

Uno si spaventa, normalmente, alla prospettiva di un giorno di clausura passato così; a me in realtà ha spaventato accorgermi quanto l’abbia gradita, come in un sentirmi pericolosamente attratto da un vortice buio all’apparenza senza fondo.
Tanto che l’indomani mi sono un po’ rincuorato, nel riscoprire, durante la mia ora di corsa in tarda mattinata, vive sensazioni sensoriali: nella fattispecie, i colori della campagna, così straordinariamente nitidi nell’aria tersa e ancora un po’ mossa dal vento di una giornata di ritrovato sole di ottobre.
Mi sono rincuorato nel rivedere, immancabile, l’Uomo delle Palle, il cercatore impettito di palline da golf finite casualmente fuori dalle vicine piste, ventiquattr’ore al giorno si direbbe che lo faccia, grigio di capelli, espressione da moschettiere ma nessuna propensione al saluto, un maglione di lana che sembra rubato a un fantino del Palio di Siena, lui cerca, scandaglia, è la sua vocazione, la sua missione, bastone alla mano, bicicletta parcheggiata ingegnosamente lungo l’argine di un rigagnolo sotto il ciglio della strada.
E mi sono rincuorato nel rivedere i cavalli nel maneggio, occupati a scodinzolare, a stare immobili, a mangiare, emananti, ben più di Bianca Berlinguer, una dignità di tipo austero, e nativo, e nudo.

Poi davanti a me un altro sabato sera alla guida della Multipla; l’occasione, come sempre, per lavorare più a lungo e più intensamente delle altre sere della settimana.
Ma ho rimediato soprattutto una somma di stress, mi chiedo quanto effettivi e quanto dovuti al mio sensibilizzato stato pre-letargico.

Una chiamata dal tradizionale ristorante “Il Pappagallo”.
Il passaggio fra Piazza della Mercanzia e il tratto iniziale di via Santo Stefano, dove c’è l’entrata del ristorante, è ostruito dal parcheggio selvaggio, nell’area centrale della piazzetta, di un’automobile di troppo, e dai tavolini del bar all’aperto ancora molto popolati sull’altro lato.
Facendomi forte di una ‘auto blu’ con autista che mi si è accodata dietro, do un breve colpo al clacson, sperando che sbuchi fuori il parcheggiatore selvaggio. Niente.
Altre due o tre suonate, questa volta più decise.
A questo punto è il barista che sbuca fuori, cercando di dare una mano a sbrogliare la situazione: fa spostare un po’, alla meno peggio, i tavolini.
Cerco piano piano di passare ma la Multipla è larga; mi muovo lentissimamente, poi mi fermo, mentre la luce dei fari colpisce sgarbata gli avventori del bar, alcuni seduti altri in piedi, fitti come formiche.
C’é bisogno di un altro intervento del barista. E una signora bisbetica comincia a strillare: “‘E’ roba da matti, è roba da matti”.
“Guardi signora che non mi sto divertendo, a cercare di passare di qua !”
“Ma le sembra il caso di suonare, di fare tutta ’sta confusione ?”
“Guardi che ho suonato sperando solo di chiamare il proprietario di quell’automobile là !”.
“E allora chiami i vigili, se non riesce a passare! E’ roba da matti, è roba da matti!”, mentre il barista continua a mediare.
“Allora sa cosa le dico, che voi siete seduti al tavolino a cazzeggiare, mentre io sto lavorando: è roba da matti lo dico io, lo dico”.
I vicini cercano di calmare gli animi, finchè anche la Multipla trova il suo varco, come Mosé fra le acque, per andare a caricare gli ignari clienti della prossima corsa.

Lo vedo con la coda dell’occhio, abbastanza lontano per immettermi nella rotonda prima del suo passaggio. Poi un supplemento di scrupolo mi fa dare un’altra occhiata agli specchietti mentre mi accingo ad accelerare percorrendola; meno male: ’sto disgraziato ha deciso di accelerare a sua volta, per dimostrare al mondo che la precedenza l’aveva lui; mi sfreccia davanti, non di molto, nel prendere l’uscita a destra.
Tipi da sabato sera: sulle strade c’è il peggio, quanto ad arroganza, incapacità, esuberanza folle, infine etilismo e droghe.

A mezzanotte e tre quarti chiude l’ultimo distributore di metano, quello di via Mattei; in teoria dovrei lasciare l’auto con le bombole piene per il collega che alle cinque di mattina, lasciando la sua auto nel parcheggio condominiale di casa mia, riaccenderà il motore della Multipla. Stanotte che è sabato capirà, mi dico, se un poco dell’ultimo pieno è rosicchiato, se lavoro un’ora o due dopo la chiusura del distributore. O magari dopo vado a benzina, che quella posso sempre rifornirla all’ultimo momento in un self-service.
E’ circa mezzanotte, e mi sto dirigendo proprio al distributore, quando arriva una chiamata; un attimo di titubanza poi l’accetto.

Sono cinque giovani russi, un gruppo misto, maschi e femmine, delusi dalla clientela del “Ruvido”, discoteca frequentata il sabato da ragazzini e ragazzine troppo giovani per i loro gusti. Non mi dispiace, di solito, quando mi capita di caricare sulla capiente Multipla cinque persone, due davanti, accanto a me.
Mi chiedono di andare alle “Grotte”, storica discoteca a San Pietro in Casale.
Addio metano; potrei anche rifiutare la corsa extraeurbana, ma chi glielo spiega. E così mi avvio, con i miei bravi problemi a ricordare su quale delle cinquanta strade che portano da Bologna a Ferrara si trova il paese di San Pietro.

Di ritorno a casa, salgo un attimo, preparo una busta con venti euro e qualche riga di spiegazione circa le bombole semivuote; poggio il plico vicino al volante, estraggo i miei averi e do la buonanotte alla vettura, che fra poche ore riprenderà a lavorare.

Ed io, prima ancora, a dormire. A lungo.
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(scritto nel tardo pomeriggio di domenica 25; completato e pubblicato nella notte seguente)

L’immagine è tratta da:
http://www.blogtecnico.com/cultura/perche-gli-animali-vanno-in-letargo

Grandi riflessioni e piccoli affanni

20 Ottobre 2009 di Franz

strscedit

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C’è un misto di piacere e titubanza, nell’aprire e riempire di parole una nuova pagina di questo mio diario; da diversi giorni mi è mancato quel felice incontro di riposo, calma e tempo libero, per poterlo fare con qualche speranza di esiti interessanti e gradevoli, e dunque sono un po’ in ritardo rispetto alla cadenza abituale.
Di solito gli argomenti che chiedono attenzione si presentano da soli, basta mettersi in ascolto, o magari interrogarsi a più riprese per sollecitarli, e poi mediare le risposte, presenti come vaghe idee, intuizioni, abbozzi, con la parte cosciente e controllata della mente, in un gioco di scambio che penso sovrintenda a quello che chiamano il ‘pensiero creativo’.

Se mi sono mancate le condizioni per mettermi alla tastiera del computer, la parte di sollecitazione interiore, invece, che avviene nei momenti più disparati della giornata e della notte, non si è affatto fermata, a anzi ha avuto ancora più tempo a disposizione.
Non è casuale dunque se ho cominciato questo post affrontando il tema della formazione del pensiero, che mi porterebbe a parlare di psicologia, di quel poco di teorie e pratiche che credo abbiano influenzato moltissimo la mia vita, e che in quest’ultimo periodo mi sembrano regalarmi qualche nuovo frutto.
Non è casuale perchè è proprio in quella direzione che sono giunte ripetute ‘risposte’, cioé sollecitazioni ad affrontare l’argomento.

Una memorabile pastasciutta al sugo, il confortevole calore delle coperte del letto, gli orari del treno da San Lazzaro a Bologna.

Ecco, vaneggia, è diventato matto, penserà qualcuno di fronte a questa improvvisa virata.
Non è così (almeno spero); quei tre temi sconclusionati chiederebbero attenzione: sono loro, insieme ad altri, che mi parlano del presente di queste mie ultime giornate, dei progressi fatti e di quelli ancora da fare nella mia personale interpretazione dell’arte quotidiana del vivere.

Ma so anche, ed è il ‘pensiero controllato’ a dirmelo, che l’argomento è difficile, complesso, che mi porterebbe troppo lontano, ora, nel cercare di spiegare, di raccontare, di capire.
E la fantastica libertà di poter scegliere gli argomenti, e gli sviluppi di considerazioni e racconti, mi permette così una seconda virata, che lascerà quella pastasciutta, quelle coperte e quegli orari solo a livello di abbozzo, buoni per riprendere il difficile ed importante discorso in futuro, magari a più riprese, con la dovuta precisione e, magari, incisività.

Invece degli sviluppi interiori, dunque, racconterò quelli dei fatti, fatterelli o fattacci, che connotano queste mie giornate, e che spiegano la carenza di tempo e di calma.
Dunque l’auto è arrivata; è là in Co.Ta.Bo. a fare bella mostra di sé di fronte all’ultimo cancello, quello grande dell’accesso notturno, ferma e imperturbabile come un cavallo sotto qualsiasi tempo e qualsiasi cielo.
Non ha ancora targa né soprannome, ma qualche fotografia sì: raccogliendo un pressante amichevole invito giuntomi nei commenti all’articolo precedente, ieri pomeriggio gliene ho scattate quattro, due delle quali pubblico in fondo a questo post.

Sono di nuovo alle prese con la burocrazia, e mi tornano in mente le lunghe e gloriose battaglie affrontate quasi tre anni fa, nei mesi dopo il trasloco in questa casa.
“Sembra facile…”, diceva ‘l’uomo coi baffi’ della pubblicità, “fare un buon caffé”: arriva l’auto nuova, si installano le apparecchiature necessarie ad un taxi, si immatricola e si riprende a lavorare.
Peccato che a queste semplici frasi corriponda la necessità di spostarsi un’infinità di volte fra uffici, officine, agenzie e spazi espositivi.
E peccato che, puntuale come la cosiddetta ’sfiga’, mi è caduta sopra la testa proprio ieri la spada di Damocle che per due mesi aveva resistito sospesa senza troppi sussulti, per mettersi poi ad ondeggiare minacciosa sul finire della scorsa settimana.
Sto parlando della condivisione dell’auto di scorta con un altro collega appiedato.

Ieri a mezzanotte, qui nel parcheggio condominiale, gli ho dato le chiavi della Multipla, gli ho passato un po’ di consegne relative, e ci siamo accordati sull’organizzazione quotidiana dello scambio della vettura.
Al volante dell’auto che l’aveva accompagnato fin qui sedeva una giovane donna che è rimasta in disparte, non so dire se intimidita o contrariata dalla situazione.

Perdita di flessibilità nell’orario di lavoro e soprattutto mancanza dell’automobile al di fuori di quello, cioè fino alle cinque del pomeriggio, connotano e complicano ora le mie giornate.
Ma è inutile perdere la calma, le giornate si affrontano e si inventano una per una, in questo breve ‘periodo di transizione’ che durerà poco più di un’altra settimana, e magari mi offrirà spunti di vita e di racconto nuovi, come, perché no, un probabile ‘viaggio’ in treno da San Lazzaro a Bologna.

Mentre scrivevo, il collega mi ha riportato puntualmente la Multipla.
E’ ora di uscire e di andare: un’agenzia di pratiche auto aperta fino alle sette mi sta aspettando dalla parte esattamente opposta della città; poi potrò cominciare la mia serata di lavoro.
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touran.
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L’immagine iniziale è tratta da:
http://occhitristi.splinder.com/tag/biagio+parole+e+canzoni

Fasi e passaggi del tempo

14 Ottobre 2009 di Franz

camminouzedit

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Siamo in un periodo di transizione. Come peraltro qualsiasi periodo.

Non mi ricordo l’autore di questo aforisma, che trovo piuttosto significativo: tutti i periodi di tempo sono di transizione e di trasformazione; lo è la nostra stessa vita nel suo complesso, breve o lunga che sia.
Ma, come sosterrebbe l’impagabile (?) avvocato Ghedini, è l’applicazione della transizione che non è sempre la stessa.

Correnti settentrionali hanno in questi giorni scombussolato il clima del nostro Paese, una sferzata d’aria fredda e l’alternarsi nervoso di cupi passaggi di nubi e sole brillante.
Benché costituisca la premessa a quella delle brume e del buio, sgradita e temuta, è comunque sempre una stagione affascinante e, per quanto mi riguarda, quella di miglior tono psicofisico nel bioritmo annuale.
Però, quando la transizione (o la sua applicazione) è così vivace, voltarsi indietro anche solo di un paio di mesi lascia davvero un po’ attoniti.

Mi rivedo la sera dell’incidente che pose fine alle corse della ‘Cometa’ (come avevo soprannominato il mio primo taxi). Di ritorno dalla solitaria cena ai ‘Laghetti di Castenaso’ rincasavo di buon passo per la stradina di campagna, deserta e già buia nell’incipiente notte d’estate, a fare i conti con la novità di trovarmi appiedato proprio nella settimana di Ferragosto.

Eccomi ora, nel ricordo, nel vasto e deserto spazio espositivo di una concessionaria Volkswagen, insieme all’amica che mi ci aveva accompagnato con la sua auto, seduto alla scrivania di un commerciale che avrà creduto di sognare nel concludere una vendita proprio nel periodo di lavoro più piatto dell’anno.
“Ci vorranno circa novanta giorni; magari qualcosa di meno”.
Un rapido conto unito ad un salto in avanti: metà agosto – metà novembre, mi diede l’impressione di entrare in un periodo lunghissimo.

Mi rivedo, di ritorno dal week-end ferragostano passato in montagna, scendere da un treno il lunedì successivo a metà pomeriggio, e sentirmi improvvisamente senza fiato, calato in una fornace ardente. Rivedo l’impiegata della Co.Ta.Bo., nel suo ufficio gelato dal condizionatore a tutto gas, darmi le chiavi dell’auto di scorta. Mi rivedo nel cortile battuto da un sole chiaro, obliquo e spietato, aprire per la prima volta la portiera della Multipla, da utilizzare per tutto il periodo di transizione.

Ma poi il tempo passa, oh se passa.
Metà settembre: un mese già bruciato, ne mancano due. Con l’auto sostitutiva, che si mangia una fetta degli incassi, e in previsione dell’importo da saldare per l’acquisto, non puoi mollare la presa, devi lavorare tutti i giorni in cui ti è permesso, costantemente, e sperare di non aver altri incidenti o accidenti di percorso. Sogno, medito, progetto una vacanza: una settimana in un posto tranquillo, possibilmente lontano dal freddo, da farsi quando sarà arrivata la Touran, a fine novembre o inizio dicembre, che mi permetterà anche di scappare per un po’ dall’interminabile ossessione del Natale cittadino.

Poi il tempo corre, oh se corre.
Venerdì scorso. E’ il nove di ottobre; siamo ormai a due terzi di un cammino fin qui senz’altro positivo.
Come sempre, il primo richiamo alla realtà a cui lentamente mi costringo quando in tarda mattinata mi sveglio, è l’accensione del telefonino, che ha riposato sul comodino accanto a me.
E come sempre spero non ci siano messaggi.
Invece ecco il segnale dell’sms ricevuto: si tratta dell’avviso di una chiamata da parte di un numero non presente in rubrica.
Mi guardo bene dal richiamare, vista la probabilità di noie in arrivo decisamente più alta rispetto alla vincita di un premio o a qualche altra bella notizia.

La cosa si ripete lunedì. Cerco il numero su Google, senza risultati.
A questo punto cedo e lo chiamo, anche perché mi si è affacciata una speranza: non sarà magari la concessionaria ?
Ma risulta spento. Cerco e trovo il biglietto da visita del venditore, su cui però è indicato solo il numero di telefono fisso.
Chiunque sia, richiamerà.

E un paio d’ore dopo richiama, ed è proprio lui.
L’auto è già arrivata, con un mese di anticipo; resto un po’ spiazzato ma ben felice dell’inattesa novità.
“Se vuole venire a vederla è qui; intanto per prima cosa dovrebbe prendere appuntamento per l’allestimento ad uso taxi”.

Non ci sono andato, non ho ancora visto la mia nuova compagna di lavoro e di viaggio; troppo da fare per permettermi di andare apposta fin là in orario d’ufficio.
Ma la conoscenza è solo rimandata a domattina alle nove, quando, con la targa di prova, il venditore la porterà in Co.Ta.Bo., dove ho avuto e dato l’appuntamento.

Da tempo non è più l’epoca, né l’età, delle emozioni, per novità di questo genere.
Ma lo è sempre quella della speranza.
Riposta, in questo caso, nell’inizio di un nuovo, lungo e prospero periodo di transizione, ricco di meravigliose avventure da raccontare a chi mi segue con curiosità ed affetto.
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L’immagine è tratta dal sito:
http://2012.splinder.com/tag/transizione+dimensionale

Un talk show indesiderato

9 Ottobre 2009 di Franz

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Da qualche mese sono state assegnate nuove licenze di taxi, proprio in un periodo in cui la crisi economica si fa sentire anche nel nostro lavoro.
Di conseguenza, è aumentato il tempo che passiamo fermi ai posteggi, anche nelle giornate di maggior attività, per le fiere o altri eventi: si lavora a ondate, sui picchi di richiesta, poi, d’improvviso e di frequente, l’attività collassa e nel giro di pochi minuti i posteggi si riempiono, qualche volta a dismisura, prima di un nuovo afflusso di utenti.

Non voglio però piangere miseria; in fondo personalmente avverto molto di più l’handicap economico legato al lungo e costoso utilizzo dell’auto di scorta, in attesa che mi arrivi la nuova ‘Touran’, e cionondimeno riesco abbastanza agevolmente a sbarcare il mio lunario da singolo risparmiatore.

Avverto maggiormente, di tanto in tanto, anche un altro handicap, di natura diciamo socio-psicologica: la mia scarsa propensione alla chiacchiera, a scendere dall’auto e fare capannello con i colleghi.
La mia timidezza di fondo si scontra con la difficoltà ad entrare in sintonia con persone che, come me, come tutti, hanno pregi e difetti, ma quasi sempre avverto molto distanti dal mio mondo, per interessi, tipo di sensibilità e cultura, senza per questo voler fare il superbo o l’aristocratico.

Una settimana fa, intruppato fra decine di auto bianche ferme in attesa in Piazza Maggiore, ho deciso di sgranchirmi un attimo le gambe, ed è stata una scelta infelice, perché sono stato vittima di una piccola imboscata.
Un collega dell’altra cooperativa di tassisti, che conta molto meno soci della nostra Co.Ta.Bo., un tipo che vedo di rado ma mi piace molto poco, per i suoi tratti che avverto poco franchi (per non usare termini più pesanti), nel vedermi esclama, rivolto ad un altro collega: “Oh, c’è anche il bolscevico”. Le chiacchiere girano e qualcuno che mi conosce meglio gli avrà detto qualcosa della mia posizione politica, di netta minoranza fra di noi.
“No, davvero sei un bolscevico ?”, mi fa l’altro, un tipo che vedo più spesso, molto posato e cortese nelle maniere, e che non nasconde, come appunto gran parte della categoria, le sue simpatie per la destra.
“Macchè bolscevico, essenzialmente sono un ecologista”.
Ma poi, sotto il tiro incrociato delle provocazioni, a un certo punto esco con decisione:
“Beh, se volete saperlo, sabato andrò a Roma per la manifestazione per la libertà di informazione”.
E così mi trovo protagonista di uno scambio di opinioni, molto corretto nelle maniere ma molto serrato, di una certa qual aggressività, nei contenuti, dapprima a tu per tu con quest’ultimo collega, poi pian piano con un piccolo drappello di altri, attirati dalla discussione.

Temo ed odio queste situazioni, che mi costringono sulla difensiva, e per questo mi impediscono di mantenere la calma e la lucidità per articolare discorsi approfonditi, ma semplici e convincenti, come sarebbe necessario.
E’ convinto, il mio interlocutore, ed attacca: siamo noi, quelli della sinistra, ad avere una percezione falsa, ghettizzata, della realtà.
Oltre al solito berlusconiano argomento della legittimazione popolare del governo, cita ‘La Repubblica’ e il ‘Corriere’ per dimostrare che l’informazione è in maggioranza ‘in mano nostra’, e poi attacca sul fronte degli scandali nel PD, evocando i nomi di Consorte, D’Alema e Fassino.
Lo spiazzo un po’ quando, su quest’ultimo punto, gli do ragione: è abituato ad un dualismo grezzo con interlocutori politici legati acriticamente al PD.
Poi interviene un altro collega, uno molto riflessivo: “Sono convinto anch’io che la situazione del conflitto d’interessi sia anomala, ma io non vedo delle alternative possibili a cui dare fiducia”.

Il dibattito procede, cito i legami mafiosi del capo del governo, il sostanziale silenzio di tutta la stampa per lunghi anni su questi rapporti pericolosi, cito il rimbambimento culturale operato negli anni dalle tv, ma mi accorgo di essere sempre di più impacciato e in difesa, nei confronti di chi continua imperterrito a manifestare la mia posizione come avulsa dalla realtà.

Quando lavoravo nel campo dell’informatica applicata, a parte i dirigenti, la cultura politica era fra noi molto condivisa; ricordo il tifo da stadio ai tempi dei processi di tangentopoli.
Ora mi rifugio quotidianamente nel fatato mondo di internet, dove c’è spazio per tutti, ma dove l’accesso ai fatti veri, alle informazioni vere, alle opinioni vere, ha finito da tempo per fare prevalere nelle tante voci presenti una certa fondamentale, e corale, connotazione di opposizione, decisamente di sinistra, di una sinistra illuminata e critica.
La realtà della strada è assai diversa; me ne accorgo ascoltando ed osservando i clienti, che me ne danno un quadro molto contrastato, nei loro personali molteplici diversi approcci.
Ma, come dicevo, assume connotazioni addirittura del tutto opposte fra la maggioranza dei colleghi.

Da una parte si può capire: la sinistra, negli ultimi anni, si è accanita contro la nostra categoria, in modo quasi sempre demagogico e non abbastanza informato sulla grande complessità dei problemi del trasporto pubblico. Nomi come Rutelli, Veltroni, e soprattutto Bersani, hanno comprensibilmente generato odio nei confronti della parte politica da loro così indegnamente rappresentata.
Aggiungiamo un livello culturale medio non elevato, che comporta scarsi strumenti di pensiero critico.
Aggiungiamo la scarsissima diffusione di internet, dovuta anche all’enorme numero di ore che devono lavorare quelli che tengono famiglia, o magari le rate del mutuo per estinguere il pagamento della licenza.

La soluzione, a situazioni scottanti come quella in cui mi ritrovo invischiato, è sempre e solo una: gli utenti che, pian piano, a volte ad ondate, smaltiscono la fila dei tassisti sfaccendati obbligandoli alla guida.
E finalmente è anche il mio turno.

Sale una coppia di Americani, un po’ attempati.
Lui sembra di buon unore e un tantino brillo.
“Buona-sewa”, mi fa, poi, dopo avermi indicato la destinazione, intona: “Buona-sewa, sino-wina, buona-sewa…”.
Mi piace la gente allegra, se posso mi allineo immediatamente al loro tono scanzonato.

Poi, dopo un po’ che andiamo, mi rivoge una domanda, di cui capisco solo le parole “Why” e “put”.
Gli dico, scusandomi, che non capisco, che il mio inglese è “so and so”.
Zittisce per qualche secondo.
Poi torna alla carica e questa volta ha la voce molto seccata, mentre con la mano mi batte odiosamente sulla schiena, indicando il tassametro.
Ora capisco, si sta lamentando della cifra di inizio corsa.
Cerco di spiegargli che sono le tariffe automatiche e concordate, ma non ne vuole sapere.
Allora gli dico di guardare, di lato, l’adesivo che illustra il tariffario, anche in inglese, per controllare.
“No, I don’t look anything”, non guardo niente io, mi risponde sempre più arrabbiato.
E poi mi dice che ha preso un altro taxi in giornata e l’importo iniziale era più basso.

Sfinito dal mio precedente personale “Porta a porta” in Piazza Maggiore, non ho la pazienza e la lucidità di spiegargli che dopo le dieci di sera interviene la tariffa notturna, ma non ne ho neanche il tempo, perchè mi ordina di fermarmi all’istante.
Lo accontento, ma mentre scende e fa scendere la moglie gli dico:
“Five euros, please”: almeno cinque euro, per non dargliela vinta.
“No !, nothing !”
Un chiaro “Vaffanculo !” mi esce spontaneo, quasi involontario, ma deciso.
Per fortuna non ribatte e se ne va.

Proprio una serataccia…
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Immagine tratta da:
http://gallery.panorama.it/gallery/gli_intoccabili_dai_magistrati_ai_primari_radiografia_delle_/27828_tassisti.html

Piazza del Popolo Pensante

5 Ottobre 2009 di Franz

piazza del popolo titolo

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Alle tre e mezza, quando sono arrivato, l’Orchestra di Piazza Vittorio stava già suonando in quest’altra, piazza, quella che probabilmente verrà legata a lungo al ricordo della manifestazione di sabato.
Come da previsioni, un pomeriggio romano magicamente tiepido, a tratti caldo. E come da previsioni, le più ottimistiche previsioni, un afflusso imponente: la carica delle trecentomila teste pensanti.
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Piazza del Popolo 3 ottobre

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Palloncini, bandiere, striscioni, cartelli a non finire, distraggono dall’ascolto dell’ottimo gruppo musicale internazionale, che ricordo protagonista qualche anno fa di una bella serata di un ‘Caterraduno’.
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Piazza del Popolo pace

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Il primo intervento è del segretario della FNSI, Franco Siddi, che chiede per cominciare un minuto di silenzio per la tragedia di Messina.
E la piazza, già ‘al completo’, in pochi attimi attenua fino a spegnere del tutto la propria variegata voce.
E tace, davvero, lunghi momenti: un popolo di gente educata, pensante, abituata a controllarsi, senza gli immancabili imbecilli di turno. Ne resto piacevolmente sorpreso, prima che il “Grazie a tutti !” scateni l’applauso esorcizzante ed autocelebrativo purtroppo immancabile.

Applaudirò tante volte, nelle oltre tre ore della mia permanenza in mezzo al Popolo della Piazza.
Lo farò per volontà di dare il mio contributo di sottolineatura alle frasi più significative, benché sicuramente non nuove, pronunciate da quel palco, ma anche, di tanto in tanto, partecipe di qualche sporadica ondata di emozione collettiva.

Franco Siddi non è Beppe Grillo. E, come lui, gran parte degli oratori si riveleranno incapaci di infiammare un pubblico, a sua volta più eterogeneo rispetto a quello dei due ormai storici ‘V-day’.
Ci saranno anche momenti di noia, di caduta di tensione, già in quel primo pur onestissimo ma troppo lungo discorso, e di iniziale perplessità rispetto alle aspettative, le più ottimistiche aspettative, di un’atmosfera continuativa di gioiosa battaglia civile.

Mi limito dunque a citare (e linkare), senza dilungarmi in un’inutile cronaca, i soli momenti di particolare intensità, artefici di quelle ’sporadiche ondate emotive’.

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Saviano


Roberto Saviano viene accolto da un applauso interminabile; quando finalmente riesce a parlare, con quel suo tono pacato e riflessivo, ringrazia, e ringrazia di poter tornare a vedere “tanti visi e tanto sole”.

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Segio Lepri, novant’anni, storico direttore dell’ANSA , con voce ferma, agile e chiara, e grande lucidità di pensiero, confronta la situazione attuale con gli anni del fascismo.

Il concomitante corteo dei precari della scuola fa tappa, come previsto, in Piazza del Popolo, e la sua rappresentante, una ragazza con gli occhiali di nome Antonella Vaccaro, chiede quattro minuti ‘di tempo autogestito’.  Lei sì, allenata probabilmente da decine di megafoni, arringa ed infiamma la folla di veemente partecipazione, chiedendo alla stampa di dare voce al disagio e alle proteste del mondo del lavoro anzichè concentrarsi solo sulle ‘escort’ presidenziali. Termina con le richieste del movimento, ultima delle quali “le dimissioni, per manifesta incapacità, del ministro Gelmini”, fra un boato di consensi.

C’è spazio anche per protagonisti della musica e dello spettacolo.

Come Simoni Cristicchi, che si rivela uno straordinario trascinante showman dal vivo, fra toni sarcastici e urlati, atmosfere di musica popolare e rap, battute e versi di poesia dialettale.

Come Marina Rei, che ripropone, dopo alcune battute del famoso inno “Libertà è partecipazione” di Gaber, la sua strillata intensissima “Donna che parla in fretta”, suonando contemporaneamente la batteria, come fece al concertone del primo maggio.

E infine come Neri Marcoré: un piacere profondo ascoltare le sue considerazioni, il suo tono pacato, intelligente; ed una straordinaria sorpresa il visionario brano di filosofia politica che ci fa riscoprire, scritto da Alexis de Tocqueville fra il 1830 e il 1840 (tratto da “La democrazia in America”).

Fra le tante presenze illustri in mezzo al pubblico (all’inizio mi sono visto letteralmente sfiorare dal passaggio di Eugenio Scalfari), c’era anche quella di Giulietto Chiesa, come ci fa sapere lui stesso in questo breve articolo.
Dove, fra l’altro, scrive: “Il momento più alto del pomeriggio, in assoluto per me, è stato quando Neri Marcorè ha letto un brano di Alexis De Tocqueville, attorno al tema della dittatura della maggioranza e della facilità con cui un popolo sazio può essere costretto in una ’servitù facile’.”

Sono felice di condividere il vissuto con uno dei miei opinionisti preferiti. Uno che sentii dal vivo, già un paio di anni fa, criticare i sindacati per il loro cronico disinteresse nei confronti dei gravi problemi dell’informazione, a vantaggio di esclusive battaglie sulle condizioni di lavoro.
Come già dicevo nel post precedente, la perplessità più grave che avevo nei confronti di questa manifestazione era proprio sulla credibilità degli organizzatori, il mondo dei sindacati e dei partiti, in tanta misura corresponsabili, per omissione di una qualsiasi strategia di contrasto, con la degenerazione mediatico-democratica a cui siamo progressivamente giunti.

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Piazza del Popolo bandiere
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E tutte quelle bandiere, CGIL e PD, a ben pensarci un qualche retrogusto fastidioso lo davano.
Ma è inutile ormai piangere sul latte versato, ed è forse inutile anche cercare di capire per quale ragione solo adesso le cose stiano cambiando, anche perché magari si arriverebbe a conclusioni ancora più amare.
Le due grandi organizzazioni hanno finalmente sottoscritto e dato vita ad un’importante testimonianza popolare di protesta, ed è positivo il consenso che hanno saputo generare da parte di tanti altri gruppi impegnati nella società civile, organizzazioni e singoli cittadini, insomma un popolo.

Solo così, smussando un po’ gli angoli e confluendo tutti in una popolazione unita da poche ma chiare direttive, si può sperare di influire davvero sulla realtà. E’ questo che sicuramente spaventa la Jena e i suoi servi.

La CISL non c’era e non ha dato nemmeno, come invece ha fatto la UIL, una sua sostanziale adesione alle tematiche della manifestazione.
Ritenevo la posizione della CISL il fatto più vergognoso di questo tre ottobre.

Ma non avevo ancora visto l’intervento al TG1 di Minzolini…

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Scodinzoliniedit
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L’immagine finale è tratta da:
http://www.sarx88.com/2009_07_01_archive.html

Una piazza per sperare

1 Ottobre 2009 di Franz

3 ottobre

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Attenzione: per seguire in diretta la manifestazione:

==> tv streaming (dal sito www.youdem.tv) clicca qui
==> tv streaming (dal sito www.antoniodipietro.it) clicca qui
==> radiocronaca, dalle 16.30 (dal sito www.radiopopolare.it) clicca qui

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Siamo a poche ore, presumibilmente, da una delle ultime apparizioni televisive (forse anzi proprio l’ultima) di Santoro e Travaglio durante l’impero della Jena Ridens.
E siamo quasi alla vigilia della manifestazione romana contro la tirannia nell’informazione.

L’entusiasmo è una bella cosa, è un motore propulsivo che ti permette di vivere in maniera più intensa, facendoti spendere per un ideale; insomma è un patrimonio, anche se in contropartita tende per sua natura a soffocare lo spirito critico.
E, come ho raccontato, una certa dose di entusiasmo mi aveva preso durante i precedenti preparativi della manifestazione, quella annullata dopo l’autobomba di Kabul, nel vedere coagularsi intorno all’evento una vera popolazione, diversa nelle sue componenti ma accomunata dalla rabbia e dal senso di urgenza di una reazione clamorosa di piazza.

La replica della fase preparatoria, impossibile negarlo, non mi ha dato lo stesso entusiasmo.
Non ho percepito un’ulteriore accelerazione nell’azione di coinvolgimento popolare, e nemmeno nelle prese di posizione e sponsorizzazioni illustri; mi sono giunti un po’ tiepidi gli echi del nuovo tam-tam, a cui comunque ho cercato ancora una volta di collaborare un po’.

Questa volta, forse anche grazie a quella mia specifica richiesta che inviai loro, l’ente organizzatore, cioè la FNSI, ha pubblicato una pagina con l’elenco delle adesioni che stanno giungendo.
L’ho scorsa diverse volte, proprio con la speranza di rinfocolare il mio entusiasmo a fronte di testimonianze particolarmente illustri e nobili; molte organizzazioni locali anche assai pregevoli (partigiani, amici di Emergency, pacifisti, eccetera), diversi illustri …ignoti, poi qua e là qualche nome famoso: Serena Dandini, Fausto Bertinotti, Ezio Mauro, Samuele Bersani.
E tanti gruppi della CGIL e del PD; a Bologna il Partito Democratico ha organizzato anche un pullman, uno dei tantissimi che punteranno su Roma da tutt’Italia.

CGIL e PD. Ecco lo spirito critico che, in contropartita al calo d’entusiasmo, torna a farsi sentire…
CGIL e PD: dove eravate, nei lunghi anni in cui avete permesso alla Jena di crescere indisturbata, chiudendo gli occhi su tante, troppe cose ?
Attivisti sindacali, uomini di partito e coriacei elettori del PD (se non di partiti ancora più corrotti), un pizzico di senso di colpa, no ?
E voi giornalisti che per anni avete omesso di dare il necessario risalto alle radici mafiose del potere berlusconiano, e magari scatenate ‘decine’ di domande solo ora, a fronte dei pruriginosi scandali dell’ormai vecchio satiro senza morale…

Proseguendo ad osservare il bicchiere mezzo vuoto (e …tanto ‘mezzo vuoto’), l’entusiasmo mi si spegnerebbe del tutto, e mi verrebbe quasi un senso di fastidio all’idea di andare anch’io in Piazza del Popolo, sabato, per trovarmi dentro una ‘massa acritica’, anzichè in quella ‘massa critica’ che può contribuire a dare una svolta ad una situazione politica degenerata.
Ma bisogna guardare il bicchiere mezzo pieno, e magari dare una mano a riempirlo del tutto.
Riempirlo, voglio dire, di motivazioni vere, di rabbia sana, antica e covata lungamente, di forza, di coraggio e un po’ di follia, necessari al cambiamento, che probabilmente avverrà per giochi di palazzo, i tempi sono forse maturi e un certo Luca Cordero sembra proprio stia lavorando alacremente in segreto per quello stesso obiettivo, il cambiamento, a cui tuttavia l’urlo di una piazza gremita di gente potrà contribuire non poco.

Perché poi c’è un indicatore, il più positivo, il più importante.
La Jena teme questa manifestazione; questa volta non avrà l’involontario aiuto dei Talebani per farla rinviare, e a Roma sabato è previsto un bel pomeriggio di sole.
La teme, se cerca di denigrarla a più riprese, magari definendola ‘una farsa’, come ha notato anche la cara Silvana in questo suo interessante post.

Ecco, di fronte alla contrarietà del neo-settantreenne imperatore del nulla, sento rinascere l’entusiasmo, e una voglia di gridare all’impazzata, un fragoroso, felice, debordante “Non ci sto !”.
E chi può farlo segua il mio esempio e vada a Roma, e chi non può osservi comunque con grande attenzione, e la diffonda il più possibile, questa pagina di cronaca, e, perché no, di storia nazionale.
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Il cantautore

28 Settembre 2009 di Franz

Federico Aicardi

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La notte è quieta, fresca, gradevole; settembre sembra finalmente aver trovato un suo stabile equilibrio climatico.
La desolazione agostana è ormai un lontano ricordo; benchè non sia ancora il fine settimana, le strade del centro denotano già una certa vivacità: le percorre il popolo della notte; italiani e stranieri, in prevalenza giovani, soli, a coppie, a gruppetti; a piedi, in motorino, in auto, qualcuno a volte anche in taxi.
L’attesa non è stata lunga, qui nel posteggio di quel largo e lungo spazio architettonico denso di storia cittadina, chiamato Piazza Malpighi; un tipo con una custodia dall’inconfondibile forma di chitarra già mi sta chiedendo se sono libero.
“Certo, dove andiamo ?”
“Al Bravo Café, in via Mascarella; da qui non so qual è la strada migliore”.
“Io invece credo di sì, visto che è il mio mestiere”, mi limito a pensare.

Mi dà sempre un certo piacere trasportare artisti, e in particolare i musicisti; sono persone che in fondo, nell’approccio all’esistenza, sento vicine alla mia dimensione interiore, più di ogni altra tipologia umana.
Capisco che sta andando ad esibirsi, e di lì a poco ne ho la conferma:
“Ne approfitterei per accordare la chitarra”, mi fa.
“Certo, se vuoi accendere la luce devi premere lassù”.
Estratto lo strumento, comincia l’operazione, completamente a orecchio.
“Quando si suona insieme ad un piano,” si interrompe un attimo, “bisogna adattare l’accordatura a lui”.
“Eh già, quella è fissa e comanda”.
“Suoni anche tu ?”
“Ho suonato il piano qualche anno da piccolo, ma ora son capace solo di strimpellare qualche canzone, rigorosamente in do”.
“C’è un’ottima acustica, qui dentro, è l’ideale per provare”, dice; poi, finito il tira e molla delle corde, si mette a pizzicare con disinvoltura qualche veloce arpeggio.

Immediatamente, mentre procedo, si diffonde dentro la Multipla un’armonia delicatissima quanto insolita ed irreale.
Cerco di immaginare la scena, ancora più irreale, per chi distrattamente buttasse l’occhio dentro questo taxi in corsa, dove, illuminato dalla lampadina della piccola plafoniera posteriore, qualcuno, proprio come sopra una gondola, sembra intento a suonare una serenata all’indirizzo …del gondoliere.

Alla fine non mi trattengo dal fargli un sincero complimento: “Hai un tocco gradevolissimo, è un piacere ascoltarti”.
Apprezza visibilmente, mi ringrazia.
Poi, giusto per continuare la conversazione, butto là scherzosamente:
“Visto che la Multipla ha sei posti, si potrebbe fare un servizio speciale di taxi con accompagnamento musicale dal vivo”.

L’idea gli piace, ahimé troppo; l’evidente desiderio di farsi conoscere e magari di fare qualche buon affare con la musica sembra incantarlo oltre misura, tanto che a più riprese mi tocca fare marcia indietro:
“Sarebbe bello, ma penso ci siano molti problemi con il regolamento”.

Siamo ormai in via Belle Arti; dopo aver rimesso la chitarra dentro la custodia, gentilmente mi dice che posso accostare prima di intrufolarmi nella stretta via Mascarella, sul cui selciato c’è sempre un sacco di gente nullafacente in piedi davanti ai locali notturni.
“Guarda, ti do un mio cd e la fotocopia di un articolo, con la foto dove sono insieme a Fernanda Pivano”.
“Eh, la buon’anima, della Pivano… Grazie, grazie davvero”.
Sulla superficie del disco campeggia il suo nome: Federico Aicardi.
“Ascolta, ma tu hai un fratello che si chiama Giorgio ?”
“Certo !”.
“Ma pensa, eravamo compagni ed amiconi alle scuole medie; si ricorda sicuramente di me. Digli che lo saluta Francesco”.
“Va bene, senz’altro glielo dirò”.
“Eh, mi ricordo che aveva un sacco di fratelli, e l’ultimo era nato proprio durante quegli anni”.
Su quest’ultimo dettaglio non ribatte; poi, mentre salda il conto della corsa, mi dice: “Una sera che sei libero, vieni a sentirmi. Ci sei su Facebook ?”
“Sì che ci sono; ho anche un blog; e magari racconterò di te e di quest’incontro”.
“Allora mandami la proposta di amicizia, con due righe per ricordarmi chi sei, visto che ne ho parecchi di amici. Altrimenti mi trovi sempre in farmacia, sai dov’è ?”.
“Ma certo, me la ricordo bene”.
La Farmacia Aicardi è una di quelle tradizionali della città, sul limitare della zona universitaria.

Lo guardo mentre si congeda definitivamente; un bel viso dall’aspetto un tantino bohémien, trasecolato, e la chioma un po’ stempiata, a denotare già qualche anno di attività fra il bancone della farmacia e quelli dei locali notturni.
Si congeda definitivamente e si dirige, con la chitarra già accordata, ad esibirsi con gli amici sul palco del ‘Bravo café’.

Ieri pomeriggio ho ascoltato il disco; sono solo due brani, ma molto piacevoli, con una certa poesia intimistica, nei testi dedicati alle luci, alle penombre, agli incontri, alla cultura vissuta della nostra città; nella voce elegantemente garbata che tradisce in qua e in là, un po’ come Luca Carboni, la sua matrice petroniana; nelle musiche non originalissime ma abbastanza accattivanti.
Poi ho trovato un video su Youtube; gli arrangiamenti sono più grezzi che nel cd, e le immagini decisamente artigianali; ma come in uno strano, onirico replay, sembrano ripercorrere i momenti di quel nostro insolito incontro; ritraggono infatti una persona alla guida di un’automobile nella città di notte, le cui strade scorrono dai finestrini; ed è facile riconoscere proprio Piazza Malpighi…

Non ho ascoltato nient’altro che mi permetta una vera e propria recensione, ma posso dire che la curiosità di sentirlo dal vivo mi è rimasta davvero.
Ho pure letto quell’articolo fotocopiato, che è servito anche a rivelarmi l’età del cantautore.
Ed ho avuto così la conferma di un mio vago sospetto: quell’uomo stempiato, alla ricerca dell’armonia e delle luci della ribalta, come del perpetuarsi di atmosfere notturne artistiche forse in via di estinzione, è proprio quel fratellino, neonato in casa del mio amico, dei tempi delle medie.

Un passato ancora non del tutto fuggito continua, vertiginosamente, a bussare alle porte del mio sfuggente presente.
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L’immagine è tratta da:
http://www.myspace.com/federicoaicardi

Una catarsi …virale

23 Settembre 2009 di Franz

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Alla fine, a dispetto di un primo approccio in sordina, quasi innocuo, il tradizionale raffreddore di inizio autunno anche quest’anno ha colpito duro ed ha chiesto il solito tributo: tre notti parzialmente insonni di grande prostrazione fisica, quasi un ramadan alla rovescia.
Non voglio annoiare con il commiserevole racconto dei sintomi più acuti, dolorosi e prolungati, e neppure riaprire discorsi sulla mia contrarietà verso qualsiasi terapia sintomatica; mi tengo le mie sicurezze, ne pago il prezzo, e non m’interessa convincerne nessuno, ma nemmeno discuterne.

“E rilassati che sei stressato”, mi aveva scritto via sms un’amica.

Superato facilmente quel po’ di fastidio per la sua componente autoritaria, avevo lasciato che quel messaggio si facesse strada, e che mi tenesse compagnia durante le tre notti e i tre giorni di passione, accanto ed in parziale opposizione ad ipotesi strane, tipo influenza dei maiali, smentite dalla temperatura costantemente intorno ai trentasei.
E’ stato facile interpretare così il naufragio delle mie energie, della mia efficienza, come una robusta richiesta di maggior attenzione, manifestata con una violenta rappresaglia, da parte del mio organismo a cui avrei chiesto troppo negli ultimi tempi.

Sia vero o no, ora, nel felice termine della convalescenza, nel momento in cui rimetti fuori da casa il naso, finalmente decongestionato, entrambe le narici, e respiri, e riassapori la vita molto più di prima, e hai una nuova voglia di gettarti nel lavoro, e di vivere nuove storie da raccontare, che da un po’ di tempo chissà perché te ne sono capitate così poche, e anche settembre guarda un po’ con le sue luci sfumate nei pomeriggi ritrova il suo intenso fascino, anziché la sola angustia del tempo che passa, e hai un sano appetito di cibo, oltre che di vita, ora, dicevo, appare chiaro più che mai quanto impegno sia ancora necessario per imparare a non avere fretta, per dare il giusto tempo ad ogni cosa, e conquistare la calma, sempre, comunque, profonda, creativa, piena, felice.
E questo a dispetto della cronica guerra contro gli impegni, e della saturazione del tempo a disposizione, che oggettivamente nel mio caso ha diverse origini, non ultime le incombenze quotidiane di vita di un singolo che tiene troppo a cavarsela da solo.

Mi scrive V., uno degli amici magicamente ricomparsi dal passato grazie alla lampada-web di Aladino, riprendendo un tema che gli è caro, cioè l’inquietudine al pensiero, per fortuna ancora lontano, della pensione:

In effetti non si tratta del timore del ‘distacco dal lavoro in quanto tale’, ovvero del non sapere come passare il tempo. No, quello no. E’ sicuramente il dispiacere di invecchiare, ma c’è dell’altro. Ricordo che una mattina di alcuni anni fa mi trovai, al termine della colazione, del passaggio in bagno, ecc., in casa da solo nel silenzio delle 11, con tutta la giornata libera davanti. Non ricordo perché, probabilmente ero a casa malato, ma non poi tanto: per cui non apprezzai quella libertà e quel riposo. Ebbene quel silenzio delle 11 di mattina mi procurò una forte angoscia, che mi colpì.
Insomma il timore che sento è quello di una sorta di squilibrio: quando hai da fare apprezzi moltissimo i momenti liberi, ma quando sei sempre libero come ti senti? So anche che il lavoro è per me l’elemento più terapeutico quando ho dentro di me preoccupazioni forti. Per esempio quando morì mia madre mi tuffai nel lavoro con avidità: era l’unica medicina possibile.

Poi continua citando, con generosa attenzione, due recenti post di questo blog, in cui, secondo lui “gli è parso di avvertire a tratti questa sensazione” anche in me.
Gli risponderò, anzi gli sto già al proposito rispondendo pubblicamente (e spero di questo mi perdoni), che non sono d’accordo.
Perché chi, come nel mio caso, ha passato gran parte della sua vita da solo, lo amerà e lo cercherà sempre, il silenzio, come il migliore fra i possibili alleati; quanto meno fino a che non sia compromessa l’autosufficienza essenziale.

Volevo raccontare tante altre cose dei miei tre giorni di passione: la pastasciutta al sugo preparata sfruttando quel che avevo in casa, l’accensione del computer (con la brevissima sigletta musicale di apertura di ‘windows’ a bassissimo volume) del mio vicino alle quattro e mezza del mattino, l’ennesima interruzione dell’acqua potabile (c’è un cantiere fisso, qui a pochi passi di distanza, ed ormai non avvertono nemmeno più), e tutti gli intensi sogni, belli e brutti, che ho fatto quando finalmente riuscivo a prendere sonno.

Ma mi sono dilungato anche troppo.
Con l’immagine di uno di quei sogni, però, tengo a terminare questo scritto.
Ho sognato mio padre; abbracciavo la sua testa, che mi sembrava tanto grossa, e insieme avevamo un moto di profondo rimpianto per ciò che se ne è andato per sempre, e per ciò che non è mai stato.
E insieme, con una tenerezza dalle lontanissime radici, profonda e insperatamente ritrovata, ci mettevamo silenziosamente a singhiozzare.
Solo per qualche secondo, prima di risvegliarmi con il batticuore e gli occhi umidi.
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L’immagine, da cui ho ritagliato quella all’inizio del post, è presente su molti siti, fra cui:
http://ilmiodizionario.blogspot.com/